martedì 25 settembre 2018

Metalitalia Festival 2018: oltre la calvizie incipiente


METALITALIA FESTIVAL 2018 - DAY 1
Live Club (Trezzo sull'Adda)
15 settembre 2018

Brutalmente, il mio unico motivo per presenziare al Metalitalia 2018 Day 1 è poter scrivere questo report pieno di verità instabili come il divenire di Eraclito. Le band, infatti, le ho già viste tutte in gioventù, quindi allorché le band avevano ancora un'età da pre-pensionamento. Però il festival è di qualità, il locale è uno dei migliori in Italia e quest'anno ci sono pure un sacco di spazi dove sedersi o sdraiarsi per poi alzarsi lenti lenti facendo “oplà”.

Mi dicono abbiano suonato anche Asgard e Rosae Crucis, ma per farmi arrivare presto gli organizzatori del Metalitalia dovrebbero:
  • spostare il Live Club di almeno 150 km verso est OPPURE...
  • organizzare direttamente il Festival in Prato della Fiera (TV) OPPURE...
  • mandarmi a prendere in elicottero.
Ma siccome per gli organizzatori conto come un Prof di Religione nei Consigli di Classe, continuerò a perdermi i primi gruppi.

WHITE SKULL.
Arrivo durante il ritornello di “Asgard” ripetuto seicento volte, poi presentazioni della band e addio alla prossima. Ma non serve esserci stati per sapere che i WS sono una band pronta a morire sul palco. Non hanno mollato mai, stanno simpatici a tutti e tra vent'anni io sarò qua a scrivere su di loro sempre le stesse cose.

ELVENKING.
Tra le tante band italiane che ho seguito nei secoli, sono tra i pochi che non ho mai perso di vista. Sarà la vicinanza geografica, sarà che li ho scoperti quando suonavano nei parchi cittadini, ma anche perché sono sempre stati validi live e altrettanto su disco, insomma, mi ricordano i vent'anni da universitario senza preoccupazioni per il futuro (perché ho studiato Storia e un futuro non l'ho mai preso in considerazione). E loro ricambiano con dei sentiti ciao ciao quando li trovo in giro. Il che basta e avanza a entrambi i soggetti. Ancora una volta sono belli carichi, precisione chirurgica e costumini da “Sons of Anarchy - Bosco Atro Chapter”. Il cantante Damna ha lo stesso make-up degli Hell in the Club, ma colato. Hanno pure i capelli, che non è scontato dopo un tot di anni. Ovviamente prestazione maiuscola.

DOMINE.
Una tempesta di sfiga si abbatte sulla band silenziando a intermittenza la chitarra di Enrico Paoli, il che fa incazzare più i musicisti che il pubblico. Peccato, perché i Domine hanno in repertorio pezzi meravigliosi e non poterli sentire tutti ti intristisce e ti spinge a scegliere l'alcolismo (per fortuna il bar del Live spaccia come birra una bevanda color pipì col grado alcolico di una Ferrarelle, quindi it's a long way to the top if you want sbronza colossale). Però sono la band che mi ha dato più brividi ed è ciò che voglio dal Metal, a un'età in cui altrimenti mi emoziono solo se imbrocco la fila più veloce alla cassa del supermercato. “Aquilonia Suite” è una canzone che resterà nella (mia) storia e mi riconcilia con l'umanità (dopo che ogni giorno per lavoro ho a che fare con un'umanità che ascolta musica innominabile).
Catartici come l'esperienza della tragedia greca, i Domine mi predispongono ad affrontare serenamente la caducità delle umane cose, rappresentata dai Grave Digger.

GRAVE DIGGER.
Qualche anno fa, durante i dischi medievali e le gonne a quadri, i GD hanno goduto di buona fama e facevano anche 4-5 date in Italia davanti a pubblico consistente. Poi hanno fatto dischi tra il trascurabile e il pessimo, al punto che adesso suonano una data ogni tour, davanti a qualche fan irriducibile che però vuole le canzoni dell'epoca medievale. Dal vivo non è difficile per loro fare prestazione, vista la leggendaria linearità delle composizioni, e non è neanche necessario passare troppo tempo a truccarsi, perché fisicamente erano impresentabili già nel 1997 e figurarsi adesso. La carta del tour celebrativo se la sono giocata un po' tutti, ma è ormai un atto dovuto per sperare di suonare davanti a qualcuno e non solo per le guardarobiere, i baristi e i fonici. Poi i pezzi della trilogia medievale funzionano ancora benissimo, “Rebellion” l'aspettano tutti a ogni show e quindi bene così. Resta il dubbio, vista la prestazione di Chris Boltendahl, che chiunque possa cantare nei Grave Digger, ma alla fine la band è sua e non credo cederebbe il microfono al sottoscritto.

RAGE/REFUGE.
Peavy ha cambiato l'ennesima lineup dei Rage, ma, avendo ormai inciso 56 album, non trova più spazio nelle setlist per i pezzi vecchi, allora richiama un paio di membri storici come Manni Schimdt (chitarra fulminante ed espressione sempre desolata) e Chris Efthimiadis (batteria fracassona e occhiali da impiegato), chiama la nuova band Refuge, ma suona roba vecchia dei Rage, però fa anche un nuovo album a nome Refuge dove suona come i vecchi Rage e va in tour insieme alla nuova lineup dei Rage, che si chiama Rage e suona il repertorio nuovo, non quello vecchio dei Rage, perché quello lo suona coi Refuge, che sono sempre nello stesso tour.
Peavy ha le idee chiare su alcune cose, come per esempio “non perdere peso”, “non tagliarsi la barba”, “usare sempre la stessa camicia aperta”, mentre su altre pare confuso.
Eppure la cosa funziona: lui a cantare e suonare è sempre ok, i Refuge sono dritti thrash anni '80 e battono che è un piacere, i Rage odierni sono più vari ma sempre heavy e il nuovo chitarrista è un virtuoso meno sbruffone di Smolsky, ma con una mega-voce che sfoggia alla grande durante le cover di tributo a RJ Dio. Ho fatto più fatica a scrivere queste righe che ad abbracciare il gigantesco Peavy dopo lo show. Odorava di grasso saturo e benessere.

HAMMERFALL.
Dopo qualche secolo, rivedo gli Hammerfall live. Sono sempre uguali, è Heavy Metal e a me piace l'Heavy Metal.
Hanno le mosse coordinate migliori di tutto il Metalitalia (ci scommetto, anche meglio del Day 2, che tanto è giornata doom e le band doom coordinano solo i vestiti in nero), in particolare:
  • l'headbanging che li fa sembrare un gruppo di volpini che sculettano;
  • andar su e giù per le piattaforme a rompere le balle al batterista;
  • fare le corna tutti insieme.
Essendo uno show da greatest hits, gli Hammerfall possono dimostrare che una quindicina di pezzi validi li hanno anche scritti, sempre che da loro non si pretenda di innovare il mondo del Metal (cosa che sono ben lungi da voler fare, Cans diceva di aver scoperto Metal nel 1981 e credo che da lì non si sia più mosso granché). Per fortuna ci risparmiamo le ballad, perché anche a voler escludere la title track del primo album, tutte le altre ballad della band sono una vera e propria pestilenza e che insistano a inciderne prova che soffrano tutti di un grave campo di distorsione della realtà.
Oggi si presentano con la seguente formazione:
  1. batterista nuovo con la cresta e la prestazione da drum machine;
  2. bassista con baffo in stile “vergognosa band metallara anni Ottanta della Bassa Sassonia”;
  3. chitarrista anziano Pontus Norgren con pedigree meravigliosamente Hard Rock e l'espressione rassegnata di chi lo fa per pagare il mutuo;
  4. leader chitarrista Oscar Dronjak, che cambia più outfit di Lady Gaga e chiude a petto nudo con le catene d'oro di Mr T, ma ha il fisico di chi mangia solo pane integrale, cetrioli e aringhe;
  5. cantante nonché leader numero 2, Joacim Cans, con sua classica voce settata su tonalità alte e periodica espressione a bocca aperta per far sfiatare tutto l'elio che si è respirato prima di salire sul palco.
Prima che girino voci false e tendenziose... io ho visto parecchi esaltati, molta gente soddisfatta e ben pochi che vomitavano in giardino a causa degli Hammerfall (al limite lo facevano a causa di una opinabile gestione dell'alcol e degli anni che passano). Quindi assegno alla abnd un paio di altissime corna del Metal in segno di approvazione (sperando che le loro mogli non concordino).

martedì 28 agosto 2018

Esami di Stato pt 4: la circolarità della baggianata



Gli orali: introduzione.
Gli orali sono preceduti dal tabellone con i voti degli scritti. Lo studente italiano, notoriamente penoso in matematica, si porta la calcolatrice e fa la somma dei punteggi per vedere a che voto può ambire: il minimo è il vergognoso 60 da calcio nel sedere e raccolta olive in Marocco, il massimo è il 100 che è come il noumeno di Kant (esiste, ma è irraggiungibile, nel senso che io non l'ho mai visto).
Se fa bene i conti, lo studente saprà a che livello dovrebbe tarare la sua preparazione per ottenere il risultato sperato (il punteggio massimo per l'orale è 30, voto che si dà a fenomeni o aberrazioni, a seconda dei punti di vista). Ma, ancora una volta, di quelli bravi non ha senso parlare.
Un argomento adatto a questo blog è lo studente che deve prendere dai 15 ai 20 punti per arrivare a 60. I tre anni scolastici sono andati così così, altrettanto per le tre prove scritte e quindi il pargolo deve dimostrare di essere abbastanza scolarizzato per poter accedere a una catena di montaggio, a un parcheggio universitario pluriennale con Erasmus integrato o a una carriera nel multilevel marketing.
Ecco cosa passa per la testa dei membri della commissione.
  • COMMISSARI INTERNI. L'orale è il coronamento di un anno di preparazione, della quale non tutti gli studenti hanno usufruito. Significa che difficilmente gli sciagurati diventano virtuosi in occasione della prova finale. Magari sono anche sciagurati simpatici, giurano di andare a coltivare barbabietole post-diploma o di scappare a delinquere in un altro paese. Basandosi su queste promesse, i commissari interni provano ad assumere l'atteggiamento dell'imperturbabile asceta, che si lascia scivolare addosso le brutture del mondo in vista di un fine più alto.
  • COMMISSARI ESTERNI. Stremati da una decina di giorni di burocrazia indegna e correzioni paranormali, essi vorrebbero solo andare a casa. Ma devono sottoporsi a quest'ultima impresa. E devono cercare di stare sulla sottile linea tra dignità, imparzialità e comprensione delle umane sofferenze (degli studenti e dei commissari interni). 
    Roba da persone equilibrate.
    E non è detto che lo siano.
    Anche se, per fortuna, spesso lo sono.
    Ma a volte no.
  • PRESIDENTE. Ricorsi. Tribunali. Manette.

Gli orali: svolgimento.
La prova si articola in tre passaggi: esposizione della tesina, domande per verificare la preparazione, domandone finale sul futuro.
  1. Tesina. I commissari interni hanno già visionato le tesine, a volte le hanno corrette, altre volte cestinate, a volte scritte loro (momento più basso della carriera di un professore), altre volte ancora accolte con gioia e soddisfazione (mi dicono accada...). 
    Nei dieci minuti iniziali lo studente deve esporre il suo prodotto delle sue fatiche, sperando sempre che non l'abbia scaricato dal web o dagli studenti degli anni precedenti o che non l'abbia fatta preparare da qualche cugino universitario. 
    La rappresentazione teatrale si svolge così: commissari interni devono mettere i ragazzi a loro agio e sorridere; gli esterni devono fingere interesse perché è poco professionale scaccolarsi e giocare poker a durante l'esposizione; il presidente non ha alcun obbligo e quindi dipende dal carattere (c'è chi ascolta, chi sbadiglia, chi chiede di finire dopo 3 minuti... vasta e varia è l'umanità).
    Sugli argomenti non si può pretendere troppo: va benissimo se vuoi parlarmi delle nuove droghe che hai provato durante l'anno scolastico, però fammi una bella presentazione in Prezi che così le competenze digitali sono al top.
  2. Domandine. Le domande dovrebbero partire dalla tesina e di solito mi va di lusso, perché elementi casuali di Storia e Filosofia gli studenti li infilano sempre. Peggio va alle materie escluse dalle tesine, ma almeno si mette alla prova l'abilità del commissario di inventarsi collegamenti inesistenti o l'umorismo nel chiedere cose che non c'entrano niente pescando a caso nel programma. 
    Sulle risposte che molti studenti danno agli orali è fiorita una copiosa letteratura umoristica. Posso testimoniare che è vero: pare che la Germania abbia vinto due guerre mondiali, che Schopenhauer abbia causato il suicidio di Leopardi, che 2+2=22 e così via... si perde la capacità di stupirsi. L'unica è fare la faccia ieratica, non dire né sì né no e confidare nell'incomprensibilità della Filosofia e nella soggettività della Storia. Sia chiaro, nemmeno il più prestigiatore dei docenti può far passare per buona l'idea che le bombe atomiche siano esplose in Inghilterra, ma alla fine lo studente autore di una risposta del genere è già proiettato verso la totale irrilevanza esistenziale e tanto basta.
  3. Domandone sul futuro. Chissà perché, che l'esame sia andato bene o meno, quasi tutti i Presidenti si sentono in dovere di chiedere agli studenti cosa faranno in futuro. 
    Non è una cosa buttata là, aiuta anche a capire se il soggetto in questione ha una minima percezione di cosa vale e cosa può fare. Se uno ha collezionato figure barbine durante tutto l'esame e poi dichiara di voler studiare per diventare CEO di Apple, la commissione potrà indirizzarlo con leggerezza presso la più lontana catena di montaggio della ditta americana. 
    Ogni tanto c'è qualcuno che dice di volersi prendere un anno per decidere con calma: io questi li amo, soprattutto se dicono la verità, ma ci sono anche quelli che, dopo 4 bocciature e un patrimonio dilapidato ai videopoker, vogliono prendersi un anno di ferie in qualche fumeria d'oppio.
    Poi c'è sempre quello che non capisce la domanda.

Gli orali: conclusione.
Dopo la prova, si decide subito il voto. 
Suggerimento per i futuri maturandi: più la discussione è lunga, più ci sono problemi. 
Il voto è collegiale, quindi lo decide tutta la commissione insieme: questo non significa però che siano tutti d'accordo. 
Il caso estremo si verifica quando lo studente è stato scandaloso in alcune materie ma non in tutte, inoltre ha scritti insufficienti ma non troppo e al domandone finale ha fatto intendere che desidera inserirsi nel mondo del lavoro con qualunque mansione (l'importante è non essere più obbligato a studiare Hegel e Heidegger). In tal caso si va a maggioranza e la decisione è influenzata da elementi come il caldo, l'umidità, l'appartamento prenotato al mare, il gas lasciato acceso a casa. A volte, nonostante tutto ciò, permane una situazione di stallo. Allora la fame è il fattore che spinge verso una soluzione conciliante, accompagnata dalla massima di un Presidente lungimirante di qualche anno fa: “Sarà la Vita a bocciarlo”.

ADEMPIMENTI FINALI.
Un manipoli di eroi, provati come e più dei mercenari della “Anabasi” di Senofonte. Ecco cos'è la commissione alla fine degli Esami di Stato. 
Magri ed emaciati, senza più vestiti puliti causa sudorazione inarrestabile, con la mente piena di dubbi perché a forza di sentir profferire boiate ti viene il sospetto di averle insegnate te, quelle boiate...
Ma manca ancora un elemento, il più importate per la Gioiosa Macchina Burocratica del Ministero. I verbali.
Non ne ho parlato molto, ma il commissario interno che s'è assunto l'onere di fare da segretario ha dovuto produrre decine di verbali per ogni singola operazione della commissione. Praticamente ha vissuto la vita di Belluca prima di sentire il fischio del treno. Alla fine il segretario è in condizioni pietose, sembra un internato in un campo di prigionia vietnamita e ci guarda come se fossimo una squadra di Rambo venuti a salvarlo. 
Il Presidente verifica e verifica, ma ancora non firma: se c'è un vizio di forma, è ricorso e galera. Il segretario deve riverificare, ma ancora il Presidente non firma. Tutta la commissione si spartisce il compito di revisionare i verbali. Cala la notte. Alla fine il Presidente firma.
È finita? 
No.
Bisogna sigillare il pacco con tutte le prove, i verbali e qualunque incartamente prodotto, compresi i fazzoletti da naso usati. Si sigilla con la ceralacca. Come nel 1212. Siamo nell'epoca della totale digitalizzazione, ma sigilliamo con la ceralacca. E poi fai i corsi di formazione sulla Scuola 2.0, sulle competenze digitali, sulle lezioni interattive... e usi la ceralacca.
Ma tanto è finita.
Per quest'anno.

giovedì 16 agosto 2018

Esami di Stato pt 3: l'attesa è orizzonte ultimo e senso dell'esistenza?



Le prove scritte.

PRIMA PROVA – IL TEMA DI ITALIANO.
Checché ne dica il Ministero delle Competenze, ho sempre sostenuto che la vera prova di maturità stia nel tema.
Insomma, se all'orale lo studente imbelle profferisce una boiata, si può far finta di niente, oppure girare il discorso o convincerlo a rivedere le sue posizioni. Ma non si torna indietro da ciò che è scritto nella prima prova.
Eseguito al meglio, il tema risolve l'esame: una prova valida dimostra alfabetizzazione, capacità di citare ciò che si conosce in modo pertinente, proprietà di ragionamento e quindi testa pensante (il massimo, cioè dimostrazione di originalità e spessore, non l'ho mai visto, ma, come per lo Yeti, non escludo che possa esistere).
Se però il tema fa pena, neanche il più ignavo e scalzacani dei docenti di italiano potrà mai prendere per buone alcune bestialità che gli studenti si sono sentiti in dovere di scrivere nero su bianco in un documento ufficiale.
Copiare è inutile, va da sé, a meno che non ci sia qualche spregiudicato che riesce a passare la prova a un complice che gli svolga la prova e gliela ripassi. Sforzo esagerato e rischio eccessivo, ma le menti non pensanti arrivano anche a non calcolare tutto ciò. Comunque, non mi è mai capitato di assistere a brogli durante la prima prova e quindi l'agonia di 6 ore di sorveglianza non ha alcun diversivo (se escludiamo il collega esterno che durante le sorveglianze si spaccava mediocri birre in lattina da 33cl).
Fosse per me, l'Esame di Stato dovrebbe comprendere solo il tema.
Se va bene, diploma.
Se va male, decapitazione.

SECONDA PROVA – MATERIA DI INDIRIZZO.
Essendo le possibilità di copiare più alte rispetto al tema, i commissari esterni si presentano in alta uniforme della Stasi (vai su Google, è roba clamorosa... poi guarda anche “Le vite degli altri”). Sempre che appartengano alla tipologia Angelo Vendicatore (vedi post precedenti).
In caso contrario, la seconda prova passa liscia come l'olio.
In effetti le 6 ore a disposizione di solito sono abbastanza per fare un lavoro fatto bene, ma capita che “studente” e “lavoro fatto bene” non siano proprio sinonimi. E allora abbiamo quelli che consegnano dopo il tempo minimo (3 ore) ostentando sicurezza e ricevendo anche il bacio accademico da parte dei commissari speranzosi di andare a casa presto: sono quelli che di solito prendono 4-6-8 quindicesimi (sempre pari, ma mai sufficienti). Ma ci sono anche gli altri, che consegnano dopo 6 ore giuste giuste, beccandosi almeno un'ora di maledizioni a denti stretti da parte della commissione: questi, grazie al “bonus odio” durante le correzioni fatte da commissioni disfunzionali (mica tutte, eh...), mai arrivano al massimo.

TERZA PROVA (R.I.P.).
Dall'anno prossimo non esisterà più ed è un bene. Per le seguenti ragioni:
  1. era il festival dei peggiori tentativi di copiare, roba da Darwin Award... se fosse permesso tagliare un dito per ogni tentativo scoperto, avremmo orde di mutilati a carico dello Stato;
  2. per evitare le copiature, i commissari interni cercavano di mettere domande accessibili, rendendosi tragicamente conto che alcuni studenti sono in difficoltà anche l'accoppiata nome/cognome... e comunque cercavano di copiare lo stesso;
  3. i commissari esterni o facevano come gli interni (con gli stessi risultati) oppure mettevano domande canaglia per distribuire giustizia divina come la Falce di Azrael: in ambo i casi il naufragio era più che un'opzione;
  4. gli studenti che non avevano studiato ma non volevano/riuscivano a copiare facevano gli occhioni tristi ai commissari... gli occhioni tristi, fossero stati valutabili, avrebbero proiettato verso il diploma fior fior di sfaccendati.
La sorveglianza era schizofrenica, dai divieti di parlare fino al respirare a comando, unite a generose aperture con battute sconce da caserma (se il Presidente apparteneva a una certa sottocategoria) oppure con indicazioni da parte degli interni condite da insulti perché gli studenti chiedevano cose ripassate due settimane prima.
Ribadisco, ci sono anche gli studenti bravi. Ma di quelli si parla altrove, qui solo disagio.
Buttiamola nella latrina, questa terza prova. E sostituiamola con niente, per favore. Così gli esami finiscono prima.

INTERMEZZO 1.
Nelle prove scritte gli studenti con certificazioni particolari (Disturbi Specifici dell'Apprendimento o DSA, es. dislessia) hanno il 30% del tempo in più per completare la prova. Ciò li rende soggetti temutissimi dalla commissioni, perché possono inchiodare i docenti ben oltre le 6 ore previste (per le prime due prove).
Ancora oggi è celeberrimo l'urlo di uno stimato docente di mezz'età allo scadere della sesta ora: “Consegnate, tempo scadut... Dannazione (in realtà disse ben di peggio)! C'è il DSA!!!”.

INTERMEZZO 2.
Prove suppletive... quando uno studente per malattia perde una prova, si deve organizzare il recupero. Stesse modalità delle prove ufficiali, ma con quesiti differenti.
Chiaro che l'assenza deve essere motivata e storie del tipo “ho perso l'autobus”, “mi sono dimenticato” o “pensavo di essere ancora in quarta” non danno grandi diritti. Ma la malattia deve essere roba seria, perché le commissioni costrette alle suppletive sono come i carcerati a cui viene ritardato il giorno di uscita dal carcere.
Leggendario fu il Presidente che, alla notizia di uno studente assente per malattia e calcolato che la suppletiva gli impallava la programmazione per andare a pescare, esclamò: “Subito inviare ufficiale giudiziario, visita medica a domicilio e un team di esperti”, e qui si fermò, ma sperava anche di spedire un plotone di esecuzione per giustiziare il malato.

Le correzioni.
Il Ministero obbliga i commissari a essere tutti presenti durante le correzioni.
Tutti.
Anche quelli che non hanno nulla da correggere.
“Aspettando Godot”, “Il processo”, il concetto di alienazione in Marx... fate un po' voi.
Accade che ci siano docenti veloci come saette, correttori sotto anfetamfine che finiscono il lavoro in tempi da record olimpico. Ma ci sono anche strazianti plantigradi in letargo, lenti come una lezione su Wittgenstein tenuta dal sottoscritto (io però in mezzo mormoro anche parolacce). I primi sono santi e vanno tutelati. I secondi sono spesso oggetto di ricatti e minacce, ma se la lentezza è anche di comprendonio, non c'è pugnale che tenga: il nostro destino è il sequestro di persona per tutti a oltranza.
Poi fa caldo.
Poi si litiga sul fare pausa o andare avanti senza soluzione di continuità, sperando di finire prima delle tenebre.
Poi salta fuori quello che aveva un impegno inderogabile e cerca di scappare.
Poi c'è la fase delle contrattazioni sui voti in stile Büyük Çarşı (vai di Google!). 
Alla fine si pubblicano i voti, si va a casa togliendo il saluto a qualcuno e si attendono gli orali.

E in attesa degli orali, fai il ripasso:



lunedì 6 agosto 2018

Esami di Stato pt. 2: spionaggio, imboscate e cappuccini


LA RIUNIONE PLENARIA.
Riunione che serve ai commissari per conoscersi, per verificare come sia il Presidente e per pianificare il calendario delle operazioni.
Sulla carta.
In realtà ecco cosa succede.
  • COMMISSARI INTERNI. Studio attento del Presidente, che in un mondo utopico coniugherebbe l'efficienza aziendalista di team leader con l'umanità di un saggio filosofo (ovvero, è bravo a fare i calendari e promuove tutti).. in un mondo utopico, appunto. Altrettanto accurata l'analisi nei confronti dei commissari esterni, giacché li si spera comprensivi con i poveri studenti analfabeti: in sostanza, dovrebbero promuovere tutti senza fare i protagonisti dell'esame (perché il ruolo di protagonisti è ambito dai commissari interni).
    Cosa aiuta nel valutare i colleghi e Presidente durante la riunione plenaria? Parametri inoppugnabili come l'odore corporeo, le scarpe indossate, la disponibilità a ridere alle battute vergognose che qualche interno mette in campo per stemperare la tensione, il “sentito dire” che arriva dagli studenti (generalmente sono rocamboleschi voli pindarici attorno ai sempreverdi temi di sesso e droga). Insomma, conta la prima impressione.
    I commissari interni di solito sono persone con normali processi metali, perché il Consiglio di Classe non è talmente idiota da inserire squilibrati... tenendo conto che tra gli esterni possono annidarsi casi mostruosi.
  • COMMISSARI ESTERNI. Tendono a incarnare due estremi: Angelo Vendicatore della Cultura, pronto a spazzare via le tenebre dell'ignoranza, oppure Benevolo Genitore Surrogato, che a colpi di domande da Settimana Enigmistica (prima pagina) e risposte che si dà da solo, conduce tutti i pargoli a votazioni scintillanti. Nel primo caso gli studenti sono spacciati, a meno che non intervenga il Presidente per placare gli animi (gli studenti se la caverebbero anche studiando, ma non vorrei ragionare troppo per assurdo). Nel secondo caso, se i commissari sono tutti così si può già dare anche agli studenti una laurea 110 e lode, altrimenti comincia il valzer di scontri e ripicche tra commissari (“Sei troppo buono”, “Sei troppo cattivo”, “Ti puzza l'alito”, “---inserire insulto generico alla madre---”...).
    Se sono persone normali, ci si ragiona e si procede tranquilli verso un Esame nella norma. Altrimenti, solo un Presidente illuminato può salvare la situazione. 
  • PRESIDENTE. Egli sa che i ricorsi avvengono in caso di bocciatura e che si giocano tutti sui vizi di forma, quindi i verbali della commissione devono essere impeccabili. Ragion per cui molti Presidenti se li fanno da soli, e il segretario deve solo rivederli e controfirmarli.
    Ma l'Umanità è vasta e varia, quindi ci sono anche Presidenti che vogliono solo andare in ferie, che dormono in piedi, che molestano femmine e maschi, che obbligano il segretario a produrre centinaia verbali che poi vengono costantemente cancellati e riscritti, che non sanno organizzare nemmeno la spesa settimanale e figurarsi una serie di impegni istituzionali, ecc. 
    Se si presenta la peggiore ipotesi, è l'Abisso. Sei commissari sequestrati dal Ministero e obbligati a lavorare in piena estate, coordinati dal Presidente peggio della nazionale zairese ai mondiali '74. Solo anni di abitudine alle difficoltà, a fare di ragion virtù, ad accettare la follia e abbracciare il nonsenso (insomma, la quotidianità per un docente italiano) può permettere di uscirne vivi.

Alla Plenaria si deve prendere anche una decisione drammatica: i turni di sorveglianza durante le tre prove scritte. Nella migliore delle ipotesi si fanno turni equi. Ma tale ipotesi si presenta raramente. C'è il commissario che abita in mezzo a un lago (tutto vero), quello che di mattina deve badare alle capre, quello che si sveglia alle 4 e quindi vuole il primo turno ma alle 11 deve assolutamente andare a dormire, quello che farebbe tutti i turni ma ha problemi di trasporto perché gli hanno ritirato la patente (è sempre tutto vero), quello che soffre il caldo o il freddo, quello che ha fissato degli impegni inderogabili proprio in quelle ore perché non si ricordava di essere stato nominato commissario(continua a essere una storia vera).
Alla fine, per fame o per sonno, qualcuno cede e il calendario esce. Gli esterni vorrebbero sempre uno dei loro presente, giacché ci si immagina un team di commissari interni spregiudicati e corrotti (in stile polizia messicana) che vivono per favorire oltre ogni limite l'esame dei loro studenti. Cosa che potrebbe anche verificarsi ogni tanto, ma vediamo l'impostazione mentale del commissario interno:
  1. se lo studente è bravo, non ha bisogno di aiuti;
  2. se è medio, non ha bisogno di aiuti;
  3. se è sufficiente, anche senza aiuti un diploma se lo porta a casa; 
  4. se è scarso, abbiamo alcune opzioni:
  • è scarso per vari problemi certificati (dislessia, iperattività, ecc.): esistono nelle misure previste dalla legge e ce la fa senza aiuti;
  • è scarso perché non capisce nulla e non ci si capacita di come sia arrivato in quinta: anche con aiuti non ce la farà, quindi inutile farlo;
  • è scarso perché “ha le capacità ma non si applica”: me lo sono dovuto sopportare per anni, magari con i genitori che minacciano perché il piccolo genio non è valorizzato, e ti pare che vado anche ad aiutarlo?

Forti di queste convinzioni antitetiche, i due team di commissari si preparano ad affrontare le tre prove scritte. Che, dal punto di vista dei docenti, sono l'equivalente di ciò che accade ne “Il deserto dei Tartari”: lettura che consiglio senza indugio, mentre attendete il prossimo post sulle prove scritte.

PS. Capita che la scuola ospite preveda di offrire cibarie e bevande (caffé e cornetto, al massimo) alla commissione. Non spesso e comunque più nelle private che nelle pubbliche. Ragion per cui potrebbe sembrare corruzione. Tuttavia, se un commissario si fa comprare in cambio di qualche brioche, evidentemente costui passa il tempo libero a chiedere l'elemosina in stazione.
Il pericolo più grande, in questi casi, è la gola. Alcuni commissari sembrano a digiuno dagli anni '90 e quando arriva il momento spazzolano tutto quello che c'è, come se fossero stati allevati in qualche orfanotrofio. A volte si portano anche a casa gli avanzi, come si fa nei matrimoni che piacciono a me, con la differenza che in una commissione di 7 persone gli “avanzi” sono un nome elegante per definire i furti. 
Magari nella Prima Repubblica ti rimborsavano anche l'acquisto delle Galatine... ma ormai l'abbondanza è finita e le commissioni si presentano con i Tupperware pieni di insalata di riso.

venerdì 20 luglio 2018

Esami di Stato pt. 1: preludio all'abuso o "della schiavitù moderna".

ESAMI DI STATO pt. 1


Un potpourri di esperienze in anni e anni di meriggiare pallido e assorto, mentre tutti sono in vacanza e io assisto al declino della civiltà occidentale.

PROEMIO
Ho vissuto anche Esami di Stato gestiti in maniera professionale, con colleghi impeccabili sotto ogni punto di vista, con studenti brillanti dal futuro assicurato in qualche rapace multinazionale.
Ma chi avrebbe voglia di leggere ciò?
Magari ve ne parlo dietro pagamento.
Nel frattempo, ecco uno sguardo nell'Abisso.

Interludio.
Il commissario esterno, quasi in pensione, ma inchiodato alla cattedra dalla riforma Fornero per anni e anni, mi fissa negli occhi e mormora: “Voglio morire. Odio l'esame di stato. Odio la scuola italiana e gli italiani. Lasciatemi solo”. E io, che il dolore lo rispetto e non voglio morti sulla coscienza, lo lascio solo. Coerente con ciò, nel corso dell'esame il collega ha più volte ribadito il suo affetto per Thanatos (e per le specialità greche del Lidl).
A quanto ne so, è ancora vivo.
E in cattedra.

… ma partiamo dall'inizio...
E per questioni generazionali, assumo solo il punto di vista dei docenti. Quello degli studenti è già abbastanza evidente guardando i loro profili social.
In un mondo ideale la preparazione per l'Esame di Stato inizia in Terza superiore e in certi istituti spietati come Tana delle Tigri è effettivamente così. Nel mondo reale, invece, il panico si scatena in Quinta. Raramente a settembre, più spesso verso gennaio, quando escono le materie esterne.
Allora il docente la cui materia è esterna esibisce immediatamente le seguenti patologie: panico, gli studenti non hanno mai studiato la disciplina, “L'avevo detto che bisognava bocciarne almeno 36!”, il programma risulterà esiguo come la discografia degli Aviator (ma senza la stessa qualità), “Io certe figure non le faccio!” e via di isteria.
Gli altri docenti cominciano invece ad accampare scuse per non fare i commissari interni. Perché?
  • Pochi soldi, talmente pochi che ci puoi fare al massimo una grigliata seria con gente motivata ma astemia.
  • Sequestro di persona per circa 3 settimane, mentre il mondo reale si sollazza tra allarme canicola, bombe d'acqua e soggiorni al centro commerciale.
  • Sfiancante attività di lobbying per tutelare gli studenti: se son bravi devono prendere voti alti, se son scarsi devono uscire col diploma, se sono medi si tira una moneta per decidere il voto.

Superata la fase del rifiuto, il docente arriva all'accettazione del suo compito ingrato e il consiglio di classe decreta le materie interne. Prerequisito fondamentale è che la disciplina sia incomprensibile ai commissari esterni, in modo che gli studenti possano infilare asinate senza essere ripresi in continuazione. Inevitabilmente, la materia in questione risulta essere Filosofia e il titolare ovviamente il sottoscritto.
L'obiezione che io insegni anche Storia e che le asinate in Storia paiano evidenti pure a un adulto di cultura media (non è che un docente di Fisica possa ignorare chi abbia vinto le guerre mondiali, come invece è capitato a qualche mio studente) non ha mai goduto di alcun credito all'interno dei consigli di classe. Del resto alcuni colleghi, appena sentono “Materia interna Filosofia/Storia”, si tuffano sotto il banco per prenotare le ferie con lo smartphone. 
Nominati anche gli altri due commissari interni, sventurati tanto quanto me e anche di più, visto che almeno io me la metto via che mi tocca ogni anno, arriva il momento di assumere per il corpo docenti le seguenti disposizioni d'animo.
  • TITOLARE DI MATERIA INTERNA. Si dibatte tra due dilemmi: concludere il programma con calma e restare sul semplice (risultati semi-garantiti, ma poca gloria personale) o imbarcarsi in ardite integrazioni su argomenti che interessano giusto 2-3 persone al mondo (grande soddisfazione personale, ma studenti che blaterano a caso concetti e formule).
  • TITOLARE DI MATERIA NON PRESENTE ALL'ESAME. “Mare o montagna?”.

E quindi tutto dritto fino a primavera inoltrata, quando ogni bravo docenteripete il mantra “Siamo indietro col programma – Mi mancano voti”. Il che è spesso vero, soprattutto quando nelle Quinte albergano maggiorenni con il potere di firmarsi le giustificazioni e quindi di diventare imprendibili come Lupin. Alla fine si riesce sempre a catturarli per cacciare qualche voto, comprensibilmente vicino al 3 o 4, col risultato che poi gli infingardi pretendono di recuperare fuori orario nell'ultimo giorno di scuola. Perché nella prima settimana di giugno le giornate scolastiche durano 18 ore.

Altro evento fondamentale di fine maggio: il MIUR pubblica i nominativi dei commissari esterni e del presidente.
Gli studenti si scatenando in opere di intelligence per carpire tutte le informazioni possibili sui commissari, anche se di solito arrivano input del genere:
  • “E' buono/cattivo”
  • “E' stato visto acquistare droga nel parcheggio dell'Iperlando”
  • “Domanda sempre ... (inserire argomento casuale che mai e poi mai il commissario chiederà all'esame)”.
Per i docenti è molto più importante capire chi sia il presidente di commissione. Per un motivo banale. Se è persona assennata, si lavora il giusto e si finisce presto. Altrimenti è l'Abisso.
E qualche volta Abisso fu...

Presto o tardi, la seconda parte...

sabato 5 maggio 2018

Frontiers Rock Festival 2018: il festival indoor col maggiore afflusso outdoor

FRONTIERS ROCK FESTIVAL
Day 1 – 28 APRILE 2018
Live Club (Trezzo sull'Adda – MI)



Il pubblico del Frontiers Rock Festival mi ricorda i gerarchi nazisti nel film “La caduta”: tutti a far festa mentre le bombe stanno trasformando Berlino in un parcheggio. E mentre il mondo musicale è ormai partito verso lidi imperscrutabili, gli appassionati di HardRock/AOR si ritrovano a Trezzo sull'Adda. Tutti conoscono tutti e incanutiscono insieme gioiosamente, come gli alpini o i radioamatori.
Il tempo passato a farsi foto è ben superiore a quello trascorso sotto il palco, la frase più comune è “Li ho già visti nel 198...” e verso sera la caccia ad un posto a sedere è degna di una gita dell'ospizio al museo. Ma è proprio il genere che sta invecchiando (bene o male, dipende dai punti di vista) e così il suo pubblico. Resta da sperare che la scienza si sbrighi a creare parti umane intercambiabili, unica soluzione per evitare che si proceda verso l'estinzione fisica dei Rocker (musicisti e fans).
Comunque sia, anche quest'anno solo una giornata del Festival per me. Vissuta al massimo, almeno fino a quando le gambe hanno retto. Poi divano e borsa dell'acqua calda. Che a far sociologia da ignoranti si sbaglia, ma tanto non te ne rendi conto.

HELL IN THE CLUB.
Il fascino dell'autogrill e dei provoloni al pepe mi impedisce di arrivare in tempo a vedere gli HINTC. In molti non hanno apprezzato lo show, ma senza alcun riferimento alla prestazione tecnica, alla presenza scenica e alle canzoni. Evidentemente la band deve aver rubato le autoradio a parte del pubblico. Oppure hanno molestato le fidanzate immaginarie di molti presenti. Io me li ricordo bravetti, ma l'autoradio ce l'ho ancora e la mia fidanzata esiste...

BIGFOOT.
Crassa ignoranza la mia, che arrivo allo show senza sapere nulla su questi 5 inglesi. Possono vantare una quantità di capelli collettiva imbarazzante, più di Praying Mantis e MTB messi assieme. Hard Rock classico, col cantante che ghigna come Jack Black (e mangia pure come lui, a occhio) e ogni tanto azzecca il ritornello, ma poi si lanciano anche sul blues e quando sento un po' di blues mi metto la retina per non perdere i capelli e scappo fuori (dove è pieno di donne, giacché il blues è uno dei massimi generi scacciafighe).

AMMUNITION.
Dalla Norvegia in una tempesta di sudore e problemi tecnici piombano sul palco gli alfieri del rock sbarazzino e facilone. Il bassista Lasse Kjus è il top dei top: praticamente un paracarro con zazzera da denuncia e occhiali da carcerazione immediata... volevo farci una foto, ci sono riuscito e ve la godete alla fine del report. 
Il batterista Tore André Flo neanche l'ho visto, mentre il tastierista Kjetil André Aamodt sembra un colletto bianco, ma ha il pregio di sparare le basi con grazia e nonchalance. 
Il chitarrista Ole Gunnar Solskjær mi è parso troppo magrolino per reggere l'urto dei suoi compagni. Ma la punta di diamante è il cantante Åge Sten Nilsen, un mio eroe personale dai tempi dei Wig Wam: sudato fin dagli anni '90, Nilsen oggi sembra Elvis a fine carriera con i capelli di Izzy Stradlin. La voce c'è sempre e il carisma non è da meno, in più suona pure la chitarra con risultati da immediata retrocessione al primo anno di conservatorio (ovviamente questa la sparo senza sapere niente di come si suona). Per me eroi veri, a testa alta mentre infuria la tempesta dei suoni a vanvera.

PRAYING MANTIS.
Io lo so che quasi tutti amano i Praying Mantis quando fanno i metallari con le cavalcate stile Maiden e il chiomatissimo singer (eccezione meravigliosa in una band che ha perso la lotta contro la calvizie da decenni) a ululare alla luna. Io però li preferisco iper melodici e strappalacrime, quando azzeccano tutti gli elementi di una canzone e consegnano a noi piccoli gioielli di perfezione. In quei momenti si vola alto. Poi svaccano con le peggiori camicie del Frontiers 2018. Ma sono inglesi, le loro signore vanno all'ippodromo coi fagiani sul cappello...

MICHAEL THOMPSON BAND.
Il sound del capitalismo. Zero urgenza rock, zero spigoli, zero ruvidità. Suoni perfettamente calibrati, melodie ariose e ricercate, una cura per il singolo dettaglio che funziona solo se sei un medio-alto borghese appagato che ama dedicare tempo e cura alle cose che fa. Avessero l'orto, avrebbero i pomodori grossi come meloni. La Weltanschauung (e avanti di perle ai rockers...) dei MTB è yankee fino al midollo, quella della classe media benestante che ha la piscina in giardino, i figli al college, il cottage sul lago e qualche arma da fuoco nella dispensa. A vederli sembrano una band da matrimoni (dicono il cantante sia un leader del settore), poi sciorinano tutte le hit clamorose dei due album e ti stendono con la qualità. I Rockers duri e puri ovviamente se ne fregano e stanno fuori a farsi i selfie, perdendosi il bassista Larry Antonino che è più anni '80 di chiunque altro nel raggio di 10 km: avrebbe potuto essere il protagonista di “Chips” o “Hazzard”, i riferimenti culturali di tutto il blocco occidentale durante la Guerra Fredda. Giudizio finale sul leader Michael Thompson: guitar work impeccabile, chioma impressionante, attitudine rilassata da conto in banca a parecchie cifre.

QUIET RIOT.
I QR sono stati al posto giusto (USA) nel momento giusto (1983): si può dire siano rimasti lì, in questo stallo temporale in cui la loro musica è rimasta (quasi) sempre la stessa, mentre la band invecchiava e il pubblico se ne fregava sempre di più. Chuck Wright è chiaramente indigente, sennò a 60 anni non sarebbe in tour con i QR e avrebbe i fondi per la chirurgia estetica: invece deve mettersi occhiali e cappello in un Live Club al 110% di umidità e deve tenere la bocca a culo di gallina per stirare le rughe. Poi al basso è fenomeno vero, ci mancherebbe. Stessa cosa per Frankie Banali: tra barbaccia e parrucca e occhiali da sole, il suo volto è occultato dal 1992 (anno in cui, con un drumset di fustini e padelle, ha imposto a “The Crismon Idol” dei WASP una confusione sonora che per fortuna non rende l'album meno capolavoro). Comunque hanno portato a casa la pagnotta e mi sarei stupito del contrario: i tre vecchiacci suonano dal 1871 e il giovane Durbin ha la forza per trascinare un pubblico che ha l'età media di suo padre.

STRYPER.
Gesù deve essere un po' dalla loro parte, se gli Stryper sono ancora in giro a suonare concerti belli e vigorosi, nonostante da studio siano coinvolgenti come un'omelia al matrimonio del cugino che detesti. Comunque si tengono bene, Michael Sweet ha ancora voce per ammonire i non timorati di Dio e il nuovo bassista Perry Richardson sfoggia una chioma in stile Versailles 1789. La scelta di meno classici e più roba nuova lascia al pubblico parecchio tempo per servizi fotografici artigianali all'esterno del locale o davanti al wc. Per punirmi del mio ostinato rifiuto di partecipare alla pesca di beneficienza della parrocchia, gli Stryper mi lanciano pure una Bibbia, che schivo neanche fosse un cavolfiore marcio.
Poi una visione illuminante: trattasi di una band di scismatici luterani invisi alle gerarchie papali e qui in Italia i papisti è meglio tenerseli buoni...

Per evitare la scomunica di Papa Francesco scappo nella notte verso l'autostrada, anche perché “highway and neon lights” è troppo Eighties. Ma tutti gli autogrill sono pieni di ultrà che rientrano dai loro rituali collettivi e la salvezza la raggiungeremo solo rientrando nella Madre Terra Veneta, dove ogni campanile scatena faide secolari. Troppa vita troppo in fretta, prima di scrivere questo report serviranno giorni di severa e purificante agricoltura.

RINGRAZIAMENTI doverosi:
a Checco e Caio, che ne sanno di calcio, bevono con stile e la musica la ascoltano;
a Lorenzo Vettorello e Notturno Metal Radio Show, che cacciano i soldi per le trasferte e pagano le parcelle degli avvocati;
a quelli che ho incontrato e con cui ho fatto foto: sono diventato arrogante e spocchioso a causa della subitanea popolarità e la mia famiglia ringrazia;

alla Frontiers, che organizza una cosa bella e giusta oltre ogni ragionevole dubbio.


Eccomi col bassista degli Ammunition: vogliategli bene come gliene voglio io.

lunedì 26 febbraio 2018

Rhapsody + Beast in Black + Scarlet Aura : back to basics

RHAPSODY + BEAST IN BLACK + SCARLET AURA
18/2/2018
New Age Club (TV)



Non ci sarei dovuto essere: la prima band non la conosco, i Beast in Black mi piacciono quando si chiamano Battle Beast e i Rhapsody dal vivo hanno senso quanto uno show di Gianni Dego (monumento del liscio da balera nella Sinistra Piave). Però buttando la spazzatura in tangenziale ho trovato 33 euro per terra e sono volato al New Age per vedere se Turilli ha ancora le canottiere da wrestler.

Locale pieno, neanche suonassero i vincitori di qualche talent show. Maggioranza di ex ventenni come il sottoscritto, ma anche un buon numero di giovani Metallari confusi (ormai troppi under 25 ascoltano musica a caso, quindi sono Metallari ma anche appassionati di jazz, latinoamericano e trap). Presenti anche diverse umane (femmine), sorvegliate a vista dai compagni Metallari che, una volta beccata una donna, non la mollano più perché certi treni passano solo una volta.

SCARLET AURA.
Melodic Metal dalla Romania, con cantante ossigenata. Band dalla statura media sorprendentemente bassa. Colgo tre note, me la cavo con una formula da prof: hanno le capacità ma non si applicano (tradotto per gente spietata: non ci arrivano).

BEAST IN BLACK.
Portano sul palco un impatto da veri bulli, con un quintale di basi e un sound volutamente iper-sintetico, ma anche potente e melodico. Per una volta il bassista si sente, anche ha lo stesso suono di R2-D2. Basi di tastiere, basi dei cori, basi per qualche passaggio di batteria, roba che neanche Alberto Camerini a Suoni di Marca versione karaoke (che però aveva un cachet di 100 euro).
Il tutto comunque funziona: il cantante è ganzo e si fa anche tutto lo show con una palandrana da docente di Hogwarts (a fine concerto ha perso 5 kg in sudore e qualche anno di vita), gli altri strimpellano e il chitarrista n°2 (che non serve a nulla) fa le faccine simpatiche.
Ci sta bene pure una pacchianata come “Crazy Mad Insane”, che fondamentalmente è un pezzo di Ivana Spagna anni '80 su cui la band indossa occhiali LED che avrebbero scatenato gli entusiasmi degli smandibolati a Jesolo nel 1994.
Promossi, almeno fanno finta di cantare i cori.

RHAPSODY
(con introduzione in stile disputatio medievale perché mi sono appena informato su Wikipedia).
QUAESTIO.
  • Vale la pena?
RESPONDENS.
  1. Tour d'addio
  2. Reunion con membri storici
  3. Suonano proprio gli album che mi piacevano da ventenne
OPPONENS.
  1. Non ci crede nessuno. I Kiss sono in tour d'addio dal '96, gli Scorpions da 15 anni, i Manowar faranno durare il loro tour per 20 anni.
  2. Ci sono Turilli e Lione, ma manca la drum machine dei primi album e Staropoli costa troppo in shampoo e balsamo, quindi se ne resta a Trieste.
  3. Forse li suonano anche uguali, ma tanto si sentono solo le basi, Lione, delle zanzare e delle padelle.
DETERMINATIO.
  • Ho ragione io

Tonnara magistrale per circa un'ora: a parte la splendida voce di Lione, si sentono solo basi, una zanzara (chitarra di Turilli) e delle padelle della AMC (la batteria). Basso e altra chitarra non pervenuti, tanto valeva mettere due sagome di cartone e spartirsi i soldi in tre.
Detto che i suoni nell'ultima mezz'ora migliorano, faccio l'anziano e mi focalizzo sulle incongruenze:
  1. la band investe in studio per il sound calibrato e hollywoodiano... poi va al New Age e senti i suoni di una cover band dei Rhapsody al pub;
  2. nelle ballad e nelle parti atmosferiche rimane solo Lione sul palco con le basi orchestrali ed è subito provino di X-Factor;
  3. la band neanche ci prova a far finta di fare i cori... nessuno si sente un po' babbeo quando la gente non urla eppure sembra di essere lo stesso al Maracanà?

A questo punto vivo una scissione interiore.
Il Me ventenne: capelli XXL e magliette XXL (unica misura, non come oggi che fanno pure i tanga metal), resistenza alla birra massimo due medie e poi svenimento, a scuola con il chiodo anche a giugno e zero donne. Zero. Il Me ventenne amava i Rhapsody, primi due album da fanatismo vandalico. Il Me ventenne gli perdonava tutto ai Rhapsody, anche 40 minuti di scandalose zappate sul palco del Gods of Metal 2001.
Il Me attuale: egli ha conosciuto l'età adulta, il precariato, le 48 ore per recuperare la sbronza di tre birre medie. Il Me attuale ha detto addio a tante cose... molti capelli, i videogiochi, chiodo e maglietta in inverno. Egli vorrebbe forse credere per una sera ancora in Algalord e Aresius, ma come si fa se sul palco i Rhapsody mi portano le tonnare?

E ora, il Gran Galà della Rilevanza:
  • Divisa dei Rhapsody: stock di magliette della salute nera prese al mercato, pochi capelli (salviamo Lione), jeans neri (bassista in pantaloni bracaloni gotici, giusto per spiccare sulla massa), scarpe a caso.
  • Mobilità dei Rhapsody: Lione ben piantato in centro, Turilli vagabondaggio generico con manine agitate al cielo (mi piace Turilli, ci crede sempre come agli inizi e l'arringa finale vale almeno 3 euro del biglietto), basso con moto causale e centrifugo, chitarra n°2 isolata a destra con scarso desiderio di farsi notare (sia nei suoni, sia nella presenza), tastierista invisibile ma presente ovunque (tipo la sostanza di Spinoza, oppure la sfiga).
    A me piacciono le band che fanno le mossette sincronizzate. Se proprio non si riesce a provarle in sala prove perché non esiste una sala prove dei Rhapsody, almeno ci si eserciti da soli a casa a fare le pose eroiche, però poi serve coordinarsi. Sennò salta fuori il disagio.
  • Lione, in veste Pippo Baudo, presenta ogni pezzo come a Sanremo, ma la cadenza toscana chiama la bestemmia e la mancanza di essa ha onestamente un po' deluso noi baldi agricoltori veneti, che alle tradizioni ci teniamo e un 33 euro per sentire qualche bestemmione li paghiamo anche volentieri, ohibò.
  • Cantante femmina che compare sul palco per 48 secondi, improvvisa con Lione una coreografia minimal da “High School Musical”, scatena ululati da parte del pubblico in evidente carenza ventennale di donne e sparisce per sempre nella notte.
  • La cover di Bocelli: Lione introduce con una storia che non ascolto, forse ha incontrato Bocelli in autogrill e hanno chiacchierato, da qui l'idea della cover. Per fortuna che i Righeira non li becchi mai in autogrill.
  • Fine concerto con pubblico esaltato che chiede un altro pezzo, ma la band aveva finito le basi.


Finlandesi dappertutto



lunedì 30 ottobre 2017

Rhapsody o.F. + Orden Ogan, la recensione senza peli sulla testa


ORDEN OGAN + RHAPSODY OF FIRE + UNLEASH THE ARCHERS
24 ottobre 2017
New Age Club (Roncade – TV)

Poteva essere una desolazione umiliante, invece salta fuori un'ottima serata di Power Metal.
Presupposti a dirla tutta negativi...
  • Mettici un martedì sera, in cui il Maschio Beta Trevisano generalmente gioca a calcetto e poco pensa al Metal.
  • Mettici che il genere scacciafemmine per eccellenza rischia di trasformare lo show nella Sagra della Salsiccia.
  • Mettici due band come Unleash the Archers e Orden Ogan, che in Italia non possono neanche contare sui parenti per rimpinguare il pubblico.
  • Mettici che la band più nota, i Rhapsody of Fire, suona per seconda e neanche un'ora.
Insomma, i presupposti per il naufragio c'erano tutti.

Evidentemente invece i giocatori di Dungeons&Dragons senza attitudine calcistica sono numerosi in Veneto, quindi l'affluenza è dignitosa. Quattro cani con gli UtA, consistente collezione di stempiature e magliette XXXL con i RoF, qualcosa di meno con gli OO (perché se si arriva a casa verso le 23 ci sta anche una partita a League of Legends).

UNLEASH THE ARCHERS
Mettiamoci nei loro panni: milioni di km dal Canada per aprire questo show nella campagna veneta alle ore 20.05... venti persone sotto il palco sono un trionfo. Heavy classico con accelerazioni da gara di motorini davanti all'oratorio e una serie di cover degli Iron Maiden che spacciano per canzoni loro, ma ce la mettono tutta e alla fine convincono tutti. Eppure a leggere di musica ci si annoia, quindi sotto coi dettagli collaterali:
  • Chitarrista alla mia sinistra: prelevato di peso dalla copertina del primo Allman Brothers, si piazza davanti al ventilatore e per un'ora mormora con gli occhi chiusi “Sono al Fillmore East. Sono al Fillmore East”.
  • Chitarrista alla mia destra: deltoide sproporzionato, deve smetterla di allenarsi guardando i video di “Malati di Palestra”.
  • Bassista strabico col bassino minuscolo e seri problemi di assimilazione delle proteine.
  • Batterista scarsone, ma leader della band.
  • Cantante Brittney Slayes (l'unica di cui mi sono cercato il nome su Wikipedia), brava a passare da Bruce Dickinson a Rob Halford fino a King Diamond (cioé Halford con una molletta sui testicoli), grande presenza scenica con una serie di coreografie azzeccate e il solito vecchio headbanging per quelli che vogliono vincere facile.
Bravi, gli comprerei anche qualcosa, ma i CD costano come un biglietto A/R per il Canada e le magliette sono così dozzinali che a confronto quelle degli Iron sono dei dipinti del Caravaggio. Appena mi arriva lo stipendio da Notturno Metal provvedo a ordinare alla band un po' di sciroppo d'acero.

RHAPSODY OF FIRE
Band dalla lineup più instabile del cast di “Sentieri”, si presenta adesso con lo storico Alex Staropoli (con almeno 10 kg di massa in meno rispetto agli anni buoni), chitarra e basso mirabolanti dal Trieste Sunset Strip, la voce spettacolare di Giacomo Voli (che conoscono tutti per aver fatto un talent sulla RAI, ma io la rete nazionale non la prendo e tanto in TV guardo solo programmi di apicoltura), batterista tedesco ultra-sincronizzato (che usa più le gambe delle braccia, in piena tradizione power) e uno splendido MacBookPro che gestisce cori, orchestra e trattative per il tour tramite Siri (il che spiega perché gli Orden Ogan siano headliner). Show impeccabile come solo le band brandizzate Apple sanno fare, un nostalgico excursus attraverso canzoni storiche amatissime da un pubblico esaltato neanche avesse infilato una serie di 20 naturali sui tiri per colpire (D&D™). Timidi tentativi di pogo subito abortiti accompagnano una cavalcata trionfale che ci fa tornare 20enni ostracizzati dal mondo del Metal Integralista, perché nel 1998 ascoltare i Rhapsody era prova di dubbia eterosessualità.

ORDEN OGAN
Carriera rispettabile all'estero (dischi ogni 2 mesi, tour e festival anche nei centri commerciali, magliette pacchiane, ecc.), in Italia gli Orden Ogan sono roba per pochi. Sarebbe stato meglio avere i Rhapsody of Fire come headliner (almeno i pezzoni li si conosceva), ma è anche vero che le canzoni degli OO si imparano in 30 secondi e, forti dell'avere solo tre varianti di ritornelli, il pubblico riesce a canticchiarsele.
Scenografia rubata alle Fiere di San Luca di Treviso, con due manichini vestiti da cowboy e qualche sfondo dismesso dal villaggio western di Gardaland. Musicisti vestiti da vaccari come nel concept dell'ultimo album “Gunmen”, ma rovinano tutto coi lineamenti del tedesco in vacanza ai camping di Jesolo Cavallino.
Uomini da amare nella band:
  1. Chitarrista male in arnese e con capelli rari ma lunghi (messo davanti al ventilatore sembrava Einstein). Sorridente però.
  2. Batterista dritto e preciso come da tradizione teutonica, ma con sguardo fisso verso un punto davanti a sé (a parte brevi inclinazioni della testa verso destra, per vedere se qualcuno si stava fregando la birra), appena più mobile dei due manichini.


A livello di interazione siamo decisamente lontani dagli Dei del Rock, ma anche sotto l'animazione di un villaggio vacanze. Il che in sé non è male, ma se poi suoni 12 pezzi con 3 variazioni di massima, difficilmente lascerai un ricordo immortale e la brama di imitarti allo specchio al ritorno a casa. Infatti gran parte del pubblico preferirà tornare a casa a imitare allo specchio il MacBookPro dei Rhapsody (che deve essere un crumiro, però, perché ha gestito anche le parti migliori del concerto degli OO).