
Pensavo. E non dovrei farlo, ma a volte mi capita.





Ho visitato Walter nell'ospitale fiordo di Vigonovoborg. Ascolti stellari, roba che poche orecchie umane hanno avuto il privilegio di udire. Inutile elencare i gruppi, tanto non li trovereste mai, nemmeno da scaricare, e allora è meglio vivere in una beata ignoranza piuttosto che sapere dell'esistenza di opere spettacolari che mai riuscireste a possedere.
E' stato dedicato tempo all'ascolto di Rock/Metal cantato in italiano. Da sempre io considero tali generi necessariamente legati all'inglese. Per me il Rock italiano non esiste, non è Rock quello che passa in TV o in radio, non è quello che ci spaccia Vasco né quello di Ligabue, i Timoria e i Litfiba mi annoiano, lasciamo perdere i Negrita o i Verdena. Figurarsi poi gentaglia come Bluvertigo o Subsonica, che io considero il livello più basso della musica contemporanea. Il Rock in italiano per me non ha senso di esistere.
Tuttavia Walter, con pazienza, mi ha fatto ascoltare alcuni album notevoli. Sia per produzione, sia per idee. La musica non è altro che il nostro caro Hard Rock (nel senso più ampio del termine) con cantato in italiano. Ma di un altro livello rispetto a quello che si sente in giro. Per esempio, il disco dei Cappanera cantato in italiano da Morby (screamer dei Domine). Capolavoro. Voi non lo sentirete, perché è un album che non uscirà mai a causa della morte tragica dei due compositori e del rifiuto della famiglie di pubblicare tale opera. E' un vero peccato, perché vale tanto oro quanto pesa.
E allora il problema non è del Rock cantato in italiano, ma del fatto che le band che fanno Rock in italiano sono ridicole. Intendo quelle che escono coi loro lavori e che tutti conoscono. Vergogna ancora una volta all'industria musicale italiana, che di Rock non capisce nulla. Perché in fondo io resto della mia idea, non esiste una via italiana al Rock, meglio se ci si dedica ad altro. Esistono però dei casi particolari, pochi e selezionati, che dall'alto di una cultura musicale di livello, riescono a reinterpretare lo schema Hard Rock adattandolo alla lingua italiana senza scadere nel patetico. Band così non le sentirete mai in Italia, c'è poco da fare: da noi il Rock si è sempre identificato con il primo Celentano, con Little Tony, con la carovana gitana dei Nomadi, fino alle aberrazioni del dislessico di Zocca. Problema culturale, senza dubbio alcuno, e non solo a livello di ascoltatore/cliente, ma anche e soprattutto a livello di discografici italiani che sembrano non aver udito nella loro vita nulla di più scatenato di De Gregori e Marlene Kuntz.
Ricapitolando. Il Rock italiano non esiste, nel senso che quello proposto dal mercato italiano NON E' Rock. Esistono certamente pochissime band illuminate che sono riuscite a proporre del Rock credibile, ma sono talmente fuori dai canoni dell'italiano medio che non sono nemmeno riuscite ad arrivare nei negozi (oppure ci sono arrivate e sono state trascurate).
Meglio così, i pochi che le conoscono possono godere di ottimi ascolti nelle loro camere da letto. E quando parlano di tali band, possono sperimentare l'incredulità e i motteggi di coloro che il Rock italiano lo amano in quanto Vasco oppure lo odiano in quanto Vasco. Certo, vengono presi in giro per una questione inutile, visto che l'equazione Vasco=Rock è credibile quanto quella VittorioSgarbi=Educazione...

Io vado in Germania per mangiare. Fare 1300 km per Wacken è certo dovuto al mio desiderio di Metal, ma è anche altrettanto vero che la terra tedesca offre mille spunti culinari. Grezzi come da natura teutonica, certo, e impraticabili sul longo periodo, ma per qualche giorno il supplizio si accoglie con gioia.
Dopo aver divorato la bistecca fiorentina e la finocchiona in Toscana, avevo bisogno di esportarmi. Obiettivo Monaco. Terra della birra, del bratwurst e del pretzel.
Inutile stare qui a disquisire dei monumenti di Monaco, per quelli consultate qualche guida turistica. Io vi spiego dove sono andato a mangiare, e gli altri si vergognino.
MacDonald. Ebbene sì, avevo un calo di zuccheri e quindi ho conquistato un Milkshake. Io volevo il MacFlurry, che assomiglia troppo allo Slurp del JetMarket di Apu, ma avevano rotto la macchina. Pensa te quanto MacFlurry buttano giù questi tedeschi se arrivano a rompere la macchina. Comunque sia, risultato raggiunto: gli zuccheri hanno subito raggiunto il livello esagerato che Michael Moore e “SuperSizeMe” ci hanno brillantemente illustrato. Grazie Mac!
Hofbrauhaus. Qualunquismo turistico vergognoso, ma è indegno evitare la HB. La birreria più famosa della Germania e forse del mondo intero, stipata di stranieri ciucchi come macachi e di vecchi bavaresi in costume tipico che cantano e suonano senza soluzione di continuità. Per chi ci andrà, sappiate che al piano terra vanno i turisti, mentre i veri tedeschi se ne stanno al primo piano (ambientazione più in stile stube). C'è anche un secondo piano, una sala delle feste dove ogni sera si tiene uno spettacolo cultural-birro-gastronomico per introdurre i turisti alla storia e alla cultura bavarese (ti fanno pagare 20 euros, comunque). Mangiai stinco con canederli e bevvi birra chiara (1 litro, se ne ordini meno ti sputano nel boccale). Quantità ottima, qualità alla buona (ma era pur sempre uno stinco, mica aragosta), prezzi un po' alti per la media tedesca ma meglio che in Italia. Inoltre ho divorato il pretzel gigante, una treccia di pane bavarese coi grani di sale grossi come bottoni: penso sia l'unica pietanza tedesca non ricoperta di salsa.
Gastronomia sconosciuta. Insomma, ci entravano tutti e io dovevo restare fuori? Esposte tutte le cafonate gastronomiche da tedeschi, ma io mi sono concentrato sul currywurst: wurstel a fette, affogato nella salsa di pomodoro e ricoperto di curry. Offerto in una vaschetta con forchettina, così puoi andare a mangiare in strada. Infatti i nostri amici teutonici amano andarsene a spasso divorando qualunque cosa. Dalle 8 del mattino alle 8 di sera le vie sono piene di gente che cammina e ingurgita le pietanze più disparate. Comunque sia, il currywurst è buono ma la quantità è limitata, praticamente è un minispuntino in attesa dei piatti forti. Diciamo che è servito per farmi passare l'emicrania da denutrizione.
Starbuck's. U.S.A! U.S.A.! La catena di caffè più famosa al mondo ha ben 4 locali in centro a Monaco e altri fuori. In Italia non prende piede perché il suo prodotto principale, il caffé, fa schifo. Che vuoi che ne sappiano gli americani di come si fa il caffè? Infatti i tedeschi ne vanno matti. In sostanza si tratta del caffè all'americana (acqua calda aroma caffè, minimo mezzo litro). Il Signor Starbuck's ha pensato: “Io faccio un caffè americano normalissimo, quindi come faccio ad avere la meglio sulla concorrenza? Lo faccio pagare come il sangue”. E ha avuto ragione. Tu vai in questo locale, ti ordini la tua schifezza (c'è un menù di caffé che sembra l'elenco telefonico) e ti vai a sedere nel salotto: la catena infatti mette a disposizione sale accoglienti con poltrone e divani dove puoi stare seduto quanto ti pare e perfino dormirci, connessione wireless e altri privilegi che rendono gradevole la permanenza. In un paese dal clima rigido, Starbuck's è un rifugio per anime in pena. Qui in Italia l'accoppiata caffè pessimo – divano non funziona.
Nordsee. Il meglio del meglio, il fast-food di pesce più famoso del Nord Europa. Ci trovi di tutto, dalle insalate di mare al cocktail di gamberetti, al pesce fritto fino al miei adorati panini col pesce: panino con salmone e uova, panino coi gamberetti, panino con l'aringa (affumicata, sotto sale, all'aceto, ecc.). Prezzi bassissimo e goduria infinita. Non lasciatevi ingannare dalla brevità di questo paragrafo dedicato, è il meglio che si trovi in Germany. Se il Valhalla esiste (e non ho alcun dubbio su questo), non può mancarvi uno stand di Nordsee.
Autogrill. Solo per citare le patatine stile Puff, aromatizzate al bagigio. Un sacchetto intero dona gloria immediata e poi una pesantezza/acidità degna di un concept dei Pooh. L'unico caso in cui ammetto l'atteggiamento da modella anoressica: testa in gù nel water e dito in gola. Sennò muori. Io ovviamente sono morto.


Unico breve appunto prima di cominciare. Pochissima gente a questa prima edizione del Rockin' Field all'Idroscalo di Milano. Certo me l'aspettavo, visto il bill fin troppo omogeneo e quindi in grado di attirare solo appassionati del Power Metal Melodico, con il problema che a giugno c'è stato il Gods coi Maiden e il Metallaro italiano aveva già speso i suoi denari. Peccato, il festival è stato divertente, pur con i soliti aspetti negativi come il costo delle cibarie. Non credo che ci sarà una seconda edizione, l'organizzazione deve averci perso davvero parecchi soldi. Solito problema: in Italia i pienoni li fanno solo Maiden, Slayer e Metallica, band che tra l'altro suonano qui quasi ogni 2 anni e mai a costi contenuti. Il Metallaro è proletario e quindi preferirà sempre andarsi a vedere Bruce Dickinson piuttosto che gente nuova. Senza polemiche, la situazione è questa.
Passiamo ai gruppi, allora!
WHITE SKULL. Ma si può, dopo 15 anni e passa, dopo una manciata di album di discreto livello, centinaia di concerti, management stranieri e così via, ritrovarsi ancora ad aprire festival suonando 4 pezzi?! Comunque, solito concerto compatto, senza molte novità. Toni è il meglio, la cantante è simpatica anche se non sembra dotatissima, hanno un nuovo bassista (mi sembra sia quello dei Ground Control), ci hanno fatto fare headbanging e se ne sono andati troppo presto.
ELUVEITIE. Ennesima band di Folk Metal, genere che va per la maggiore e riscuote successo tra i giovani Metallari under 20. In mezzo a tanti cialtroni, questi svizzeri sembrano quantomeno simpatici: usano strumenti tradizionali come la ghironda (suonata da una quindicenne), hanno un punkabbestia di 40 anni alla voce, il bassista black metal a cui non frega niente di suonare, gli altri sono dei gioviali ragazzini. Le canzoni sono tutte uguali (classico limite del genere) eppure, mentre su CD mi farebbero venire la colite, dal vivo sono apprezzabili.
BIOMECHANICAL. Onestamente li ho ignorati, non posso esprime alcun giudizio su questi inglesi. Ricordo solo una voce in stile Judas Priest piena di riverberi e ritmiche chitarristiche spezzate molto moderne. Qualcuno sotto il palco c'era, quindi i musicisti non se la prenderanno se ho deciso di mangiare panini gommosi.
THRESHOLD. Che grandi i Threshold! Sicuramente la Prog Metal band che più mi piace attualmente. Dopo gli esordi con album supertecnici e pallossissimi, hanno capito che aggiungere dinamismo e ritornelli ruffiani era obbligatorio e adesso finalmente convincono. Non c'è il vocalist Mac, andatosene per trovarsi un lavoro serio, e torna Wilson, già cantante della band in passato. Tecnicamente sono prodigiosi, ma su tutti spicca l'invasato batterista. Il tipo, caraibico o africano, è talmente nero che, col muro di ampli alle spalle, semplicemente non si vede finché non sorride; cerca di roteare le bacchette, le perde tutte e due e riesce a non perdere un colpo; strabuzza gli occhi come Papa Shango; insomma, si convince di essere la Rockstar della situazione. Eccezionale, d'ora in poi voglio che suoni in tutti i miei gruppi preferiti.
VISION DIVINE. Allora, è tornato Lione che alla voce è un fenomeno ma è antipatico. Se ne è andato Luppi che è simpaticissimo e ancora più fenomeno di Lione. Cosa scegliereste? Aggiungo che i tre album con Luppi sono eccelsi, mentre i due con Lione sono parecchio anonimi. La band è rodata, i musicisti sono impeccabili ma una esecuzione perfetta è anche ciò a cui la band si limita. Spettacolo ridotto all'osso, interazione col pubblico inesistente, pezzi splendidi che scorrono via senza lasciare il segno. Sembrava di ascoltare i CD. Vedete voi...
Durante l'ultima canzone comincia a piovere. Poche gocce che poi diventano un nubifragio.
EPICA. Visto il diluvio, mi riparo sotto le frasche ottenendo una buona soddisfazione e sperando che si tratti di episodico temporale estivo. Invece il tutto si trasforma in una tempesta d'acqua che inonda l'Idroscalo. I rivenditori di maglie tarocche, poc'anzi trasformatisi in spacciatori di birre, colgono la palla al balzo per smerciare teli di nylon antipioggia efficaci come la carta igienica, prendendo anche per il culo i saggi che decidevano di non lasciarsi rapinare. Per evitare il tracollo mi nascondo in bagno, visto che non esistono altri tetti nel circondario. La compagnia è simpatica, si ride e si scherza da guasconi impenitenti e intanto si ascoltano gli Epica. Riesco anche a vedermi gli ultimi tre pezzi, perché il fortunale si è placato e ha lasciato posti a sciami di zanzare. Epica: su disco non dicono molto, dal vivo sembrano meglio ma il problema sono i loro pezzi, esagerati nelle orchestrazioni e quindi duri da digerire. Doppio cantante: il chitarrista rutta come un turco a tavola e ci chiediamo il senso della sua esibizione vocale, mentre l'attesa Simone Simons non delude, sia per aspetto fisico sia per doti vocali. Solo un eterno insoddisfatto come Ganesh poteva perdere tempo a precisare che il fondoschiena della donzella era eccessivamente tornito.
HELLOWEEN. Gruppo che (su disco) considero finito da anni. Probabilmente devono aver saputo cosa penso di loro e hanno deciso di tirare fuori una prestazione entusiasmante. Tanto da rivalutare anche qualche pezzo recente, come “If I Could Fly”, che rende il giusto. Deris canta come sa, istrionico più che tecnico, decisamente sopra le righe. Grosskopf è bassista di qualità e fisicamente è uguale a quindici anni fa. Chitarrista e batterista sono due comprimari che svolgono bene il loro lavoro. Weikath invece ha poca voglia di suonare, quindi passa il concerto ad assumere pose tra l'insolente e lo svaccato, come se ci facesse un favore a suonare, lui che potrebbe tranquillamente starsene a guardare le partite in tv. Helloween nella top 3 del Rockin' Field.
AVANTASIA. Che spettacolo, signori. Per niente delusi dal fatto di suonare per pochissima gente, Tobias Sammet e soci eseguono l'intero show senza tagli. Onestamente siamo più vicini al teatro che al concerto musicale, ma la cosa ci sta. Allestimenti sul palco da grandi occasioni, musicisti preparati e motivatissimi, Tobias perfetto istrione e abile a gestire la voce nel corso di tutto lo show. Gli altri cantanti sono tutti pezzi da novanta del panorama Metal/HardRock: Jorn Lande è impressionante per la potenza vocale, quando canta tiene il microfono a mezzo metro dalla bocca (e si mette di profilo per farlo vedere a tutti), inoltre assomiglia a un tricheco; Bob Catley dei Magnum è una delle voci più magiche della musica contemporanea; Oliver Hartmann (che è anche chitarrista) ha tonalità hard/rock di qualità e purtroppo ha sempre cantato in gruppi non all'altezza, ma con Avantasia dona sprazzi di classe; Andrè Matos, ingrassato e vestito come Dracula, ha fornito una prestazione sottotono, la sua voce molto esile ha sempre poco convinto dal vivo, ma ha fatto di tutto per coinvolgere il pubblico. Aggiungo due coriste, una orientale caruccia e una balena bionda in abiti improponibili per quella stazza. Canzoni soprattutto dall'ultimo album, peccato perché dei tre è il meno affascinante, ma qualche perla la donano (basterebbe “Sign of the Cross”). Cast da applausi, show memorabile, che si voleva di più?
Bilancio finale: festival di buon livello, forse troppo omogeneo a livello di genere e di pubblico, tanto che in molti hanno preferito restare a casa. Esperimento fallito, quindi. Penso che non ci saranno altre edizioni del festival, oppure cambieranno generi proposti, perché è chiaro che i fans del Metal Melodico in Italia sono troppo pochi per poter dedicare loro un intero evento. Io mi sono divertito, comunque, alla facciaccia vostra!

23 luglio 2008 – Piazzola sul Brenta
I CD non si vendono, le band sono costrette a suonare ovunque per guadagnare qualcosa ed ecco che anche Piazzola sul Brenta può permettersi uno show che vent'anni fa si sarebbe tenuto in uno stadio di Milano o della capitale. Location spettacolare, la piazza del paese di fronte alla celeberrima Villa Contarini: non credo che Whitesnake o Europe abbiano suonato mai in luogo più ameno. Buona affluenza di pubblico, i soliti noti ma anche facce nuove con cui parlerò solo tra dieci anni, quando accerterò che la loro è vera passione. Prezzo del biglietto francamente esagerato, 45 euro, che certo non vengono ricompensati dalla pur suggestiva cornice. Ma tant'è, chi non voleva spenderli se ne è rimasto a casa.
Appena entrati una emittente televisiva locale pensa bene di farmi qualche domanda. E quindi avanti con giovane intervistatrice che mi fa capire di avermi scelto per il mio cappello da cowboy. Ma le veline devono intervistare le veline, non i Metallari: essendomi destreggiato alla grande davanti alla videocamera mi taglieranno di sicuro, privilegiando qualche altro intervistato meno esuberante e più ubriaco.
Passiamo ai gruppi, prima che qualcuno si faccia male.
Tigertailz. Sono i meno forniti di denaro, infatti hanno dovuto risparmiare sulle parrucche, che sfigurano a confronto di quelle degli altri due gruppi più blasonati. Hanno: divertito, eseguito la loro hit “Love Bomb Baby”, ricordato il defunto bassista Pepsi Tate (sostituito da un culturista tatuato), sfoggiato una corista dalle movenze estremamente impacciate, suonato “Ace of Spades” (lezione per il futuro... se vuoi fare il ruffiano a ingraziarti il pubblico di Whitesnake/Europe, sconsiglio di puntare su cover dei Motorhead), reso felici quei 2-3 fanatici che li adorano e quindi tutti a casa. Suono scadente, peccato.
Europe. Consci che le parrucche dei Whitesnake sono imbattibili in quanto a lunghezza, optano per dei parrucchini dal taglio alle spalle, molto cool e spendibili in società. Gli Europe sono sempre stati dei bravi ragazzi, non si sono devastati di droghe negli anni '80 e oggi sono dei quarantenni che dimostrano 30 anni. Certo, Norum è imbolsito e intristito (uguale a Tolkki degli Stratovarius, credeteci), Tempest sembra sempre un bimbo e il suo dentista ha fatto uno splendido lavoro di manutenzione, Ian Haugland è il più grosso e personaggio del gruppo e Michaeli ha le stesse occhiaie di 20 anni fa: il figo della band diventa quindi John Leven, che se si presentasse a Uomini&Donne li metterebbe tutti in riga. La musica? I classici sono indiscutibili, le canzoni nuove dal vivo piacciono ma sinceramente non le conosce nessuno. La band è compatta, Tempest si da gestire bene e “The Final Countdown” mi riporta a un'era in cui ero piccolo e ingenuo, mi interessavano solo i Masters e la Girella... che si vuole di più?
Whitesnake. Non esistono al mondo parrucche più calibrate e fluenti di quelle dei Whitesnake. Tutti i musicisti sono fenomenali, i suoni sono puliti e nitidi, la band non sbaglia niente, i cori sono da stratosfera. L'unico punto dolente è quello che da sempre è stato il cavallo di battaglia del Serpente Bianco: la voce di Coverdale. I pezzi più tirati (quelli del periodo “americano”) vengono strillati da una cornacchia con parrucca bionda che si spaccia per l'ex singer dei Deep Purple. Per fortuna il titolare rientra in possesso delle sue facoltà con qualche lento e qualche blues che fanno intuire quale dovrebbe essere la sua vera dimensione a quasi 60 anni. Lunghi assoli per celebrare l'arroganza del pettoruto Doug Aldritch e di un Reb Beach defilato ma indispensabile (e necessari per far rifiatare il singer). I bis sono “Still of the Night” e “Burn”, due capolavori da evitare come la peste se la voce non c'è, ma Coverdale non rinuncia alle sue hit (i soliti calvi che conoscono unicamente Led Zeppelin e Deep Purple avevano speso i soldi del biglietto solo per “Burn”): così si chiude lo show con altri dieci minuti di latrati. In “Still of the Night” salta fuori anche Tempest a fare i cori, suggestivo vedere i due cantare insieme ma l'economia del pezzo non è cambiata molto. Detto questo, il carisma di Coverdale e il suo “sguardo che ingravida” sono rimasti intatti, rimane un esempio da venerare per tutti coloro che sul palco vogliono spettacolo.
Cala il sipario. Per la recensione delle puttanate sparate durante tutto il pomeriggio e la serata dovrete attendere. Oppure decidervi a muovere il culo e venire a vedere i concerti che vi segnalo.


Qualche recensione a ruota libera, di film vecchi e nuovi.
Il Petroliere (2008). Uno dei migliori film recenti. Un'epopea americana a largo respiro, mai un cedimento né una concessione al melenso. Daniel Day Lewis (nella parte del petroliere Daniel Plainview) è spettacolare e di una superbia luciferina, una prova da applausi a scena aperta. Soprattutto nella conclusione, dove si scatena insolente e impenitente nell'umiliazione dei suoi avversari: se si dovesse dare un volto all'angelo ribelle che sfidò Dio, il volto è quello del Daniel Plainview di Lewis. Il personaggio è uguale al ferocissimo villain di “Gangs of New York”, dimostrazione che la carogna gli viene proprio bene. Attore che si riscatta quindi dal peccato originale di aver girato un polpettone indigeribile come “L'Ultimo dei Mohicani” (emozioni da fast-food per Titanic-dipendenti).
Il Mercante di Pietre (2006). Film italiano con Harvey Keitel, Jordi Mollà (il magistrale Filippo II di Spagna nel nuovo “Elizabeth”, ma fa anche lo spacciatore in “Blow”) e F. Murray Abraham (l'attore americano più amato dai registi italiani... ma questo lavora solo da noi?). In due parole, una vergogna. Le intenzioni: film sugli attentati dell'Islam estremista, legando il tutto con una regia ultramoderna, molto “americana”. I risultati: film dalla trama ridicola, in cui la questione dello scontro religioso viene ridotta a una serie di proclami in stile Borghezio-Fiore e la regia indugia in soluzioni da videoclip che NULLA hanno a che vedere col resto. Capirei se fosse un action-movie, ma qui il massimo dell'azione sono i rapporti sessuali di Harvey Keitel. Che certamente non attirano il curioso. La star del film, proprio Keitel, è una sopravvalutata faccia di legno, rugoso e monoespressivo, che deve la sua fortuna a qualche film nei quali aveva ruoli di secondo-terzo piano (“Taxi Driver”, “Le iene” e “Pulp Fiction”) e ad un masturbatorio esercizio di stile (“Lezioni di Piano”, ce lo ricordiamo perché aveva il culo fuori... vedi te...). So che in certi ambienti filo-governativi quest'opera viene elogiata per il coraggio con cui affronta tematiche spinose da un punto di vista inconsueto (almeno per l'Italia), ma vorrei ricordare che le cose, oltre ad avere il coraggio di dirle, bisogna dirle bene. La critica cinematografica, covo di divoratori di infanti, l'ha fatto a brandelli: è come sparare sulla Croce Rossa, ma per una volta sto con loro.
Occhio, compare anche Lucilla Agosti, che a molti non dirà nulla e forse è meglio così.
Lady in the Water (2006). Ignoranti consumatori di mortadella, voi quando andate al cinema preferite spegnere il cervello e criticare i film che hanno più di mezzo livello di interpretazione. Shyamalan (regista de “Il sesto senso”, penso che possa bastare) non fa film facili ed è per quello che la massa bovina che li vede si sente in dovere di denigrarli. Ma l'indiano è un genio e per fortuna non ascolta mai le critiche e fa quello che gli pare. Già con “The Village” aveva girato una mirabile opera sulla mitopoiesi e se ne sono resi conto 4 in tutto il mondo (quelli che sono venuti a vederlo con me, e crepi anche l'umiltà). “Lady in the Water” è una bella favola, certo, ma considerarla solo così sarebbe come dire che “The Crimson Idol” è un bel disco. Per mia fortuna, si parla anche d'altro: della comunicazione tra le persone (e della incomunicabilità), di noi che cerchiamo uno scopo nella vita ma mai ne siamo sicuri, di amore e di amicizia, Shyamalan parla di tante cose ma un po' bisognerebbe impegnarsi a leggere tra le righe. Sennò uno può sempre andare a vedersi Muccino o Ridley Scott. Questo ovviamente non vale solo per “Lady in the Water” ma per tutti i film di questo regista, che meriterebbe molta più considerazione dal pubblico, ma che sicuramente non perde il sonno se una massa di villanzoni si adirano al Cinecity. Inciso: ci recita Paul Giamatti... è il migliore attore che abbia visto in giro di recente, non sbaglia un film e se anche lo sbaglia ne viene fuori sempre alla grande.

oro!! grazie mille...domani mi metto...xò faccio una cs ke riguarda sl qll materia...x il prox anno pensavo qlk tipo il d day tt qll ke lo precede l'importanza dell'aviazione x preparare lo sbarco i paracadutisti ecc cose le lei ben saprà e qlk citazione di Winston Churchill x darghe el contentin a quea de inglese se parla dei ferri da stiro ke c'erano allora in aria basi di aerotecnica navigazione traffico xkè nasce il mayday in quei giorni ke oggi è standar cm frase ecc me par cicciotto no?

Ho visto un filmaccio osceno.
"La casa dalle finestre che ridono", un thriller-horror del 1976 di Pupi Avati. Basso budget ed esaltazioni della critica perché rappresenterebbe il trionfo delle idee che emergono anche e soprattutto grazie alla povertà di mezzi. "Conta l'ambientazione, importanti sono i particolari" e baggianate del genere.
La verità è che si tratta di uno dei film più scombinati che abbia mai visto, roba alla Dario Argento (responsabile del PEGGIOR FILM di tutti i tempi, "Il Fantasma dell'Opera").
La cosa migliore è l'ambientazione, un paesino della Pianura Padana all'inizio degli anni Sessanta. L'atmosfera provinciale piace, sembra "Amarcord" di Fellini.
Poi iniziano i guai, praticamente appena i personaggi entrano in scena. Questi sono volutamente grotteschi: ci sono le vecchie pazze e il prete sornione, lo scemo del villaggio, il nano e l'ubriacone, tutto lo zoo umano che serve per ridere e inquietare. Ovviamente si tratta di caratteri bidimensionali, che nascondono TUTTI qualcosa e ciò balza all'occhio da subito. Solo un minus habens come il protagonista (interpretato da tale Lino Capolicchio, sguardo stolido ed espressivo come un calzascarpe) può andare avanti per l'intera vicenda a non capire niente di quello che sta succedendo. Tra l'altro il ritmo generale è talmente lento che Stefano (questo è il nome del nostro eroe) potrebbe girare un altro film tra una scena e l'altra. Veramente, questo stordito vive probabilmente in un paradiso artificiale creato dalla migliore bamba del Perù, perché se sai che in casa (dove vivi con una vecchia paralitica che canta canzoni in portoghese) c'è un assassino cosa dici alla tua amata che ha paura nel cuore della notte? Ovviamente: "Io vado un attimo in paese (a 2 ore di strada, ndr), tu vai a letto e dormi!". Ditemi se uno così non merita di venire giustiziato...
La trama evito di riassumerla. Lo svolgimento segue una logica quantomeno improbabile, per cui si arriva al gran finale (che tutti lodano, a me è sembrata una presa per il culo) solo grazie all'idiozia di tutti i personaggi, che fanno a gara a chi dice più stupidate e a chi fa la scelta più sconsiderata.
Se lo sceneggiatore avesse avuto un minimo di considerazione per l'intelligenza del pubblico, avrebbe lasciato che i personaggi si ammazzassero da soli. Sarebbe stato uno snodo assolutamente logico, viste le limitate capacità intellettive dimostrate in tutto il film da Stefano (che quando bacia l'amata ho lo stesso sguardo di quando viene accoltellato) e compagnia. A volte gli attori si scambiano occhiate di intesa (forse lo sceneggiatore si era preso una pausa di riflessione), ma la loro scarsa attitudine all'arte della recitazione dona attimi di involontaria comicità. Avati piazza anche un paio di scene di triste contenuto erotico, che non c'entrano nulla con la trama e che quindi sono perfettamente coerenti con il disastro.
Qualcosa di interessante c'è, ma non lo cito perché è molto meglio parlare male, la gente si interessa di più. Risate garantite se decidete di vederlo con amici dalla battuta pronta.
Film inutile: seri dubbi sulla validità del tanto decantato filone horror-thriller italiano anni '70.


