sabato 18 giugno 2022

Fenomenologia dello studente dormiente



(Scritto difficile perché ogni tanto il livello va alzato)


Lo studente che dorme: una costante nei miei anni della gavetta, nelle scuole di frontiera, la fortezza Bastiani dell’insegnamento. 

(Giudizio squisitamente personale, chi ha cominciato e proseguito la propria carriera schivando la fortezza Bastiani ha perso molto in termini di storie da raccontare per intrattenere al bar).

Ora il caso è sempre più raro, privilegio di insegnare in Licei cittadini che formano ragazzi responsabili, affidabili soldatini in grado di dormire con gli occhi aperti e quindi di non rientrare nelle categorie che ci apprestiamo a elencare.


Lo studente dormiente é tale per motivi diversi, quindi non esiste in senso astratto, ma si dà nel mondo in molti modi (cit. Aristotele o qualche altro filosofo a casaccio). Saggio quindi, prima di definire tutti gli studenti dormienti come una categoria di “brutte persone”, indagare perlomeno le cause del loro sonno persistente. Ciò ci conduce a una serie di categorie: assolutamente arbitrarie e legate alle mia esperienza personale, non esauriscono le infinite possibilità, ma rappresentano una proposta di lavoro iniziale, che potrà essere integrato e completato da altri indagatori delle miserie e delle glorie dell’umanità (un po’ come Cartesio, che non produce una morale razionale perché impegnato a produrre figli illegittimi e lascia il compito ad altri).

Posto quindi che lo studente sia assopito durante le lezioni, ecco le plausibili cause, che spesso coesistono, ma che scindiamo a scopo informativo.


  1. SONNO. Banalmente, dorme perché ha sonno. Ha sonno perché non ha dormito. Non ha dormito perché ha fatto altro (generalmente guardato serie tv, giocato online, ballato in locali dove il cocktail costa 18 euro, minato criptovalute, abusato dello smartphone, praticato educazione sessuale fai da te in solitaria o in compagnia, ecc.) oppure ha cercato di mettersi a letto, ma non è riuscito a dormire (ansia, voli pindarici, vortici inarrestabili di pensieri, presenza di un demone che striscia furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti parla dell’eterno ritorno dell’uguale, ecc.). Soluzione in classe: secchio di acqua gelata.
  2. DISINTERESSE. La disciplina non rientra fra i suoi interessi. Se la situazione è comune a più discipline, allora l’indirizzo di studi non rientra fra i suoi interessi. Se prescinde dall’indirizzo, allora la scuola non rientra fra i suoi interessi. Qualora il sonno persistesse anche in ambito extra scolastico, consultare il punto 5. Soluzione: rendere più interessanti le lezioni usando petardi e sirene antiaeree, dire la parola “cacca” che inevitabilmente fa ridere ogni essere umano dotato di un’anima, raccontare aneddoti da vittoria facile come la Potsdamer Riesengarde (usa i motori di ricerca, lettore!).
  3. POSA. Lo studente vuole fare il fenomeno, attirando l’attenzione dei compagni (“Oh mio Dio che ribelle! Metti su famiglia con me!”, urla la classe a prescindere dall’orientamento sessuale) o del docente. Nel secondo caso, può essere una sfida al potere (“Genitori cattivi - adulti cattivi - tu prof adulto - tu prof cattivo”, oppure “Non ti temo e ti sfido perché devo fare l’Edipo, sennò faccio l’Edipo allo stadio o alla manifestazione studentesca, a casa no perché prendo le botte”) o il desiderio di attenzione (“Guardami come sono diverso dalla massa, dammi un'identità perché, come dice Galimberti di cui ho visto tutti gli spezzoni di video, essa è un costrutto sociale e se me l'affibbiano questi compagni qua sono finito!”). Soluzione: casistica troppo complessa, procedere per tentativi ed errori finché lo studente cessa l’atteggiamento o perde l’anno.
  4. HEGEL. Stai spiegando Hegel. Soluzione: finisci in fretta Hegel. Se il sonno persiste, passa al punto 2. Opzione collaterale: lo studente, prima di iniziare la lezione, ha inavvertitamente fatto cadere lo sguardo sul passo «Die Phänomenologie des Geistes ist die romantisierte Geschichte des Bewußtseins, das sich mit der Zeit als Geist erkennt» e il sonno che lo ha colto non è risolvibile per almeno 60 minuti. 
  5. MORTE. Caso raro, ma non impossibile, a giudicare dai passatempi di alcuni alunni. Sicuramente nel registro elettronico è presente una circolare del dirigente scolastico che affronta la questione in oggetto, fermo restando il principio dell’autonomia scolastica, che non deve imporre procedure standardizzate in barba al contesto socio-culturale e alla sensibilità dei vari attori in questione. Soluzione: spingere il corpo con un rametto, costatare il decesso con l’ausilio del personale ATA preposto allo scopo (previo corso di formazione “Riconoscere un cadavere e spostarlo nella cella frigorifera dell’istituto”, 8 ore online + certificato di idoneità), vigilare mentre il corpo viene rimosso (per evitare che i compagni si approprino dei beni del deceduto), proseguire col programma che il tempo passa e siamo indietro.

martedì 7 settembre 2021

Bestiario Dipartimentale in Sei Archetipi Disfunzionali


Cos’è il Dipartimento? Riunione di tutti i docenti della stessa disciplina all’interno di un istituto. Tutti quelli che insegnano Matematica, Taccheggio, Powerlifting, eccetera. 

Di cosa si discute? Dei programmi, dei progetti, di come valutare in maniera coerente.

Tra tutte le riunioni che la scuola offre, il Dipartimento è quella dove si ricontrae la maggior carica emotiva, perché sei in mezzo a gente che insegna le tue materie e quindi li ami, ma spesso sono meglio di te e quindi invidia, oppure sono peggio di te e quindi disprezzo.


Come ogni consesso umano, all’interno ci si trova di tutto. Ma all’interno del tutto, c’è chi val la pena menzionare e chi no.

Questi meritano.

  • Paddington vuole andare a casa prima ancora di iniziare, ma, in questi tempi di riunioni a distanza, visto che a casa c’è già, vuole uscire al più presto. 
  • Vladimira vuole essere Coordinatrice di Dipartimento, ma è una maniaca del controllo: o fa tutto lei o delega tutti agli altri per poterli controllare. Non avendo ottenuto la carica, dedica l’anno scolastico a scassare le palle su questioni marginali spacciate per fondamentali, impedendo a tutti di andare a casa o uscire di casa.
  • Abelardo ha fatto il Dottorato, poi le porte dell’Università sono state chiuse e lui riversa le sue frustrazioni in classe, impostando lezioni di livello altissimo per poi darsi le pacche sulle spalle da solo. Gli studenti lo stimano per lo spessore culturale e provano repulsione per le sue discipline (il che, machiavellicamente parlando, è un ottimo modo per sfoltire la concorrenza nel caso, in futuro, si riaprissero le porte dell’Università).
  • Carletta non interviene, non propone, si eclissa, accetta tutto e il suo contrario. Neo-immessa in ruolo o supplente, ma può anche essere una docente che non ha più voglia di lottare perché aveva ragione Tomasi di Lampedusa. Spesso si fonde con Paddington.
  • Margutte propone costantemente innovazioni, progetti, sistemi alternativi, mondi migliori. Raramente poi attua, preferendo lasciare l’incombenza a colleghi più pratici e preferendo continuare a meditare sopra una colonna, elaborando nuove proposte sempre più slegate dalla didattica e vicine alla stand-up comedy.
  • Ted fa battute, scherza in continuazione, spettegola su colleghi e studenti, rivela informazioni riservate ma clamorosamente false, il tutto senza rendersi conto di allungare infinitamente le tempistiche. Se però c’è da organizzare una festa o una cena, è l’archetipo giusto. Fa spogliatoio.


Questi archetipi poi si fondono, si sdoppiano, si moltiplicano, si amano e si odiano, ma tutti lavorano indefessamente con un unico scopo: realizzare la propria natura. E niente, dico niente, nemmeno il raggiungimento della sesta ora di riunione o il Progetto Facilissimo Molto Retribuito Economicamente e Socialmente può spingerli ad andare contro natura.

Esistono anche archetipi funzionali, che salvano la vita a tanti colleghi, ma hanno il difetto di essere troppo normali per finire in questo Bestiario.


Segretamente, ogni Dipartimento compete nella contesa che da millenni oppone gli esseri umani: “Chi è il meglio?”. Sin da quando siamo bambini, costantemente ci sfidiamo a “chi è il meglio” e perdere, a 2 o a 44 anni, fa schifo. Quindi la contesa evolve in una lotta senza quartiere fatta di affermazioni roboanti, bisticci, pugnalate alle spalle, sfoggio di dati casuali che dovrebbero dimostrare superiorità di chissà chi in chissà cosa (ma alla fine nessuno li capisce), tifo da stadio, alleanze estemporanee e tradimenti feroci. E’ là tra la Notte di San Bartolomeo e Omaha Beach.

La contesa finale, la Austerlitz dei Dipartimenti, è il Collegio Docenti, dove si snudano le zane e homo homini lupus.

Alla fine non è che si capisca mai chi sia il meglio, visto che tutti tendono a dire di esserlo. E finisce così, tra quelli che annunciano il trionfo, quelli che declamano la vittoria e chi abbozza con “abbiamo non perso”.

Ma poi ricomincia tutto.

Sempre.

Come un serpente che si morde la coda.

martedì 24 agosto 2021

Lucertolo in the Sky with Diamonds


Che vantaggio può avere un 19enne ad assomigliare a Bruce Campbell? Dopo il 1994, ahimè, nessuno. 

Infatti Lucertolo, vero clone di Bruce, neanche sapeva chi fosse e come modello di vita aveva scelto Jim Morrison. Ovviamente con tutto il corredo di allucinogeni, collanine etniche, alcol del discount, bancali di droghe leggere e poesie che parevano geniali solo se strafatti.

Era appassionato di letterature, incapace di contare fino a 10, convinto che in Filosofia bastasse porre domande esistenziali al docente per cavarsela, immolava lo studio in nome del risparmio energetico e tentava inutilmente di diventare un piccolo coltivatore di piantine illegali (afflitto da scazzo permanente, non andava mai oltre l’idea di coltivare).

Per i suoi docenti, tuttavia, Lucertolo non era il “solito drogato inaffidabile”: non che fosse il caso di metterlo a guidare una corriera, ma qualche argomento ce l’aveva e in aula non sbroccava mai. Inoltre, essendo uguale a Bruce Campbell, piaceva a quei 2-3 prof nerd, che gli chiedevano di ripetere le battute più clamorose di “Evil Dead”.

Lo stile Jim Morrison piaceva innegabilmente ad alcune ragazze, affascinate dal  fatto che consumasse droga per aprire le porte della percezione e non per farsi venire l’epilessia davanti a un sub-woofer. Trovarlo ogni tanto sfasciato di Finkbrau sotto i portici del centro di Treviso non faceva altro che alimentare la sua aura di bello e dannato. Leggenda vuole che vivesse da solo in un attico in centro, ma lasciamo questi chiacchiericci ai maldicenti e concentriamoci invece sul suo scarso feeling con il sapone: pare che due volte a settimana provvedesse la mamma a buttarlo dentro una doccia (la vasca da bagno, visti i trascorsi di Jim Morrison, era stata rimossa dal bagno), garantendogli un minimo di occasioni sociali.

Fece gli esami di stato da privatista. Si presentò in condizioni accettabili agli esami preliminari e, a parte qualche delirio in matematica e delle considerazioni filosofiche di Ram Dass spacciate per proprie, riuscì ad accedere agli esami veri e propri. Per dovere di cronaca, segnaliamo anche che gli altri candidati avevano in livello così basso che Lucertolo pareva un premio Nobel. 

Alla Maturità gli scritti furono superati in agilità e solo i più maligni osservatori avrebbero notato i medesimi vestiti nel corso dei tre giorni e un progressivo peggioramento della condizioni igieniche. Si seppe dopo che gli aveva preso bene un certo tipo di sostanza illegale che lo spingeva a studiare a manetta tutto il giorno, impedendogli però di nutrirsi e lavarsi. 

All’orale si giocò tutte le sue carte: 

  1. Pubblico di amici che, tra medaglioni, camice aperte e basette, sembravano i Cugini di Campagna (con buona pace di Lucertolo, che voleva dare l’impressione di una comune hippie).
  2. Al posto della tesina esibì un cartellone psichedelico con porte fluorescenti e citazione di Huxley, punto di partenza per un brillante sproloquio che mescolava filosofia orientale e castroni storici insieme a una pertinenza accettabile nelle lingue straniere e contenuti opinabili di cui nessuno ricorda alcunché.
  3. Lunghi silenzi ispirati nelle materie scientifiche, con lo sguardo all’orizzonte di chi ha visto chissà cosa, ma di certo non crede nelle leggi della fisica.
  4. Zaino rovesciato inavvertitamente davanti alla commissione e contenente: telo da mare sporco raffigurante Buddha su un fiore di loto, n. 2 lattine di birra Finkbrau, quaderno delle poesie a uso rimorchio, carta d’identità in tre segmenti rimescolabili a piacere e n.1 mocassino sfondato.


E diploma fu.


Cosafaraidopo? Pippone infinito da cui si intuì “Nepal”.

Mai più rivisto.

venerdì 9 luglio 2021

Leroy Fitzgerald IV - La Saga completa


Leroy Fitzgerald IV 

Una tragicommedia in 3 parti.


Atto Primo.


A detta dei genitori, Leroy sin da piccolo era brillante e dinamico, praticamente un fenomeno. Si sentirono in dovere di dirglielo anche quando riusciva a centrare il water con la pipì, creando un’autostima traboccante di inconsapevolezza dei propri limiti.

Venne valorizzato in una scuola strabiliante dove imparò a coltivare salvia, scalare pareti verticali e costruire casette per pipistrelli. A parte un paio di infortuni legati a un abuso del martello, furono anni formativi.

Nel frattempo era diventato anche bellino, tipo surfista, molto apprezzato dalle ragazzine. Quel tipo di bellezza che spesso faceva passare in secondo piano il suo essere babbeo. Leroy era infatti prodigioso nel non riuscire mai a calcolare le conseguenze delle sue azioni. Uno di quelli che regolarmente si fa venire il mal di testa perché mangia il gelato troppo velocemente e non impara mai.

Era anche convinto di essere divertentissimo, perché i genitori ridevano sempre delle sue battute e le ragazzine altrettanto. Forse, con la maturità, avrebbe capito che essi ridevano per altri motivi, ma la maturità a oggi non è ancora pervenuta.

Alle superiori non fu capito, dissero i genitori: non riusciva a stare seduto, faceva battute in continuazione senza grande riscontro tra i professori, preferiva costruire castelli con le gomme e correre dietro alle ragazzine (che perlopiù gradivano).

Portò all’estremo la tecnica dello studio all’ultimo minuto, arrivando sistematicamente impreparato. Ma, onesto, in classe ci andava sereno a prendersi le sue insufficienze, perché fiducioso di poter recuperare con un paio d’ore di studio che non arrivavano mai.

Era l’idolo delle feste studentesche e delle assemblee grazie alla passione per il ballo, ma tale competenza non venne minimamente valutata quando si presentò agli scrutini con tre materie col 10 e il resto col 4. 

Bocciato, passò l’estate coi genitori in qualche malga a pascolare capre, per poi ritornare ancor più bello e ancor meno operativo a ripetere il primo anno, che si concluse sempre col rapporto 3 materie col 10 - il resto 4.


Atto Secondo.


Esperienza pluriennale al biennio e acrobatico cambio di indirizzo: Leroy giunse in terza senza problemi e con l’acquisita consapevolezza che studiando una volta a settimana si può fare strada, soprattutto se hai ripetuto la prima due volte e il corpo docenti ha pietà di te.

Questa consapevolezza non lo abbandonò nemmeno quando, circa a metà della terza, gli venne spiegato che le insufficienze rimediate non sarebbero state sanabili. La famiglia non colse il messaggio in codice e Leroy venne bocciato. 

E quando ti sei sporcato il sedere in modo quasi irrimediabile, chi chiamerai per un gigantesco foglio di carta igienica? Il Recupero Anni Scolastici.

Anno irripetibile, fatto di assenze a manetta, studio non pervenuto, grandi storie d’amore dalla durata raramente rilevante (Spighetta durò, pare, due settimane) e una chioma ingestibile che non veniva tagliata perché giovava all’immagine ma obbligava Leroy a soffiare via il ciuffo dagli occhi ogni due minuti. Grande anno, grandi risultati, grande promozione conseguita presso l’Istituto Superiore Magistrale di Perfezionamento “Gustav Thoeni” di Otranto. 

Il filo conduttore di Leroy in questa fase fu la scoperta del sesso. Fino ad allora riteneva le ragazze essenzialmente distributori di complimenti, risatine e compiti svolti. Si trovò però ad essere un giovane quasi maggiorenne, di bell’aspetto, in una classe di teppisti (e teppiste) più giovani di lui, alcuni con esperienze sessuali piuttosto complete e la fedina penale non immacolata.

Leroy capì con entusiasmo che la disponibilità era notevole e che non doveva fare chissà che sforzi per ottenere soddisfazioni. Grazie al carico ormonale dovuto all’età si tolse parecchie soddisfazioni sia a scuola sia ai giardinetti, dove la classe si spostava in massa nei giorni delle verifiche, in modo da consumare serenamente alcolici di qualità opinabile e oppiacei misti a corteccia di platano.

La trasferta della classe a Otranto per gli esami di idoneità pare sia stato un vero e proprio campo di battaglia, in cui Leroy si è distinto per tenacia e coraggio. Le leggende parlano di acrobatici passaggi da un terrazzo all’altro, appuntamenti in ascensore con scotch sul pulsate di blocco, flebo di energy drink, il record per il corteggiamento più breve della storia prima di arrivare a una richiesta di matrimonio e successiva fuga nella notte dopo aver ottenuto ciò che desiderava, tafferugli coi giostrai locali per una questione di donne. (Le mie fonti su tali episodi risultano del tutto inaffidabili).

Insomma, diede tutto e pose le basi per un anno in Quinta che degenerò quasi subito… 


Atto Terzo.


La famiglia Fitzgerald decise di iscrivere Leory a una scuola paritaria, per evitare che andasse a procacciarsi un diploma riconosciuto solo alle Isole Cayman.

Sconosciuta è la griglia di valutazione usata per scegliere l’istituto, tutti però concordano che quell’anno Leroy meritava il riformatorio e non una classe.

Arrivato all’età in cui alcuni già fanno figli e firmano contratti capestro, il ragazzo decise di sperimentare la ribellione adolescenziale che gli era mancata negli anni prima.

Siccome il non-studio non era una ribellione ma un atto dovuto, il nostro eroe decise per un’escalation che si consumò con le seguenti tappe…

Settembre: stringe amicizia coi peggiori utenti dell’istituto, gente che di lì a poco sarebbe finita a deporre l’uno contro l’altro dopo una retata in sala giochi.

Ottobre: bullismo light (solo coppini e qualche merendina requisita) e qualche cliché tipo fumo in bagno; sbadigli a bocca aperta di fronte a lezioni noiose (a detta sua, tutte).

Novembre: in coincidenza con la prime insufficienze, accuse ai docenti di essere prevenuti e, nel caso delle professoresse, inviti a praticare attività poco dignitose lungo le grandi arterie stradali.

Dicembre: calo sensibile del rendimento, vittimismo accentuato, aggressività in aumento, tentativi di non consegnare un compito in bianco adducendo teorie complottiste. Rissa prenatalizia con un compagno, irritato dopo che Leroy aveva collocato le sorelle del suddetto lungo le arterie stradali.

Gennaio: approfittando delle ferie lunghissime che la famiglia Fitzgerald si concedeva, il consiglio di classe deliberò una combo di “lettera di segnalazione per insufficienze + voto in condotta basso + avviso paternalistico a fare il bravo”. Al ritorno, Leroy non consegnò i compiti delle vacanze e rifilò un coppino al compagno che rideva. Prima sospensione, un paio di giorni a pulire la biblioteca: Leroy non si presentò.

Marzo: pare che dalla famigli arrivasse un ultimatum e Leroy cercò di recuperare manipolando le ragazze della classe, ma dopo averle prese per i fondelli per mesi nei suoi profili social non ottenne soddisfazione. Frustrato, all-in sul vittimismo e la cattiveria del corpo docente. 

Aprile: falliti i compiti di recupero, Leroy decise di non accettare passivamente i torti subiti e, una mattina, ricoprì di insulti i docenti, finì due volte in presidenza ed venne infine scortato a casa dai genitori entro la fine della terza ora. Seconda sospensione, stavolta ai domiciliari, dove si diede a fotografare tazze di caffè e postare sui social citazioni di Morgan Freeman presidente del Sudafrica. 

Maggio: tentando il recupero, venne beccato a copiare un compito,  inoltre tenne il profilo basso, ma continuò la campagna diffamatoria sui social, cinicamente riportata dai compagni alla presidenza. 

Scrutini finali: materie a rotoli e due sospensioni, “ritenti e sarà più fortunato”. A stappare le bottiglie sono altri compagni con materie a rotoli, ma zero sospensioni. Uno citò Hobbes mentre legge il tabellone degli ammessi: apprezzabile, qualcosa resta…

Leroy partì per una qualche isola atlantica a rigenerarsi e trovare le motivazioni per una Quinta da fuochi d’artificio.

Non le ha trovate.

martedì 13 ottobre 2020

Realizzazione personale, energy drink e occhi acquosi


Camminava lentissimo, passi giganti come l’uomo sulla luna. Si fermò in mezzo al cortile, mentre gli sciamavano attorno i peggiori teppisti della provincia. Fu la fortuna a non farlo travolgere da biciclette e motorini, anche se qualche tempo dopo mi confessò di essere in grado di diventare immateriale. 

Quel giorno si sedette composto, col cappotto ben abbottonato nonostante fosse inizio settembre. Posò gli occhi acquosi sulla cartina dell’Europa 1977 e non li staccò per tutta la giornata. Fece così ogni ora di ogni giorno. Se interpellato, rispondeva la prima cosa che gli venisse in mente (“Salame!”, “Far di conto!”, “Figura angelicata della donna!”, “Come 20 euro!?”).

Collocato inizialmente nella categoria “strafatti di colla”, in realtà non aveva con essi alcun argomento in comune. Nulla sapeva di misture, pandori col tonno, serate paralizzati a letto ad ascoltare musica elettronica, ma, se interpellato, rispondeva con termini giapponesi. 

La mamma venne a colloquio sotto sollecito, ma solo mesi dopo. Disse che il pargolo passava le notti sveglio al computer a guadare anime giapponesi per ore, senza mai dormire e trangugiando litri di bevande energetiche. La signora non si era mai presentata a scuola perché il giovane le diceva che andava tutto bene e che stava imparando cose nuove (“Mondo teleologicamente orientato!”, “Numeri irrazionali!”, “I fazzoletti nell’umido!”) e in cambio chiedeva solo di essere lasciato in pace di notte.

Impreparato in tutte le materie, venne preso sotto l’ala protettrice della prof di Arte, che lo fece iscrivere a un corso per disegnare manga. Lui ci si gettò anima e corpo, dopo ovviamente aver provveduto a farsi bocciare non presentandosi agli esami. Fu il migliore del corso, ne seguì altri e trovò finalmente un senso alla sua esistenza. 


Oggi vive ancora con la mamma, invece di guardare anime disegna manga senza guadagnare niente, beve ettolitri di energy drink e continua a rispondere a caso. Fa lavoretti manuali saltuari per avere qualche soldo in tasca, ma almeno ha schivato il multilevel marketing. 

Un giorno metterà le spoglie della mamma in un frigorifero e andrà avanti a riscuoterne la pensione.

lunedì 31 agosto 2020

Imprenditoria del sesso, media e soldi soldi soldi



VERSIONE TELEGRAFICA.

Risy e Bisy, drogandosi prima, si spacciano poi per gigolò. Gli crede solo un giornalista preso peggio di loro. Scoppia un caso mediatico. Ma i due  gestiscono la cosa da drogati e finiscono per tornare a dormire su un materasso per terra.



VERSIONE SCENEGGIATA.

PRIMO TEMPO.

    Risy e Bisy in una scuola normale avrebbero ripetuto il biennio all’infinito, per quello finirono nel mio istituto. Condividevano la passione per le droghe leggere, spesso da consumare nel tragitto casa-scuola. Avrebbero anche gradito delle donne, ma invano: Risy piccoletto, panciuto e coi capelli afro, Bisy invece segaligno e spigoloso. Avevano poche carte da giocare: livello culturale bassissimo, buona preparazione su calcio e musica hiphop, bevitori casuali come solo dei 18enni possono essere, passione per i locali ma mancanza cronica di entrate.

Per gioco, noia o idiozia, i due affissero in giro per la città annunci con cui si proponevano come gigolò per signore. Non misero i loro nomi, ma i numeri di telefono sì e in pochi giorni furono gli zimbelli di tutta la scuola. 

Un giornalista, in un momento in cui in zona la cosa più interessante era un’epidemia di cimurro, vide l’annuncio e scrisse un articolo. La storia non c’era, ma con un po’ di fantasia venne fuori lo stesso. Divenne virale a livello nazionale e mezza Penisola credette che nel Veneto orientale ci fossero due fenomeni del sesso a pagamento e un’orda di signore assatanate pronte a spendere i soldi della pensione in evoluzioni da materasso.

A scuola vennero presi per i fondelli anche da gente che normalmente passava la ricreazione con la testa nel water, ma Risy e Bisy, abbondantemente storditi dagli oppiacei mattutini, non colsero i motteggi, anche perché probabilmente si erano dimenticati di averli prodotti, quegli annunci.

Eppure a livello nazionale la storia della provincia a luci rosse è un classico, quindi un grosso periodico organizzò un’intervista in piazza coi due gigolò (il loro numero di telefono ormai l’avevano anche in Egitto). L’intervista fu affidata a una giovane scrittrice di romanzi erotici, nella speranza di solleticare le fantasie di un pubblico sempre disposto a spiare dal buco della serratura. Ovviamente i due raccontarono una serie di balle pietose, millantando un giro d’affari da oligarchi russi e capacità amatorie impareggiabili. Ma “i drogati sono inaffidabili” (cit.) e tra contraddizioni e sparate, oltre al fatto di essere due poveracci, l’intervistatrice e la redazione  furono obbligati a un’operazione di rimaneggiamento che trasformò Caporetto in Vittorio Veneto. La mossa vincente, alla fine, fu garantire l’anonimato a Risy e Bisy, perché vedendoli nessuno avrebbe mai creduto alla storia del sesso a pagamento.

Agli esami di fine anno i due vennero giustiziati da commissioni che non  gli perdonarono i vuoti di memoria su tabelline e alfabeto, quindi Bisy venne immediatamente spedito a lavorare in qualche fabbrica di famiglia in Europa orientale.


SECONDO TEMPO.

Risy era seduto nel suo salotto a guardare le ciliegie sul soffitto, quando ricevette la telefonata di una famosa trasmissione televisiva. Non pensò che fosse uno scherzo, del resto era fatto come un caco, ma gli andò bene (altre volte aveva comprato a caso prodotti dimagranti e promozioni telefoniche, perdendo soldi senza capire come). Gli proposero di seguirlo con una troupe durante una serata da gigolò e probabilmente garantirono un compenso. Risy, povero in canna e con la prospettiva di passare l’estate sul divano, accettò. Resosi conto che Bisy era sparito da un mese, chiese al suo spacciatore di accompagnarlo in veste di sostituto e, non avendo idea di cosa fosse una “serata da gigolò”, diedero appuntamento alla troupe a Jesolo.

Non deve stupire la scelta idiota di cercare donne disposte a pagare per fare sesso a Jesolo a luglio, laddove una donna troverebbe 600 uomini per metro quadro disposti a farlo gratis. I due, che non avevano interrotto il consumo di droghe leggere da diversi giorni, erano chiaramente convinti che fosse un’ottima idea. 

Il servizio fu, a modo suo, un capolavoro. Le tecniche di rimorchio dei due non avrebbero funzionato neanche se le ragazze fossero state in coma, quindi in fase di montaggio forgiarono una narrazione incredibile dove Risy & Friend vennero tagliati in quasi ogni frangente, mentre si facevano vedere ragazze discinte, giostre, piste ciclabili e fanfare dei bersaglieri. 

Poi la nazione si dimenticò di Risy e Bisy, che magari avrebbero anche potuto guadagnare qualcosa sfruttando le ospitate nei media, ma non erano in grado di fare neanche le parole crociate per bambini. Di certo non ricevettero alcuna chiamata da donne disponibili, visto che in città la storia era nota in tutti i bar e circoli anziani. 

Sparirono dai radar e chissà che perle avrebbero potuto donarci negli anni. Ma già questa storia è leggenda.

martedì 25 agosto 2020

La parabola di Epulone (con lieto fine e like a manetta)



Epulone non capì di avere i genitori ricchi fino ai 14-15 anni. Quindi alle medie si impegnò, perché credeva di dover un giorno lavorare. E andò abbastanza bene, venne bocciato solo una volta e uscì con una sufficienza vincolata alla promessa di intraprendere la carriera agricola.

Il ragazzo sarebbe anche andato a raccogliere pomodori, ma i genitori desideravano un diploma e lo spedirono alle superiori. Si rese conto, di colpo, che nessun compagno di classe aveva i cappotti da 700 euro e saltava la scuola a gennaio per andare con i suoi a fare “le settimane bianche” (4, due dalla nonna in Svizzera e due nella più borghese Cortina). Non essendo un babbeo, capì che non solo non avrebbe avuto problemi a trovare impiego nella ditta di famiglia, ma che probabilmente non avrebbe neanche dovuto lavorare: bastava stare lontani da pericoli come droghe e gioco d’azzardo e la rendita sarebbe stata garantita. 

Il suo impegno si azzerò.

Dopo aver battuto il record comunale di bocciature in prima, arrivò per pietà in seconda. Ogni anno alla famiglia  prometteva un maggiore impegno e i genitori, fiduciosi nella voglia di riscatto del figlio, lo lasciavano autogestirsi liberamente gli impegni scolastici. Da settembre a maggio Epulone eccelleva in Playstation e giri in motorino, oltre che serate nei locali top della Marca, grazie a una poderosa carta di credito passatagli sottobanco dalla nonna elvetica. Dovette sacrificare le quattro settimane bianche, ridotte tragicamente a due (una in Svizzera e una a Cortina), come prova del suo impegno. 

Arrivato ventenne in seconda, capì che era il caso di dare una svolta alla sua vita e chiese ai genitori di sottrarlo alla cattiveria della scuola pubblica. Venne mandato a recuperare la seconda, terza quarta in un anno in un Centro Studi. Divenne il preferito dei professori perché educatissimo, totalmente astemio, contrario alle droghe e brillante ballerino. Visti i buoni risultati conseguiti nei mesi da settembre a dicembre, ottenne il ripristino delle quattro settimane bianche: quando tornò regalò al preside una foto di Jerry Calà con dedica al capo docenti.

Doveva svolgere gli esami d’accesso alla classe quinta presso un curioso istituto paritario intitolato a Giorgio Chinaglia. Purtroppo Epulone non si presentò, perché aveva trovato lavoro come ballerino in una discoteca di Formentera dal mese di maggio e faceva brutto venire via a metà giugno per fare esami. 

Spiegata a situazione ai genitori e alla nonna, ottenne la loro comprensione e si fermò laggiù. Mamma e papà convennero fosse più conveniente iscriverlo a un istituto privato dell’isola, con orario flessibile che gli permettesse di ridurre lo stress, il grande nemico che aveva compromesso la sua carriera scolastica italiana. 

Oggi tiene corsi di Zumba sui principali social media.

martedì 21 luglio 2020

Esami di Stato 1348 - pt.4... Cibi condimentum esse famem


Ultima puntata dedicata all’alimentazione, pilastro su cui si regge una adeguata didattica..
L'Esame è tale solo se si mangia. 
Immaginiamo sette adulti in una stanza per minimo 5 ore, ma tendenti 8. O infinito, se trattasi di commissione problematica. 
Certo, ci sono anche commissioni ascetiche che rinunciano al cibo e, stoicamente, tirano dritto fino alla fine della giornata per tornare prima a casa. Alimentati solo da caffè e caramelle al guaranà, questi monaci eremiti hanno un solo obiettivo, il pediluvio pomeridiano nell’accogliente bagno di caso. E in nome di quello sacrificano ogni esigenza del corpo, vincono il desiderio, estinguono la volontà di vivere e accedono al Nirvana. 
La norma, comunque, è di commissioni umane, consapevoli che la salute dell’anima non può prescindere da quella del corpo. Per questo i migliori si organizzano per portar vivande durante i lunghi colloqui. Va da sé, si mangia durante le pause e non in faccia al candidato, che già soffre in quanto tale e non apprezzerebbe una commissione concentrata sui biscottini.
Alimenti quasi sempre presenti:
  • Biscotti di varia natura e provenienza. I docenti più scafati li prendono al panificio con l’idea che siano più naturali, c’è poi chi si limita a prodotti standard da supermercato e chi, pur di non presentarsi a mani vuote, porta qualche confezione già aperta che aveva in casa. Raramente vanno finiti, perché provocano arsura e briciole ovunque: le briciole, ricordiamo, scatenarono la rivolta del personale ATA durante gli Stati Generali del 1789.
  • Cioccolata, che fa bene all’umore e dà pure energia. Poi la metti in armadio, ci sono 40 gradi e quando la apri ti esplode in faccia e sembri un genitore che ha portato il bimbo in bagno e qualcosa è andato storto.
  • Brioches. Ambitissime, a prescindere dall’origine. Perfette per affrontare perfino il caffè delle macchinette. Quando compaiono, è conflitto: nessuno è disposto ad attendere la pausa per consumarle, perché si sa già che qualche commissario che ha fatto la guerra non attenderà e le divorerà di nascosto. Quindi come arrivano ci si avventa, spariscono e addio. Dura lex, sed lex. 
  • Caramelle assortite. La decenza prevede che si portino solo quelle alla menta, ma spesso il latore non è riuscito a passare a prenderle e quindi ripiega sulle gommose alla frutta che stagionavano in dispensa dall’ultima visita della zia. Il livello di appiccicume si moltiplica in climi tropicali e il sapore di frutta chimica decreta l’espulsione sociale per chi osi nutrirsene. C’è sempre un commissario che osa. Sempre.
  • La torta fatta in casa. Si tratta di un azzardo che si risolve spesso tragicamente. L’autore prova un nuovo dolce e lo propone alla commissione senza dirlo, anzi, spacciandolo per un prodotto di alta pasticceria. La fame atavica del commissario (più interno che esterno, a dirla tutta) lo spinge ad avventarsi sulla torta, che inevitabilmente schizza marmellata e cioccolata come un idrante, oppure esplode in una nuvola di briciole appiccicose che s’incollano su camicia e capelli. Viene solitamente digerita durate gli scrutini finali, oppure ad agosto.

Esiste poi un evento raro ed eccezionale: il banchetto di fine scrutinio. 
Raro perché di solito tutti vogliono solo chiudere il pacco e volare in salotto a guardare Superquark. Ma a volte capita che una commissione particolarmente affiatata o un presidente illuminato decidano di unire per forze per rendere la vita meno dolorosa. 
Ricordo pochi eventi autogestiti di simile livello. 
La prima volta qualcuno ha portato una tonnellata di tramezzini fatti in casa e un altro ha prodotto una decina di litri di pesantissimo aperitivo punitivo: fu un trionfo di cori da stadio e un soggetto ebbe pure la balla piagnona, rimembrando i tempi antichi in cui poteva “bocciarne a decine”.
La seconda volta fu merito di un meraviglioso presidente che, bramoso di promuovere il turismo enogastronomico della Calabria, portò una selezione di prelibatezze locali che lui stesso aveva “salito in auto l’ultima volta che sono sceso” (cit.). Cattedra e due banchi colmi di cibarie, stoviglie direttamente da casa e vino prepotente da vigneti calabri, il presidente diede il meglio presentando ogni prodotto con erudizione e battute forbite. Personalmente ricordo solo che fosse piccante anche il dolce. C’erano 45 gradi all’esterno, mentre la temperatura interna era da ricovero immediato. Il ritorno in moto fu scandito da allucinazioni all’orizzonte (tipo l’asino volante che profetizza sventure su Fossalta di Piave), sudorazione indecente e notte insonne a meditare sulle umane disgrazie.
Fuori classifica fu il tentativo di un genitore di ingraziarsi la commissione con selezione di salumi. Idea eccezionale, ma piena di rischi legali per entrambe le parti. Il suddetto venne bloccato all’ingresso da una soffiata anonima e il ben di Dio sparì nei meandri della segreteria, per mai più riaffiorare.


E questo è quanto per il corrente anno, dimentichiamo il passato e pensiamo a una favolosa estate di pediluvi…

martedì 14 luglio 2020

Esami di Stato 1348 - pt. 3... Ascensione e beatificazione di commissari e segretari


Non ho avuto mai operato in scuole climatizzate. Forse da qualche parte esistono, ma, come il noumeno kantiano, non sono oggetto d'esperienza. Ultimamente, poi, tra riscaldamento globale e roghi legati all’abuso di grigliate in Val Padana, le temperature si sono fatte più punitive: ne consegue che l’esperienza del commissario, tra giugno e luglio, è un rito di passaggio. Certo,  il rischio d‘infarto per alcuni è anche legato a certi atti d’ignoranza abissale a cui s’assiste durante l’esame, ma per ora parleremo solo di temperature.
Se la scuola è fresca, solitamente è perché ha aule dal soffitto altissimo, per permettere ai docenti più anziani di dormire appesi al soffitto e per mettere i salami a stagionare. La maturità in aule del genere è vivibile, anche perché quando svieni all’indietro sentendo bestialità dei candidati puoi ammirare lo stato degli insaccati. Oppure incroci lo sguardo col docente 80enne di Filosofia che ha schivato la commissione e ti fissa dal soffitto a testa in giù, in attesa che calino le tenebre e si possa uscire in cerca di vittime a cui sciorinare commenti su “Della grammatologia” di Derrida.
Altra motivazione della freschezza è l’umidità. Pare che alcune aule vengano usate tutto l’anno per la coltivazione di funghi e allevamento di zanzare. La illusoria frescura viene messa quindi in secondo piano dalla proliferazione di batteri e dalle incursioni di sciami di zanzare-tigre le quali, inserite in un contento formale come gli Esami di Stato, si montano la testa e si lanciano in atti di bullismo.
Ma queste sono lodevoli eccezioni. La realtà è l’aula fornace, costantemente esposta al sole e con riscaldamento acceso perché la Provincia si è sbagliata a comunicare le date di chiusura degli impianti e, per evitare contenziosi, meglio accontentare la Provincia. Le commissioni devono quindi tenere gli oscuri (o le tapparelle) chiusi, donando all’Esame un ambiente da iniziazione massonica: il candidato è un’ombra parlante, ci si fida che sia veramente chi dice di essere, ma potrebbe anche trattarsi dell’unico parente che è riuscito a passare l’esame di terza media, oppure uno dei bidelli che si annoiava. Mi è capitato, detto tra noi, di fare un esame del genere nelle vesti di candidato durante un concorso: agosto mortale, fuoco e fiamme, aula oscurata in maniera quasi ridicola, commissari visibilmente provati ed ero solo il secondo della mattinata, la presidente che aveva sbracato del tutto con abitino prendisole ed esuberate esposizione di pelle sudata, fiduciosa che nelle tenebre dell’aula nessuno l’avrebbe notata. Per sua sventura feci una prova che la fece irritare (forse manifestai il mio disprezzo per i carciofi e lei ne era un’estimatrice) e mi si avvicinò per redarguirmi, cosa che mi permise di ammirare troppe cose che avrei preferito non conoscere. 

Eppure i disagi ambientali non sono il peggio. Il peggio sono i verbali. Il ruolo di segretario verbalizzante è una condanna a morte. L’agile Ministero, per evitare i soliti ricorsi, ritiene utile che vengano compilati verbali per ogni singola attività della commissione, comprese le discussioni su chi non sia figlio di Maria. Essere nominato segretario è l’equivalente di essere estratto a sorte per andare a invadere la Russia: non sai se tornerai e comunque andrà male. Certo, è tutto online e si tratta solo di inserire dati… ma se sbagli quel singolo dato, un’intera generazione di avvocati senza lavoro né futuro è pronta a portare tutti in tribunale per contestare l’esame di qualche genio incompreso che meritava 48, ha preso 60 e voleva 75. 
Poi ti va anche di lusso se trovi il presidente che fa tutto lui, perché se c’è qualche errore ci va di mezzo e tanto vale sacrificarsi, ma non è una regola… puoi incappare anche in varie tipologie di scalzacani: per brevità presento due archetipi.
  • Calandrino non sa nulla. Fa il presidente perché ben pagato, ma non si prepara, non legge le ordinanze, non ha voglia. Sa che fa schifo e che rischia ricorsi, quindi prende le seguenti contromisure: vuole promuovere tutti e vuole che il segretario faccia tutto, anche la spesa. Siccome poi non capisce, vuole rileggere i verbali e li fa rifare a caso, un po’ perché va in confusione e un po’ perché di tornare a casa dalla moglie non se ne parla. Non è amato dalla commissione, perché fa perdere tempo a tutti,  ma l’avvelenamento non è contemplato dall’ordinanza e quindi tocca tenerselo. 
  • Cesare Augusto ama comandare e, siccome durante l’anno nella sua scuola non glielo fanno fare, si sfoga quando fa il presidente alla maturità. La prima cosa che mette in chiaro alla plenaria è che l’ordinanza gli assegna poteri dittatoriali e si inventa una lunga serie di casistiche in cui può intervenire con la corte marziale. Essendo Alfa, Cesare Augusto ama la competizione coi maschi per ottenere ammirazione dalla componente femminile, oltre a millantare attività clamorose nei pomeriggi post-esame (le più gettonate, per ora, sono parapendio, cordata sul Monte Terrore e pesca di squali a mani nude). Cesare Augusto considera il segretario un sacco da boxe, spesso rischiando una coltellata. Superare questa prova come segretario ti rende pronto per la Candida Rosa.



… in produzione gran finale con fuochi d’artificio e consigli alimentari…


giovedì 9 luglio 2020

Esami di Stato 1348 - pt. 2... Li Protocolli pello morbo



“I Protocolli” giungono dall’alto, come il giudizio divino. Non portano salvezza, ma dannazione. In compenso distribuiscono equamente le responsabilità di eventuali contagi, di modo che il Ministro possa scaricare la colpa sui presidi, che la possono attribuire ai commissari, che con qualche difficoltà possono passarla ai candidati, i quali però possono salvarsi dandola ai migranti. 

La parola d’ordine è “distanziamento”. E niente contatto. Non che agli esami precedenti si ballasse il tango leccandosi reciprocamente gli avambracci (o forse un paio di volte sarà anche accaduto, ma non c’ero e se c’ero dormivo), tuttavia stavolta bisogna stare distanti. E mascherati. E distanti. Quindi non puoi prendere a schiaffi lo studente che celebra il trionfo del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale. 
I Protocolli stabiliscono anche che lo studente segua un percorso preciso per arrivare fino all’aula e poi andarsene, meglio se solo. Perché nasci solo e muori solo, quindi devi abituarti (non lo dico io, lo dice l’ordinanza). Al limite può portarsi un familiare, uno solo, mascherato e zitto, che sennò ci mette tutti a rischio.
Sono finiti (per quest’anno) i tempi della tonnara seduta in fondo all’aula, tra parenti e amici che assistono all’esame farfugliato e poi all’uscita esclamano “Che bravo che sei stato, è andata benissimo”, mentendo e sapendo di mentire. Almeno qualche anno fa l’amico hippie del candidato si addormentò placidamente (si perse purtroppo un “Carducci fascista” che fece storia) e venne svegliato da uno dei commissari che, con grande tatto, fece un applauso alla fine del colloquio: l‘hippie si svegliò e uscì, ma il candidato fraintese credendo di aver condotto l’esame della vita e, constatato poi il meraviglioso voto di 62/100, chiese l’accesso agli atti.

I Protocolli prevedono anche che gli studenti seguano un preciso percorso per entrare in aula e uscire: non lo sanno, ma un buon 60% del voto si gioca sul fatto che capiscano le istruzioni d’ingresso e uscita. Quindi, se sei entrato dalla finestra e hai baciato i commissari, capisci adesso perché al tuo voto finale manca uno zero. E quindi anche un diploma.

Altra sfida è il distanziamento tra i docenti. L’ordinanza nazionale A38 indica un metro, l’ordinanza regionale 38A indica 1.5 metri, la nota all’ordinanza nazionale A38 ripristina il metro e la bolla papale provinciale stabilisce definitivamente 2 metri. Si risolve con banchetti sparsi per l’aula, su cui ogni commissario dissemina provviste, libri di testo, i programmi svolti perché figurati se mi ricordo tutto quello che ho fatto durante l’anno (a parte gli esempi coi canguri, animali che si prestano benissimo a spiegare Filosofia perché nessun canguro capisce Wittgenstein, proprio come me). E reliquie di santi per proteggersi dalla pestilenza. 

Mascherina sempre e comunque, anche quando ti chiudi da solo in bagno a piangere perché finalmente uno studente ha indicato correttamente Jalta sulla cartina. Va da sé che tenere la mascherina per mediamente 6-7 ore non garantisce proprio il massimo della concentrazione, soprattutto se il candidato sta parlando del ciclo di Krebs. Personalmente ho molto apprezzato, comunque, le visioni che sperimentavo verso la terza ora di aerosol all’anidride carbonica: generalmente si trattava di un animale-guida che mi rimproverava per non aver studiato Medicina e aver fatto i soldi.

I Protocolli sanciscono anche che ogni mattina ci si alzi, ci si misuri la febbre e si compili l’autocertificazione dichiarando di non avere la febbre. Ci si assume dunque la responsabilità di fronte alla Legge, la quale però in questo frangente mi sembra molto più astratta del mio animale-guida, che dopo 3 ore arriva sempre a trovarmi per la reprimenda e ha una concretezza espositiva che la Legge se la sogna. Quindi diciamo che mi assumo la responsabilità di fronte agli Spiriti della Natura e ne risponderò all’atto della prossima incarnazione, la quale, in caso di comportamento disdicevole, dovrebbe prevedere un’esperienza come scarabeo stercorario.

Tra un candidato e l’altro c’è poi la sanificazione dell’aula. Il personale della scuola ci caccia fuori, pulisce, accende un falò sulla cattedra bruciando erbe aromatiche (fondamentali per affrontare il contagio di peste nella Milano del 1630… mortalità al 74%, per i curiosi) e poi tutti assieme si prega la Madonna del Colera (che evidentemente appare ai miei colleghi commissari al posto dell’animale-guida).

Il candidato comunque sta in cattedra, protetto da uno schermo di plexiglas che a fine giornata è immacolato, non tanto perché venga pulito ogni volta, quanto perché la salivazione degli studenti durante l’esame è zero e ogni sorso d’acqua viene immediatamente tramutato in sudore. Ecco, le pozzanghere di sudore sono traditrici, ma col tempo impari ad evitarle.

Infine, gli istituti sfoggiano dispenser di gel sanificante a buon mercato, quello che devi sfregare per un quarto d’ora e si tramuta in piccolissime palline di gomma che poi spalmi elegantemente sui pantaloni. I pantaloni, a dirla tutta, sono le vere vittime di questi esami: necessario lavaggio a fine giornata, con emergenza per i poveri docenti che, possedendone solo due paia, devono correre all’Oviesse a comprarne di nuovi per non rischiare di chiudere gli esami in bermuda.


Restate in attesa, potrebbe anche peggiorare…

martedì 7 luglio 2020

Esami di Stato 1348 - pt. 1... Scendono nell'agone i gladiatori


Coraggio della classe docente che affronta l’inaudito, abnegazione dei ragazzi che studiano anche se le scuole sono chiuse da settimane, trionfo della cultura sempre e comunque… però in fondo a chi interessa?
Le rilevanze dell’Esame di Stato 2020 risiedono altrove, in aule non climatizzate e in procedure online che poi devono essere tutte stampate e firmare a mano e sigillate con la ceralacca, perché non sia mai che sparisca per sempre l’energia elettrica dal pianeta… almeno potremo difenderci dai ricorsi aprendo la ceralacca. In fondo, in un futuro post-atomico ci sarà pur sempre spazio per i ricorsi, no? O vogliamo veramente mandare in malora tutte quelle lauree in Giurisprudenza?

Quest'anno 1348 ha condotto a commissioni d’esame composte da soli commissari interni, scelti verso aprile-maggio. Sventurati docenti, che già pregustavano giugno con piedi nel water e ventilatore sulla panza, si sono trovati cooptati per l’Esame di Stato. Invece di affidare la scelta a combattimenti col forcone o a gare di birra e salsiccia, essa viene affidata ai consigli di classe: il risultato sono riunioni estenuanti ricche di litigi, calunnie e rituali scaramantici, per poi arrivare a nominare sempre quelli che erano stati proposti (4 ore prima, all’inizio del consiglio) dal dirigente scolastico.

Peggio è andata per i presidenti, che hanno cercato di fuggire spacciandosi per ultraottantenni, per latitanti, per neoassunti. C’era chi la quarantena era scappato a farsela al paesello e rientrare per compilare un bancale di scartoffie (dovendo farlo bene per evitare ricorsi) andava evitato a costo della galera. Ma l’implacabile Ministero alla fine è riuscito a cooptare tutti i presidenti che servivano, a colpi di ingiunzioni e deroghe, finendo per portare in commissione bidelli, passanti, no vax e complottisti vari. 

Questa vasta e varia umanità deve riunirsi per la riunione preliminare, chiamata “La Plenaria”, che suona enfatico, ma nasconde l’agonia. Come sempre, la serenità e la rapidità dell’incontro dipendono dal Presidente, ma anche i commissari possono essere  seguaci di Ohrmuzd o Ahriman
- All’angolo blu del ring, Simplicio. La paura del ricorso evoca nella sua mente atti di bullismo subiti all’asilo, schiaffoni dei genitori, piccioni che gli fecero la popò in testa, gastroenteriti alla festa di capodanno, insomma tutto quello che in qualche modo ti segna per tutta la vita e che non vuoi sperimentare mai più. Il risultato è pretendere rigida adesione a ogni virgola dell’ordinanza ministeriale, cosa impossibile perché il buon senso sta alle ordinanze come i concerti pornogrind stanno all’assembramento.
- All’angolo rosso, Cicalio. Fiero sostenitore del “Ma cosa vuoi che sia?”, Cicalio non conosce l’esistenza delle ordinanze e considera l’esame di stato un’estensione della sagra paesana. Tutto si aggiusta, l’importante è buttarla in vacca e ridere sempre, possibilmente mentre si degustano panini con salumi. Cicalio durante i colloqui dice che deve andare via perché c’è il parroco che lo aspetta, ordina un bancale di pellet durante gli scrutini, s’incontra con l’amante nei bagni della scuola. Ritiene che “falso in atto pubblico” sia una formula oscura tipo “lavare separatamente”. In fondo non è cattivo, ma deve andare a casa a spegnere il gas.

Se la commissione riesce a mediare tra questi due estremi, è già uno spiraglio di luce. 
Ma quest’anno 1348 è segnato da una vile pandemia che ci impedisce di abbracciare sconosciuti e leccare le superfici esposte, proprio ciò che rende l’uomo uomo. 
Quindi il Ministero ha predisposto “i protocolli”.
Il nome evoca già alienante totalitarismo, tra Kafka e Ernst Junger. E anche Lasciapassare A38 (giusto per ricordare i miglior anni della mia formazione culturale in un piccolo villaggio dell’Armorica). 

E presto de “i protocolli” saprete tutto ciò che lingua umana possa dire.

domenica 1 marzo 2020

Lordi : no sex, no drugs, maybe rock'n'roll

LORDI + TARCHON FIST + boh
REVOLVER CLUB (San Donà di Piave  - VE)
21 febbraio 2020



Quanto soldi ti ho dato negli anni, Lordi. 
Ho comprato i tuoi primi CD, finché non hai deciso di inserire due pezzi belli per album. 
Sono venuto ai tuoi concerti, spesso facendo anche strada e sempre quando suoni sotto casa. 
Le magliette non te le ho mai comprate, perché spesso fanno schifo e le vendi a peso d’oro. 
Ho visto il tuo film horror: si viveva anche senza, ma in quel caso non ti ho dato soldi e quindi siamo ancora amici.
Ho anche mandato un mio amico nel tuo ristorante in Finlandia. 
In cambio, tu sei ingrassato sempre di più nel corso degli anni e ormai hai un backstage sul palco che è più grande del backstage dietro al palco. Hai cambiato a rotazione tutti i musicisti a parte la mummia, sicuramente perché li paghi poco e ti spendi i cachet in pizze. 
I costumi sono sempre stati il top, tenendo conto che te li fai in casa durante gli inverni finnici. Ma in questo ultimo tour sono essenzialmente dei pigiami con le costole disegnate. A parte il tuo, che ormai è come l’armatura di un elefante da guerra cartaginese. E con la tastierista ci si spreca poco, perché è in mutande, maschera da Barbie e parrucca (i guardoni di San Donà non erano granché soddisfatti). 
Credo seriamente che il meglio del meglio nel tuo entourage sia il fonico, che deve stare dietro a un milione di basi ed effettistica varia. Ricorda comunque al bassista che durante l’assolo dovrebbe almeno fare finta di suonare, invece di guardarsi in giro cercando una birra che tanto col mascherone non potrebbe bere. Per fortuna la mummia chitarrista rende alla grande, è sempre più contorto su se stesso e mi fa venire in mente un gibbone alla terza lezione di chitarra che imita Keri Kelli.

A vedere Lordi ti diverti come un bimbo alla sfilata dei carri di Carnevale a Ceggia (VE), anche se le scenette sono sempre quelle e i pezzi nuovi sono ribollite di pezzi vecchi incrociati a pezzi altrui. Stupisce che il pubblico si esalti praticamente per 3 pezzi in tutto, visto che basta una soglia di attenzione di 20 secondi per imparare i ritornelli, ma è altresì probabile che la massa sia intenta a guardare le figure, più che ascoltare la musica. 
Non ci sarà invece in questo report alcuna storia di sesso e/o droga. La band si fa gli affaracci suoi, il pubblico è educato e sobrio, gli spacciatori vengono al locale solo nelle serate house e i venditori di rose ormai mercanteggiano in massa nei locali sushi. Non aiuta il fatto che la birra del Revolver abbia 2 gradi, ma soprattutto immagino che sbronzarsi al concerto di Lordi sia triste come farlo alla festa del nido.

Il Revolver è mezzo pieno o mezzo vuoto, a seconda della propria Weltanschauung (termine da onanismo culturale). Un segno del declino di Lordi, ma rispetto ai Freedom Call è come essere all’Iperlando di sabato pomeriggio. 
Inizia la serata una band rockabilly finlandese che, nell’epoca del pay for play, può permettersi di andare in Tour con Lordi sperando di intercettare l’interesse di qualcuno. Non mi pare la più lungimirante scelta promozionale, ma tanto me li perdo perché impegnato in una gara di proteine nella vicina Musile di Piave.
Seguono i veterani Tarchon Fist, di cui vedo l’ultimo pezzo. Metal talmente classico che riesci a prevedere ogni cambio di tempo, ogni linea melodica, ogni riff. Il look oltranzista, la passione sul palco e la chiara intenzione di divertirsi li rendono simpaticamente adatti per una serata anni ’80 di sbronze e bottigliate contro i fan dei Duran Duran.
Poi arriva Lordi, quindi, caro utente, torna a leggere dall’inizio del report. E così via all’infinito. Oppure, passa sotto alla conclusione malinconica. 


Uscendo noto che Lordi gira con un tour bus di quelli seri, da band che ha ancora qualcosa nel conto in banca e non deve prendersi ferie per due settimane di tour. Rispetto alla multipla con cui i Freedom Call hanno provato ad attraversare il Brennero, siamo su un altro pianeta. Poi magari scopri che nel tour bus ci stanno solo Lordi, la mummia, il fonico, i costumi e la strumentazione, mentre il resto della band segue su Moskovic 408 alimentata a barbabietole e spinta.