venerdì 15 settembre 2017

Metalitalia.com Festival 2017, Day 1: quando ti rendi conto che eri giovane...

Metalitalia.com Festival 2017
Day 1
Live Club – Trezzo sull'Adda (MI)


TRICK OR TREAT
Aprono il Festival, troppo presto per la mia ciurma ancora impegnata ad arricchire società autostrade e autogrill, oltre che compagnie petrolifere e ditte di ricambi auto: privilegi della guida sportiva e di feroci discussioni sul Metal, che fomentano disordini e scatenano il testosterone.

HOLY MARTYR
Qualcuno deve avere seriamente rotto le palle agli Holy Martyr, che assaltano lo stage incazzati come leoni a cui hanno strizzato i capezzoli. Epic Metal della vecchia scuola, per suonare il quale devi essere un brutto ceffo, avere la barbaccia e un piglio da scalzacani: magari nella vita gli Holy Martyr faranno i maestri all'asilo, ma qui si apre con una canzone intitolata “Numenor” e non possiamo certo farla suonare a delle ballerine. Promossi. A birra e salsicce poi gli Holy Martyr devono essere imbattibili.

WHITE SKULL
Alla sagra provano a proporre piatti nuovi, ma alla fine tutti prendono polenta e costicine. Ecco, i White Skull sono la “poenta e coste”: cambiano le mode, cambiano i gusti, ma alla fine sono sempre là e sono sempre una delle cose migliori. E va bene se la voce di Sister De Boni sparisce di fronte alla doppia cassa e alle ritmiche, se il basso tira dritto su una corda e del tastierista ci si ricorderà soprattutto per la chioma e le pitture di guerra. Ovvio poi che Danilo Bar ad ogni concerto batta tutti i record di “Guitar Hero” e vinca pure il premio Emmy per la miglior performance comica. Su tutti però si staglia Tony Mad, arcigno e sfrontato come un bucaniere, arringa la folla e si porta a casa i cori più ganzi.

SECRET SPHERE
Una volta mi esaltavo quando vedere le band con più componenti di una squadra di rugby, adesso le temo perché di solito non si capisce una tega di quello che suonano. I Secret Sphere, poi, si presentano con due coristi e per un paio di canzoni fanno anche i duetti con l'ex cantante Ramon (bravissimo, scalzissimo e con la peggior canotta che si possa comprare ai saldi dei cinesi)... i presupposti per la tonnara ci sono tutti, invece i ragazzi sono calibratissimi e il tutto prede una piega vincente. Poi Luppi ti stappa i timpani sparando baci a ultrasuoni nel microfono, ma lo perdoni perché ti fa la solita gag da Madagascar e capisci che, in un mondo giusto e onesto, starebbe a dirigere l'animazione nei resort più lussuosi del pianeta. Comunque sia, canzoni bellissime e una band in palla, suoni ottimi e tanto coinvolgimento: se hanno anche trovato gentil donzelle a cui accompagnarsi, hanno fatto filotto.

LABYRINTH
Sarò stato stanco e scazzato io, che ormai reggo gli sforzi prolungati solo se mi mettono la droga nel bicchiere, ma anche i Labyrinth devono aver avuto una nottata difficile o una visita di Equitalia. Tra incomprensioni di esecuzione e qualche battuta riuscita male, sembra più una serata in sala prove che una performance da festival. Poi hai Tiranti alla voce che, al netto della panciera (o cintura di wrestling), non prende lezioni da nessuno e in generale dove guardi c'è un fenomeno dello strumento, ma non scatta la magia. Felice di rivedere alle tastiere Oleg Smirnoff, che suona di spalle o coprendosi il volto con la coperta di capelli perché ci saranno stati dei suoi creditori tra il pubblico. Puntiamo su prossime date per il riscatto.

GRAN MAGUS
Ripulito il palco e lasciati solo una batteria minimale e due microfoni, parte l'intro con la soundtrack di “Conan” e so già che domani si andrà dall'ortopedico. E va bene così, dopo un paio d'ore di eleganti partiture il repertorio classic dei Grand Magus (saccheggiatori di Manowar e compagnia epicheggiante) fa ritornare il pubblico del Metalitalia allo stato primordiale: bestie. Nel senso metallico del termine, con headbanging, pogo, ululati e voglia di assaltare il primo villaggio fuori dal casello autostradale. La magia della band è avere anche al basso Fox Skinner, secco secco e col dente d'oro, così che le luci ci si rifrangono e sembra che abbia un faro in bocca. Nel mio tabellino i GM stanno sul podio.

RHAPSODY OF FIRE
Ho capito quale versione della band avrebbe suonato solo quando ho visto Staropoli sul palco: ormai non riesco più a seguire le telenovelas, figurarsi 2-3 versioni dei Rhapsody. I primi due album mi gasavano, anche se avevo capito che un genere simile è quanto di più scacciafiga ci sia: poi ho scoperto il bricolage, ho avuto successo con le donne e ho perso di vista i triestini. Staropoli è rimasto uguale (sempre una coperta di capelli e una degna circonferenza di bicipite), gli altri sono impeccabili. Scenografia poverella, ma qualche effetto speciale salta fuori lo stesso, esempio il flautista non microfonato che però si sente benissimo. Il nuovo Giacomo Voli lascia a bocca aperta e scopro troppo tardi che è anche personaggio televisivo, (vivo in una spelonca dove non si prende la RAI), sennò gli avrei chiesto una raccomandazione per Masterchef.

EDGUY
Ricetta per uno show vincente:
  • soundcheck da headliner, così prepari i suoni ammodo e si sente tutto;
  • tastiere campionate, che c'è meno cagnara;
  • canzoni da greatest hits e mai troppo incasinate da complicarsi la vita;
  • Tobias Sammet,
… e gli Edguy si portano a casa l'ennesimo show vincente.
Toby si gioca tutto il repertorio da intrattenitore, saltella qua e là senza cadere dal palco (dopo il volo al Bang Your Head di qualche anno da, mi aspetto di tutto), si tiene cappotto e cappello per tutto il concerto perdendo almeno 12 kg (ma è tedesco e reintegra subito con stinco e crauti), piazza anche le ballad strepitose che ha rubato a Savatage (lo dice lui) e Poison (lo dico io). Gli altri esistono, nel senso che ci sono sul palco, ma te ne accorgi solo quando Toby li indica per prenderli per il culo: per fortuna questo equilibrio soddisfa tutti, visto che la lineup è uguale da più di 20 anni.
Per fortuna che Sammet è alto come una banana, altrimenti avrebbe qualche decina di figli illegittimi da mantenere.

Un grazie a:

  • Notturno Metal per aver fornito il travestimento da bistecca di seitan, con cui sono riuscito a entrare di nascosto
  • Lo staff del Live Club, che ha fornito posti a sedere in posizione comodissima a tutte le donne in stato interessante (questo è vero e degno di lode)
  • Lo staff di Metalitalia.com per aver organizzato al meglio un festival impeccabile
  • I miei compagni di viaggio, che stanno ancora urlando il coro di “Hammer of the North”

giovedì 10 agosto 2017

Vichinghi, chiome blu, sessualità variopinta

AMON AMARTH + ARCH ENEMY
7 agosto 2017
Summer Days in Rock - Majano (UD)


A Majano fanno le cose giuste. Sagra in centro al paese con organizzazione teutonica: plurimi stand di birra, cibo vario e abbondante, panche e tavoli a profusione perché noi vecchi vogliamo mangiare seduti, alberi per l'ombra, bagni per i deboli di prostata e zona concerti con palco serio.
Temevo poca affluenza, visto il botto di gente che è andata a vedere gli Offspring a Lignano, ma sono stato smentito da una dignitosa orda di Metallari che probabilmente sono ricchi oppure degli Offspring se ne sbattono tanto quanto il sottoscritto.
Partiamo adesso con le recensioni.

CIBO.
  • Frico morbido con polenta. Polenta onesta. Frico invece di livello alto, pastoso e senza grumi, con crosticina croccante e immediato intasamento delle arterie. Livello di sazietà: 80%. Apporto proteico inesistente, ma la saggezza mi aveva già spinto a mangiare un tonno pinnagialla vivo prima di partire. Alimento adatto al pre-concerto, soprattutto ora che il clima si è fatto meno sahariano.
  • Galletto intero con patate. Carne bianca allo spiedo post concerto è un'occasione da non perdere per reintegrare un po' di dignità persa col frico. Chi si informa di nutrizione su Google sa che si scarta la pelle per gettarla ai Metallari panciuti che scambiano l'obesità col benessere. Cottura adeguata, dimensioni ridotte: probabilmente si trattava di una quaglia.
  • Avvistato anche un Metallaro con la maglietta di “The Ultra Violence” dei Death Angel che consuma frittelle di mele con salsa non identificata: l'occhio socchiuso e il silenzio assorto mi hanno fatto dedurre godimento vero.

ARCH ENEMY.
Col cantante stempiato erano buoni ma non memorabili, con l'urlatrice bionda parevano una piattaforma per assoli: finalmente riesco a vederli anche con la canadese dai capelli blu. Detto che sono fenomeni a suonare e gli ultimi album mi piacciono perché ci sono i ritornelli coi rutti, parliamo di cose importanti.
  • Batterista con doppia cassa a elicottero, che ti vien da pensare se non sia per lui una noia usare più i piedi che le mani... comunque un robot, oltre che fisico degno e quindi buone possibilità di accoppiamento post concerto.
  • Sharlee D'Angelo suona il basso sempre sulla stessa corda, che tanto non si sente e quindi potrebbe andare invece in tour coi The Night Flight Orchestra che hanno il basso alla Survivor (ma un pubblico potenzialmente 0% donne).
  • Michael Amott e Jeff Loomis sono due cloni: testa china con capelli al vento, se uno fa ritmica l'altro spara l'assolo, mai uno sguardo sul pubblico e una precisione chirurgica... posto che vanno ammirati per le chiome e la perizia, ci sono gli estremi per diagnostica una sindrome di Ansperger.
  • Alissa ha il look vincente da streghetta di Tim Burton, il fisico pilates plasmato con proteine vegetali, una voce dall'oltretomba (sa cantare bene anche pulito, ma i fans degli Arch Enemy s'incazzerebbero a sentire un ritornello senza rutti) e grande grandissima presenza sul palco. Ogni maschio presente è decisamente concentrato su di lei, inclusi quelli che poco dopo dichiareranno amore homosex per Johan Hegg degli Amon Amarth... per dire, la confusione nel Metal regna sovrana anche a livello di identità di gender.
45 minuti a disposizione, 45 minuti di canzoni. Senza perdite di tempo, gli Arch Enemy portano a casa una prestazione trionfale e un pubblico in estasi per la musica (e non solo per le natiche di Alissa). I due chitarristi vengono portati fuori insieme alla strumentazione, ancora intenti a sparare assoli e ritmiche incrociate.

AMON AMARTH.
Come può un adulto di buona cultura e con lavoro rispettabile essere appassionato degli Amon Amarth, riassumibili come un concentrato di grezzume e epicità tagliata con l'accetta? Eppure sì, non solo compro i loro CD (le magliette no, sembrano quelle dei Fantagenitori), ma a vederli live godo come un tacchino americano scampato al Ringraziamento.
La band infatti investe così i 40 euro di biglietto richiesti:
  • magliette nere e corni per bere
  • luci e fumo come le band di liscio ad alto budget
  • scenografia vichinga da fumettone: elmo gigante a supporto della batteria, figuranti che si menano, un krampus che viene spacciato per Loki, proiezione sullo sfondo di scenette di epica vichinga in stile Marvel anni '90 (con tutte le anatomie ipertrofiche), un serpentone gigante gonfiabile veramente fighissimo su cui torniamo dopo
  • shampoo, balsamo e cera per barba
Hanno invece risparmiato su:
  • un fonico (e chi le ha sentite le chitarre?)
  • lezioni di dinamismo musicale (“Johan, senti questo riff!”. “Già usato nell'altro album”. “Ma lo mettiamo nel mid tempo del nuovo album”. “E per i pezzi veloci usiamo i riff dei vecchi mid tempo?”. “No, usiamo i riff del primo album cambiando i ritornelli”. “Ok, album pronto. E anche quest'anno si può andare in tour”).
  • Spessore culturale (ma qui sono io a fare lo snob perché ho studiato troppo).
Risultato trionfale.
Il pubblico, estasiato dal panem et circenses dei vichingoni, fa finta di sentire anche chitarre/basso e si scatena in headbanging implacabile, pogo, circle pit, wall of death e tutte quelle cose da giovani che fanno la fortuna di chi poi raccoglie da terra portafogli, chiavi di auto e denti d'oro. Alcuni fans si sono fatti crescere la barba per l'occasione, altri si sono iscritti in palestra un mese fa, molti hanno i capelli lunghi con piazze spaziose e accoglienti, tutti si sono ripassati la discografia in mp3 e dopo lo show hanno fatto incetta degli asciugamani degli Amon Amarth.
Due momenti sul palco risultano fondamentali, entrambi con protagonista il cantante Johan Hegg, che da 20 anni ha una panza da latifondista dell'800 e insiste col mettersi la maglietta smanicata aderente:
  1. sfodera un corno da bevuta da almeno 3 litri (l'equivalente vichingo dei bicchieroni di Coca nei McDonald americani) e vagabonda per il palco brindando alla salute dei fans. All'inizio avrei scommesso che fosse vuoto, ma poi ho pensato: “Questo fino a qualche anno fa faceva il rappresentante di formaggi, poi i fans gli hanno permesso di vivere di musica... come minimo sbronzarsi coi fans a ogni concerto ci sta”.
  2. Arriva sul palco con un enorme martellone preso da Happycasa (inserimento pubblicitario per tirare su qualche euro, visto che ho speso troppo in cibo) e, mentre fa il solito discorsetto con miti norreni e i fans italiani che sono i più fenomeni del mondo, dietro la batteria salta fuori un enorme serpente e parte un duello a mazzate in faccia. Il serpente (da ora in poi noto col termine dialettale La Bisàta) mi ha fatto capire che gli Amon Amarth ormai hanno svoltato: saranno degli zozzoni con l'inventiva di uno stambecco, ma i soldi che fanno li investono in spettacolo puro. Certo, non stratosferico come il Carnevale di Ceggia, ma quasi ci siamo.
Foto di Valentina Piovesan e Paolo Smeazzetto (avanzate un chinotto)

Alla fine, vittoria per entrambe le band e avanti verso il Valhalla.

PS... 
a quello che filmava con lo smartphone davanti a me... deprecando questa pratica, durante “Raise Your Horns” ti ho fatto un favore urlando una mirabile sintesi dei preamboli della Guerra dei Cent'anni e ho anche spiegato la questione dei feudi anglo-normanni in Francia: quando riguarderai il video non solo ti risparmierai una canzonaccia, ma imparerai pure qualcosa. Ovviamente didattica breve, adatta a chi è così disagiato da vivere i live attraverso una videocamera.

PPS...
grazie a Stecca, che mi ha portato in auto ed è riuscito a tenere i muscoli tirati per complessive 8 ore: miracoli del Crossfit


lunedì 1 maggio 2017

Frontiers Rock Festival IV - Il Rock è morto ma gode di buona salute


FRONTIERS ROCK FESTIVAL 4
29 aprile 2017
Live Music Club - Trezzo sull'Adda (MI)

“Non esistono fatti, solo interpretazioni” (F. Nietzsche).

In musica l'oggettività è un parametro inapplicabile, lo spettatore medio vede ciò che vuole vedere e sente ciò che vuole sentire: la valutazione sugli show delle band preferite è sancita a priori, nel senso che una band che ti piace e di cui conosci il repertorio te la godi di più di una sconosciuta o non apprezzata.
I Caius fanno un concerto impalati sul palco perché se la fanno sotto? Il fan parlerà di grande perizia esecutiva, musica messa al primo posto, solo sostanza, sofisticati. I Tizius fanno una caciara orrenda strafatti di chissà cosa? Grande attitudine rock, un grande vaffanculo al sistema, loro possono perché sono rockstar.
Di conseguenza, ecco la recensione del mio Frontiers Festival. Impressioni, opinioni, interpretazioni, un solido tributo alla moderna post-verità.

E adesso via con la recensione “0% musica”.

PALACE
Non ce la fanno, i Palace. Avrebbero pure qualche canzone di maniera giusta giusta per scaldare il Festival, ma Michael Palace del cantate ha solo i capelli cotonati, per il resto viaggia tra l'insufficiente e il disperato. Ora come ora Palace è un pessimo Meniketti, tra qualche anno potrebbe essere un sufficiente David Hasselhoff. Dicono sia particolarmente attivo nei confronti del gentil sesso, voglio sperare che almeno abbia dato tutto in quel senso. Salverei la sezione ritmica e le basi.

ONE DESIRE
Il cantante è uguale a un noto taccheggiatore delle mie zone e l'unico dall'aspetto finnico mi pare il bassista: a parte queste notazioni etniche, la band convince. Tra melodie ariose e ritornelli ruffiani e non banali, ci metto mezz'ora ad accorgermi che nascosto in un angolo c'è pure un tastierista e che si sta facendo il mazzo tra suonare, fare i cori e passare inosservato. Bravi ragazzi, di certo non si chiuderanno nei bagni con le signorine (come hanno fatto qualche edizione fa i Crazy Lixx, impedendomi di espletare fondamentali funzioni).

CRAZY LIXX
La dinamica è la seguente. I CL partono da Stoccolma convinti che il festival sia frequentato da maschi adulti calvi disperati; arrivano al locale e si trovano in mezzo a un gineceo, dolci donzelle sexy e provocanti con scollature e tacchi da privé; capiscono che i gruppi grossi hanno l'età totale di tre cifre e intuiscono che i giovani (Palace, One Desire) non hanno l'occhio della tigre, mentre gli Eclipse sono bruttissimi e ciao; i CL sono quindi come dei bracconieri in uno zoo. Eccoli allora sul palco tirati a lucido, zero chiacchiere e via di refrain in refrain fino all'inevitabile trionfo. Ma se hanno i pezzi clamorosi, il look, l'impatto e l'attitudine, cosa manca ai CL per essere headliner? A questo punto penso che l'unica sia cambiare cantante e prendere un modello svedese biondo da far cantare in playback. Magari così ce la facciamo (non fosse che il cantante Danny scrive i pezzi, produce, fa l'artwork e lava i panni).

Vita vissuta pt.1. Il cantante dei Crazy Lixx, causa occhi piccoli e vicinissimi, pare sempre tristissimo, infatti la band lo scarica a fare le interviste mentre gli altri cercano di copulare. Al Frontiers lo schema non cambia, ma stavolta nella tristezza gli fa compagnia il mastodontico batterista, che soffre tanto perché non suona coi Tool e probabilmente tiene anche famiglia (oltre a polpacci da powerlifter). Il nuovo chitarrista Chrisse invece si gode le attenzioni del pubblico, roba a cui non era abituato dopo anni passati a suonare con gli scalcinatissimi Dirty Passion: il passo felpato sfoggiato a inizio sera rivela però che il nostro ha preferito l'opzione alcol.

ECLIPSE
Sono solo in 4, ma hanno il sound saturo come un caco a fine stagione, perché gli Eclipse suonano con le basi migliori di tutti. Erik Martensson è ormai un personaggio amatissimo, non solo per la bravura, ma anche perché ha la fronte altissima, le orecchie a sventola e dimostra 23 anni dal 1999: sposato, non bello, molto tranquillo, il buon Erik non rappresenta una minaccia per le altre rockstar in cerca di amore né per il pubblico pagante alla ricerca della stessa cosa, quindi gode di un appoggio praticamente totale. Il bassista stupisce per come assomigli a Kee Marchello preso male (e già Kee Marchello di suo non è proprio l'emblema della sobrietà). Sorpresona il duello con Michele Luppi, elegante con la sua gomma da masticare che lo fa sembrare strafatto di MDMA: alla fine Martensson deve pure pregarlo per fare un acuto. Band comunque di livello, con molta gente venuta al festival apposta per loro e di meglio non si può dire. Speriamo che la vena compositiva di Martensson resista, visto che la Frontiers lo sta facendo lavorare come un minatore durante lo stalinismo.

REVOLUTION SAINTS
Progetto da studio, ma gestito da artisti con un pedigree da paura, i RS fanno il primo show della loro storia. Essendo americani, è bastato dir loro che si stava registrando il DVD per scatenare l'essenza da rockstar che ogni musicista yankee si porta nel DNA. Due parole in più sui nostri eroi:
  • Jack Blades va amato senza condizioni, dà sempre l'impressione di essere lo zio che ti compra la birra di nascosto e ti spiega cos'è il Rock
  • Deen Castronovo si diverte come un bambino e se la gode al 100%, neanche fosse uscito di galera (in effetti, è veramente uscito di galera da poco)
  • Doug Aldrich è Doug Aldrich: siano i Whitesnake, i Burning Rain, i Dead Daisies o i Revolution Saints (o i Lion, giusto per fare sfoggio inutile di cultura musicale), lui è sempre vestito uguale e suona sempre uguale. La coerenza fatta a persona
Coordina tutto il nostro Ale Delvecchio, il cui secondo nome è Professionalità. Con queste premesse e una serie di cover doverose e strepitose, i vecchiardi portano a casa il risultato e possono dedicarsi a tenere lontano Castronovo da tutto ciò che potrebbe rispedirlo in galera.

Vita vissuta pt.2. Sono stato pigro, supponente e superficiale nell'osservare le band: del resto ci ho messo un pezzo a digerire l'aragosta offerta da Notturno Metal e lo champagne che ho rubato dal catering degli Steelheart. Noto che non ci sono casi di ubriachezza molesta, il filo conduttore del festival è l'assoluta educazione, che ben si sposa con l'attitudine da borghese placido e arrivato dell'ascoltatore di AOR.
Scena da ricordare: due noti appassionati di Seventies che, pur circondati da una quantità di donne che nella loro vita avranno visto solo in locali sconci, ignorano il tutto perché presi da una discussione sull'Hammond. Siete fantastici, gente, ma fosse per voi come genere umano ci saremmo già estinti: per fortuna ci sono i Crazy Lixx.

TYKETTO
Non sono una delle mie band preferite, i primi due album li ascolto ogni 5 anni e il resto lo ignoro. Non mi aspettavo nulla, invece riescono a fare lo show della vita. Sarà il fattore DVD, sarà che non gli capiterà mai più di suonare in simili condizioni, comunque la band è tirata a lucido e Danny Vaughan (uno spot vivente alla chirurgia estetica) canta splendidamente. Poi c'è da dire che l'hit generazionale “Forever Young”, urlata da una platea di padri di famiglia e rappresentanti del ceto medio, fa sempre sensazione. Immagino che anche il bassista 90enne dei Tyketto si senta chiamato in causa. Gran bella soddisfazione, poi brodino e tutti a letto.

Vita vissuta pt.3. La band più presente tra il pubblico sono gli Adrenaline Rush, che tanto suonano domani e quindi possono farsi la scampagnata. Il problema è che sono noti per l'avvenenza della loro cantante (che è sempre disponibile a farsi foto con qualunque guardone presente al locale), quindi gli altri non li riconosce nessuno, a parte qualche fanatico terminale. Abili nel vagabondaggio, appena decenti nell'approccio col gentil sesso, brillanti nell'ingestione di alcol, i ragazzi diventano un punto di riferimento sul manto erboso fuori dal Live Club e attirano l'attenzione della gente, finché Michael Palace decide di unirsi a loro e tutti scappano.

STEELHEART
Gli Steelheart del primo disco erano una cosa, nel secondo erano già cambiati e il terzo (a detta di quei 5 che l'hanno comprato) era altro ancora. Poi una pausa di 20 anni ed eccoli saltare fuori con line-up nuova, resta solo il prodigioso cantante Mike Matijevic. Al basso hanno Rev Jones dei Black Symphony, un animale fuori controllo e fuori contesto (per i curiosi c'è sempre Youtube). Il chitarrista non so chi sia, ma deve aver fatto un frontale con un camion di cabernet, perché sfoggia espressioni che fanno molto bar della bocciofila. Batterista giusto al millimetro. Poi c'è Matijevic, che irrompe suo palco agghindato come un boss della mala balcanica e sfoggia un'antipatia sorprendente (prima frase al pubblico: “Ho voglia di cantare, non di parlare con voi”, vabbè che ti pagano per cantare...), ma ha ancora una voce irruenta e ipnotica. Sommiamo però una selezione iniziale di pezzi che mi dicono poco (non sono un fan degli Steelheart), una prestazione impeccabile ma che mi lascia indifferente, la stanchezza della (mia) terza età e quindi me ne vado a metà setlist, lasciando che siano altri a stilare le classifiche dei buoni e dei cattivi.


Vita vissuta pt.4. Proprio uscendo dal locale mi ritrovo nel parcheggio un Vero Rocker che vomita l'anima e commenta in romagnolo la sua prestazione. Il disagio s'è fatto attendere, ma alla fine ha vinto, stravinto e dominato.

lunedì 3 aprile 2017

Dark Tranquillity: affidabili come il tonno in scatola


DARK TRANQUILLITY + OMNIUM GATHERUM
28 marzo 2017
Revolver (San Donà di Piave – VE)

Le due band, in tour con gli Amon Amarth, usano il giorno libero per lo shopping all'autogrill di Calstorta Nord. Speso l'impossibile in tobleroni e prosecco abruzzese, i musicisti si vedono costretti a tirare su quattro soldi suonando la sera al Revolver di San Donà, vicino all'uscita dell'autostrada.
E allora via con lo show, in un locale che da un po' ospita serate metalliche dall'affluenza schizofrenica (a volte pieno impaccato, più spesso quattro gatti, saltuariamente solo cespugli rotolanti). Anche stasera numeri decenti e nulla più, di certo sotto le aspettative per una band come i Dark Tranquillity. L'analisi delle motivazioni lasciamole ai sociologi o agli psicologi e passiamo a parlare di estetica.

OMNIUM GATHERUM
Finlandesi, 7 album di melodic death metal all'attivo e io li conosco solo di nome. Esce troppa musica e per stare dietro a tutto dovrei rinunciare ai soliti 3 mesi di vacanza ad Aruba, ma sono debole e non lo farò: quindi, col capo cosparso di cenere, ascolto questa truppa finnica che spara bordate di metallo pesante. I suoni sono intricati come un dialogo tra sbronzi, quindi deduco che la musica sia accettabile, ma non posso affermare nulla di definitivo. Peraltro alle orecchie porto dei tappi talmente da VIP che non sento niente, neanche la faccia.
Elementi memorabili da tramandare ai posteri:
  • il cantante esegue coreografie imitando il simbolo della band, una cosa che posso perdonare solo ai Manowar; ha inoltre gli zigomi talmente pronunciati che non gli si vedono gli occhi e la panza talmente finnica che la camicia esplode dopo le prime note;
  • il basso non si sente, mai (nel Metal in generale, non solo al Revolver);
  • i capelli lunghi, soprattutto se sbatacchiati qua e là con vigore, danno alle band quel tocco in più di Metal che evita l'immagine “impiegati in sala prove”
  • chi ha fatto bere il tastierista?
  • le coreografie da “posa plastica & headbanging” sono una tragedia, tutti scoordinati e addio all'effetto epico... sembra solo un triste episodio di epilessi collettiva...

DARK TRANQUILLITY
Sono più di 15 anni che vedo dal vivo i DT, che forniscono una certezza inossidabile: la camicia nera del cantante Mikael Stanne, un uomo che le magliette ha smesso di usarle uscito dall'asilo nido.
Le sorprese sono i cambi di formazione, che hanno reso la band una cooperativa del Metal svedese, pur mantenendo sempre la costanza del cantante e del batterista. I nuovi sono Santa Claus al basso e i due chitarristi (solo per il tour): il fenomenale e incartapecorito Christopher Amott (che ama la sua chitarra al punto che la fissa per tutto lo show, senza accorgersi che c'è anche il pubblico) e Johan Reinholdz (che è uguale a mio fratello coi capelli lunghi e il girovita importante).
Prestazione impeccabile, come anche la scaletta, che esplora l'ultimo valido “Atoma” (quello col folpo in copertina) più i pezzoni clamorosi di quasi tutta la carriera. Certo, i primi album saranno ignorati finché i DT riusciranno a pagare le bollette evitando tour commemorativi, quindi dimentichiamoci “A Bolt of Blazing Gold” e “Lethe”.
Promozione a pieni voti per tutti, soprattutto per Stanne, il frontman più giocherellone del Metal (estremo, ma non troppo), pur denotando una preoccupante somiglianza col cantante dei The Answer. Lo salverà la dieta svedese a base di aringhe, renna essiccata e lamponi, oltre al fatto che l'alcol lassù costa il disastro e farselo da soli implica il rischio di far saltare in aria la cantina.

Il pubblico presenta quasi tutti volti noti, suggerendo che anche quello dei DT cominci a essere un genere “per vecchi”, almeno qui in Italia. Come milioni di altre cose. Ma le indagini nel merito le svolgo solo a pagamento, quindi niente approfondimenti e plaudiamo piuttosto la scelta di aver fatto finire il concerto a un orario umano. Conclusione dello show entro mezzanotte, così noi Metallari riusciamo ad arrivare in orario alla messa nera del martedì.

domenica 5 marzo 2017

Alternanza scuola lavoro: per un futuro da asceti



Per i profani, una breve banalizzazione: la riforma della scuola chiamata Legge 107 (o “Buona scuola”) prevede che gli studenti trascorrano un tot di ore (200 o 400) presso qualche azienda per mettere in pratica ciò che imparano a scuola. Si chiama "Alternanza scuola-lavoro". Avevo in mente un percorso nei centri per anziani, dove i ragazzi avrebbero potuto sfruttare le competenze linguistiche sviluppate a scuola (essenzialmente le bestemmie), ma un'ulteriore riflessione mi porta a proporre qualcosa di più realistico e formativo.

Progetto: bassista in una band Metal.

Prerequisiti.
  1. Lo studente non deve saper suonare il basso, visto che comunque nel Metal non si sente (a meno che non si parli di Iron Maiden, che però non hanno accettato di sostituire Steve Harris con un diciassettenne), tuttavia dovrebbe possedere almeno lo strumento e l'amplificazione (anche non funzionanti).
  2. Lo studente deve avere tutti e quattro gli arti, giacché dovrà caricare e scaricare la strumentazione prima e dopo prove/concerti. Alle prove poi non serve presenziare, può tenere compagnia alla morosa del cantante e diventare il suo migliore amico. Ai concerti deve stare sul palco, ma sereno e tranquillo sullo sfondo.
  3. Buon reddito famigliare. Gli abiti di scena, ovviamente selezionati dal resto della band (cantante in primis), devono essere procurati a proprie spese e quindi giù soldi o almeno una zia sarta. Meglio se fosse auto-munito, così porta in giro gli altri. Obbligatorio essere astemio, come conseguenza di quanto scritto nel periodo precedente.
  4. Essere anonimo esteticamente, per non minare la leadership del cantante. Graditi comunque i capelli lunghi per l'headbanging (tanto si esibirà con volume zero, quindi almeno un po' di scena ci vuole).

Competenze e abilità da sviluppare.
  1. Riconoscere il proprio ruolo sottomesso nella società, accettando di essere bassa manovalanza che brilla di luce riflessa (nella band come nella vita). Filosofo di riferimento: filosofia cristiana medievale (v. il rifiuto del mondo in vista di un premio ultraterreno)
  2. Praticare la castità, anche se più che una scelta sarà una necessità, visto che potrebbe mettere le mani solo sugli scarti degli altri membri (incluso il manager, cioè l'amico che non sa suonare e che quindi ha l'incarico di fissare date per la band, cosa che fa una volta l'anno). Filosofo di riferimento: Schopenhauer (v. la terza via di liberazione dal dolore)
  3. Apprezzare le piccole soddisfazioni della vita, come 4 euro per uno show oppure i complimenti falsi dei propri genitori. Filosofo di riferimento: Epicuro.
  4. Competenze economiche e commerciali: dopo gli show, il ragazzo sarà sbattuto allo stand del merchandising a maneggiare il vil denaro, mentre gli altri membri della band potranno stare nel backstage a fare gli artisti. Filosofo di riferimento: nessuno, ai filosofi non piacciono i schei.

Prodotto finale.
Un umile, casto, obbediente ingranaggio del sistema, che con temperanza accetta la sua posizione e fa al meglio lo sporco lavoro. Filosofo di riferimento: Platone (v. “La Repubblica”... per chiarimenti, iscrivetevi ai miei seminari).


domenica 18 dicembre 2016

THE ANSWER + THE DEAD DAISIES: giovani che suonano vecchio o vecchi che suonano vecchio?


THE ANSWER + THE DEAD DAISIES
16 dicembre 2016
New Age Club (TV)

THE ANSWER.
The Answer da Belfast. Attenzione a non intraprendere con loro discussioni sulle confessioni religiose o a blaterare di Guinness, questi vengono dall'Ulster e magari magari sono pure contenti di giurare fedeltà alla corona inglese (nota: questa frase è soprattutto rivolta ai miei studenti di Quinta, andare subito a ripassarsi la questione irlandese).
Pregi e difetti dei TA e cominciamo coi difetti, che così poi si va in escalation.
  • Esteticamente anonimi, con solo il cantante che si fa notare. Peccato che lo si noti per una faccia larga come un televisore e un fisico infelice da pasteggi a birra, fritti e patate. Gli altri male: camicette, jeans, capelli in lieve disordine... il confronto coi The Dead Daisies è impietoso e non avrebbe neanche senso, ma è anche inevitabile.
  • Bravi bravissimi, ma il genere esige “cantante rockstar e chitarrista mistico”. Se il cantante, pur non avendo l'avvenenza, se la cava con movenze settantiane e tanto talento, il chitarrista è troppo remissivo: piacerà anche alle mamme, ma le mamme presenti erano là per farsi Marco Mendoza e questo la dice lunga sulle aspettative del pubblico.
Vediamo poi il “ponte” tra difetti e pregi.
  • Molto meglio i pezzi del nuovo album rispetto ai dignitosi tentativi di clonare gli Zeppelin nei primi dischi: sempre Hard Rock, ma più personale, più variopinto, semplicemente migliore.
E infine i meritati pregi.
  • Sezione ritmica che spacca, certo non è il caso di paragonarla a quella dei TDD (non fosse per Brian Tichy, che è mostruoso e buonanotte) e quindi potrei dire che è il punto forte della band, se non fosse che il vero fuoriclasse sta alla voce.
  • Il vocalist Cormac Neeson è strepitoso per potenza e precisione, anche quando cala un po' se la cava alla grande. Fosse esteticamente figo i The Answer ce li vedremmo in qualche palazzetto dello sport e non al New Age (complice anche il momentaneo successo del cosiddetto Retro Rock, che al 90% è anonimo, ma ogni tanto partorisce anche qualità).
  • Grande passione per quello che fanno, glielo si legge negli occhi e ricordiamo che questi vanno in tour coi TDD sapendo già che l'80% del pubblico è là per gli altri, che le donne cercheranno di rimorchiare i The Answer solo se Corabi-Mendoza-Aldritch-Tichy sono già impegnati e che non possono permettersi di chiedere 5 euro per l'autografo come fanno le rockstar navigate (es. lo stesso Corabi quando passò al New Age con gli ESP).

THE DEAD DAISIES.
Doverosa premessa: il chitarrista australiano David Lowy è talmente ricco che, dopo un disco con turnisti aussie, licenzia tutti e ingaggia vecchie glorie dell'Hard Rock che non vedono l'ora di girare il mondo suonando, intascandosi un buono stipendio e tirando su qualche groupie. Producono anche un paio di album divertenti, estremamente manieristici e privi di pretese, molto viscerali e con una produzione scintillante. Non si cambia la Storia del Rock, si va di mestiere e ci si lancia on the road per dimostrare a tutti come si sta sul palco.

A differenza di tanti altri spettatori, io di miracoli durante lo show dei TDD non ne ho visti. Strumentisti navigati, presenza scenica stellare e per nulla costruita, divertimento sul palco e quindi anche sotto
...ma...
niente miracoli. Non m'impressionavano su disco, non mi hanno folgorato dal vivo: setlist da Rock Juke Box, con pezzi loro e qualche cover francamente inutile (“Helter Skelter” va bene solo se la suonano i Beatles, quindi non andrebbe mai eseguita), qualche tecnicismo per accontentare i 10mila chitarristi/batteristi presenti tra il pubblico.
Corabi ingrana solo da metà show e che se la cava con l'esperienza, Mendoza l'avrò visto suonare 5-6 volte e sembra sempre intento a eseguire lo stesso pezzo... Aldritch gira sbottonato fino all'ombelico anche quando va a far la spesa e ha la chioma uguale alla buonanima di Farrah Fawcett, poi suona da Dio e dimostra sempre 35 anni. Uno così o lo ammiri o lo sfregi con una bottiglia rotta.
Questione invece che mi sta a cuore: quando suona Brian Tichy, gli altri strumentisti dovrebbero spostarsi a lato del palco e lasciare che il fenomeno fenomeneggi. Interessa zero che Aldrich abbia suonato con i Whitesnake (gli ultimi, quelli con Coverdale che imita la gazza ladra in calore), che Marco Mendoza abbia uno stuolo di groupies over 50 nel trevigiano, che Lowy sia miliardario e che Corabi abbia cantato con i Crue nel disco che all'epoca non piaceva a nessuno e adesso piace a tutti... Se suona Brian Tichy, questi qua devono mettersi in un angolo e stare buoni. Peccato che non lo facciano, maledette rockstars.

IL PUBBLICO.
Due categorie: i Rockers in “denim & leather” e i Senatori (cit. Walter Bastianel).
Rockers: sono venuti per i TDD, soprattutto perché Corabi era coi Motley Crue. Birre nel bagagliaio dell'auto, capelli da barboncini o bandana per coprire la stempia, magliette Poison/MotleyCrue standard, 10 euro contati nel portafogli da investire nella pregiatissima Beck's alla spina del New Age (gradazione alcolica 2°, grazie ad abbondante annacquata). Con le donne ci provano, ma solo da sbronzi e quindi con zero possibilità di successo. Grande partecipazione sotto il palco: pugni alzati (a volte sbagliano e alzano la mano che regge la birra, inondando il circondario), headbanging e accenni di pogo (solo per i rockers di estrazione metallara), movimenti pelvici (solo per quelli di estrazione glam), abbracci affettuosi tipici dell'ubriacone felice.
Senatori: sono qui per i The Answer, ma anche perché Doug Aldritch ha registrato con gli House of Lords e suonato con RJ Dio, mentre Mendoza ha nel curriculum Thin Lizzy e Ted Nugent. Mezza età, contratto a tempo indeterminato o partita IVA, abbondanti esenzioni fiscali (legali o meno), cappotto e sciarpa, capelli corti e zero alcol. Cash a sufficienza per prendersi il vinile e il CD, ma solo se poi la band caccia l'autografo. Foto coi musicisti no, che alla fine sono brutta gente e in ufficio non la prenderebbero bene. Tutti posizionati indietro, zona rialzata vicino al mixer: zero sudore, massima tranquillità, suoni discreti e possibilità di commentare a voce alta. La classe dirigente nella sua serata di trasgressione.


Grazie al New Age per l'ospitalità e l'accredito, si gode sempre a far finta di contare qualcosa. Comunque altri retroscena perversi nelle prossime puntate di Notturno Metal.
E qui sotto un mito, una leggenda senza tempo che posa insieme al cantante dei The Answer (prego notare le dimensioni della faccia)


martedì 22 novembre 2016

Anvil : vibratori scatenati a San Donà



ANVIL + REZET + TEODASIA
19 novembre 2016
Revolver (San Donà di Piave – VE)

Show storico al Revolver: gli Anvil, dopo anni bui, da qualche tempo sono tornati ad avere abbastanza pubblico da permettersi tour europei in locali veri e non in discariche (motivo? Guardate il documentario “Story of Anvil”, ormai obbligatorio per la formazione culturale del Bravo Metallaro).
Le date in Italia questa volta sono ben 5 e quindi il timore di una dispersione del pubblico è motivata. Eppure i Metallari over 30-40 stavolta non tradiscono e l'affluenza è dignitosissima, di molto superiore a quella dello sciagurato concerto dei Crazy Lixx di una settimana fa. Grandi assenti sono i giovani, che perdono l'occasione di assistere a uno show “vecchia scuola”: non c'è nessuna scuola come la vecchia scuola, e gli Anvil sono i fottuti presidi (sei-cit.). Inoltre c'è sempre l'occasione di conversare con una serie di vecchie borchie che si sono fatte le peggiori trasferte nei peggiori locali per assistere ai concerti delle band più clamorose (o scandalose, dipende dai punti di vista).
Detto ciò, ci son le condizioni per un grande show. I miei spioni alle tappe precedenti del tour hanno parlato di band in formissima, io sono carico di energy drink del D+ (effetto dopante stile efedrina) e noto tra il pubblico una rassicurante coerenza di look (chiodo, maglia, “braghe da forca” e gigantesche scarpe da ginnastica alla caviglia).

TEODASIA. Arrivo per l'ultima canzone e sento solo tastiere trionfali e una coppia di voci che volano verso l'infinito e oltre. Noto solo che il cantante è vestito da paggio di Re Artù, ma è una mia deformazione professionale (la carriera di fashion blogger mi permette infatti di pagare le bollette e i tre mesi di vacanze estive a Duna Verde con birre del Lidl).

REZET. Speed-thrash from Germany. Potrebbe bastare qua. Onesti, diretti, intricati il giusto, con cantante chitarrista (meglio chitarrista che cantante) dotato di cintura di pallottole d'ordinanza e un batterista anfetaminico. Capelli in abbondanza, bassista con spalle pelose e una decina di canzoni inviperite che fanno venire in mente i Kreator d'annata. Roba da salto spaziotemporale: sembra di essere nel 1988, complice anche una buona parte del pubblico, che di certo nel 1988 già andava a concerti. Certo, i pezzi finiscono per assomigliarsi e solo su un paio il cantante cessa i rantoli per avventurarsi in linee vocali accessibili, ma i fanatici del genere gioscono. Thrash, headbanging, corna al cielo e birra sul pavimento.

ANVIL. Inizio show: batterista deflagrante che scandisce i tempi di guerra (che Robb Reiner sia un talento cristallino lo dice Lars Ulrich, ma per fortuna lo confermano anche Scott Ian e Lemmy), bassista che percorre il palco con la “danza delle scuse” del Dottor Zoidberg e IN MEZZO AL PUBBLICO Lips Kudlow sciabola riff assassini e urla dentro il ponte della chitarra.
Basta così: gli Anvil hanno già vinto.
Tutto il resto è solo trionfo. Dal duello tra il bassista (uguale a Doc di Ritorno al Futuro) e Lips nel corso di “Mothra”, dove simulano due mostri giganti che si sfidano distruggendo Tokyo, fino alla prepotenza di un Robb Reiner con chioma tintissima e bandana che dal 1989 copre una probabile calvizie disperata (ma aggiungiamo camicia hippie aperta sul petto e catenaccio d'oro stile Trastevere).
Lips, infine, è Lips: brutto da sempre e adesso è anche vecchio, ma ha l'energia di chi ha sfiorato il successo, ha perso il treno e si è ritrovato a consegnare pasti alle mense ma senza mai smettere di suonare, poi ha avuto una botta di culo (il documentario) ed è tornato a vivere di musica dopo i 50 anni. Troppa vita vera per giocare la parte della rockstar, meglio puntare sulla follia di un assolo fatto con un vibratore. E per fortuna che la natura gli ha donato un volto di gomma tipo Goggle di Labyrinth, con una rosa di espressioni babbee da cabaret e un sorriso sdentato imperdibile. In ogni famiglia ci vorrebbe uno zio spiantato come Lips, che a 60 anni ti piomba in casa perché l'hanno sfrattato e ti occupa una camera per mesi, strimpellando la chitarra e svuotandoti il frigo di notte.
Il bassista, comunque, sembra il più squilibrato di tutti: ma se non lo avete visto, non potete capire.

Metal On Metal!

lunedì 14 novembre 2016

CRAZY LIXX + 17 CRASH... la Solitudine dei Rockers


CRAZY LIXX + 17 CRASH
11 novembre 2016
Revolver (San Donà di Piave – VE)

Ai Crazy Lixx ho già regalato 3-4 recensioni e mai che si siano sognati di pagarmi, ma almeno fanno album belli e quindi diciamo che siamo pari. La uso come scusa per non parlare di musica, che tanto, a giudicare dall'affluenza al concerto, interessa a pochi.

Il locale.
Il Revolver ha avuto un momento d'oro come locale per concerti qualche anno fa, poi è passato a feste da discoteca post adolescenziali su cui non mi pronuncio. Complice però una concatenazione di eventi, in questo inverno 2016-2017 il locale riprende a ospitare concerti e ciò è bene, perché è a 25 km da casa e a metà strada c'è il Mobilificio Caramel (le cui pubblicità da anni sollazzano gli utenti delle tv locali e dimostrano che il boom economico del NordEst è chiaramente avvenuto per caso): arrivati davanti al Mobilificio partono regolarmente 12 km di imitazioni delle televendite con voci nasali e inflessioni da Fossalta di Piave, così il resto del tragitto è puro cabaret.
Al Revolver riconosco due pregi:
  1. un'acustica incasinata abbastanza da rendere inutili le seconde chitarre e quindi lasciare libero il chitarrista ritmico di fare il babbeo sul palco;
  2. un sistema di riscaldamento consistente in un getto di aria sahariana che colpisce alle spalle tutti coloro che si trovano davanti al palco in linea col microfono centrale: il tornado asciuga istantaneamente il sudore e ti obbliga a restare in mutande, poi esci a fare il figo e ti prendi la gastroenterite, per cui passi il resto della settimana a casa e risparmi abbastanza per pagarti il prossimo concerto al Revolver.

Il pubblico.
Talmente scarso che si poteva, nell'ordine:
  • uscire tutti dal locale e rubare abbastanza biciclette da spostarsi tutti verso la città
  • andare insieme a mangiare la pizza da Ciccio in centro a San Donà;
  • concedere a ciascun presente un monologo sull'annosa questione “Pizza alta o pizza sottile?”;
  • formare due fazioni “Chi conosce Johnny Lima” vs “Chi ignora Johnny Lima” e sfidarsi a sputi;
  • tornare al Revolver e vedere gli show.


Le band.
17 Crash.
Siccome non si parla di Musica, si parla di Costume e Società. La band toscana ha due chitarristi che vorrei in ogni band, anche di liscio: uno “larger than life” con repertorio di mossette clamorose stile Ratt/Dokken che mette in pericolo costantemente i legamenti ma che genera sul palco un tale uragano di Convinzione Rock che non ti accorgi neanche di cosa stia suonando, l'altro minorenne che si guarda intorno a bocca aperta stupita (espressione che ti coglie quando vedi da troppo distante uno che ti ruba la bicicletta ricevuta alla cresima). Complice l'acustica-bagarre del locale, sento solo alcuni ritornelli azzeccati, un batterista che perde colpi come un 70enne senza Viagra, il solito basso inesistente del Rock e un cantante che rende meglio quando non strilla (ma lui strilla come fosse alle audizioni per gli Steel Dragon). Comunque ci scommetto che in pizzeria avrebbero scatenato un tafferuglio.

Crazy Lixx.
Nuova formazione con l'inserimento di due chitarristi, dopo che i precedenti si sono dati alla macchia (uno è scappato negli Inglorious a suonare Hard Rock stile Whitesnake per un pubblico di calvi, l'altro lo ricorderemo solo per essersi riprodotto nei bagni del Live Club durante il primo Frontiers Festival insieme a una generosa groupie).
I nuovi innesti sono gente nota a chi frequenta il genere, quindi diciamo 200 persone in tutta Italia. Jens Lundgren era il chitarrista di quegli scalcinati dei Bai Bang, un esile elfo albino da 40 kg di peso che stasera aveva i volumi settati a livello “concerto pomeridiano all'oratorio Don Bosco”; Chrisse Olsson ha bivaccato per qualche anno coi disperatissimi Dirty Passion, adesso ha portato nei Crazy Lixx il suo fascino da carcerato balcanico e i pantaloni sempre uguali da inizio carriera.
Il mio preferito resta il batterista, che pare un culturista 10 anni dopo aver smesso con gli steroidi: polpacci enormi, maglietta dei Darkthrone e una precisione che lo piazza tra i migliori del genere (anche se sembra che del genere non gliene freghi proprio niente).
In tutti i loro 4 album i Crazy Lixx hanno inserito diversi pezzi splendidi e oggi ovviamente li suonano tutti, perché (caso raro) la band pare essere pienamente cosciente che il pubblico dal vivo vuole le figate e non i fillers.
I suoni sono già migliori rispetto al solito, di certo i cori in playback aiutano la causa e permettono al cantante e alla sua sempre più rada chioma di vagabondare per il palco e anche nel backstage (lasciando il resto dei Crazy Lixx a guardarsi con la sicurezza di chi non ha capito niente).

Comunque sia, show soggettivamente bello (sui CL sono poco oggettivo, c'è scritto anche nel mio curriculum) e che avrebbe avuto tutte le caratteristiche per piacere ai cultori del genere, i quali però hanno deciso di passare la serata su Netflix.

domenica 30 ottobre 2016

WELKIN + ANUBI'S CURSE + STRAIGHT EDGE - recensione di balletti e fracasso



Le band minori si esibiscono ovunque per mille motivi (voglia di suonare, crearsi un pubblico, raccontare ai compagni di classe che sei in tour, far vedere alla mamma che non sei uno spiantato...). “Ovunque” significa nella migliore delle ipotesi locali adatti alla musica live, nella peggiore autogrill, bocciofile, cantieri, corridoi.
Ieri, con tutto il rispetto per il locale, siamo stati nella fascia bassissima. Pub che al massimo reggerebbe un acustico + soundcheck problematico e salta fuori una situazione dove si sente meglio se stai fuori dal locale piuttosto che sotto il palco.
Poca colpa alle band, sia chiaro: questo passa il convento e personalmente è sempre meglio andarci, agli show, che restare a casa a sgranare fagiolini.
Ergo, nulla posso dire sulla qualità della proposta delle band, né sulla perizia tecnica. E comunque non ne sarei in grado, visto che in questo periodo la mia mente è occupata a sondare i migliori cetrioli sottaceto nei supermercati locali (oltre a cercare la strategia per spiegare decentemente la filosofia del linguaggio, ma i cetrioli mi paiono più abbordabili).
Ecco ciò che resta.

STRAIGHT EDGE. Mai visti né sentiti prima (da quando sono agli arresti domiciliari non riesco a tenere il passo), ma bella attitudine e le band che danno tutto sul palco meritano sempre un plauso a prescindere. Mi è parso di cogliere parecchio hard rock, una spruzzata di Seventies, una cover dei Van Halen e mi fermo qua, perché a un certo punto del concerto riesco a sedermi al bancone davanti al bidone dei bagigi e per noi anziani questo rappresenta la svolta. Record regionale 2016 di bagigi ingoiati in 31 minuti, peraltro. E zitti tutti.

ANUBI'S CURSE. From Treviso a mia insaputa, band di Melodic Metal con voce femminile. I fattori che mi spingono all'ascolto: 1. pausa dai bagigi, 2. una pessima IPA, 3. paiono bravi. In effetti sarebbe bello prima o poi ascoltare la musica che fanno, per ora posso dire che si muovono bene (non bene come MC Hammer, ma bene), che mi pare di intuire anche dei ritornelli ganzi, che non ci sono 700 basi registrate incluso il pubblico e che alla fine portano a casa il macinato. Devastante momento di avanspettacolo del bassista, potrei anche raccontarvelo ma non avrebbe mai lo stesso senso e quindi disperatevi per quello che vi siete persi.

WELKIN. Questi li conosco da quando rubavano rame da adolescenti: dopo una carriera ultradecennale da 1 concerto all'anno cominciano a ingranare all'età in cui la maggior parte degli altri musicisti si rassegna a un futuro nel Multilevel Marketing. I Welkin, che invece si sono trovati un lavoro stabile poco dopo la terza media, adesso sono pronti a schiacciare la concorrenza che infatti non c'è. Sempre clamorosi nelle battute tra una canzone e l'altra: solo per quello valgono il prezzo del biglietto (che mai comunque vi farebbero pagare, quindi affrettarsi).

venerdì 7 ottobre 2016

Concorso 2016 pt. 6: la prova orale (aka "una scusa per fare citazioni semi-colte")


Parcheggio miracolosamente in centro Jesolo Lido durante un'assolato inizio agosto e la mail mi conferma che:
  1. sono stato ammesso all'orale del concorso
  2. ho un voto talmente basso che mancava solo la mail si concludesse con “Si vergogni!”
A questo punto parte il flusso di coscienza, mentre procedo ciabattando verso la spiaggia insieme a un'orda di russi clamorosamente sbronzi alle ore 9.44 del mattino.
  • Non avendo studiato niente di niente, l'ammissione è un bel risultato (più o meno come trovarsi in semifinale a Wimbledon dopo aver passato 8 turni per infortuni degli avversari)
  • Hanno fatto fuori circa il 70% dei partecipanti allo scritto, quindi la selezione è stata fatta abbondantemente a caso
  • Come conseguenza del fatto di cui sopra, la commissione dovrebbe condurre a caso anche la prova orale
  • Ho trovato parcheggio a Jesolo e mi hanno ammesso: il quoziente massimo di fortuna estiva è stato raggiunto, quindi meglio restare al mare a tempo indeterminato
  • E come faccio con lo studio? Esattamente come ho fatto con lo scritto, ohibò!
  • Birretta al chiosco, AC/DC, headbanging e nichilismo

L'anno scolastico (perché in effetti faccio un concorso per accedere a un lavoro che faccio già) si apre con uno stillicidio di riunioni in cui il mio contributo principale è stato arrivare quasi in orario. Impegno da poco, ma abbastanza per rimandare ulteriormente lo studio e comunque situazione adeguata per migliorare una delle mie interpretazioni più riuscite: il morto apparente (fondamentale per schivare incarichi tipo responsabile dell'orientamento o coordinatore di dipartimento).
In effetti, l'impegno maggiore è stato capire come arrivare al Liceo Nievo di Padova in moto per ridurre al minimo i tempi di attesa. La commissione dell'orale mi attende infatti gioiosa il giorno 13 settembre alle ore 14 per estrarre la traccia su cui svolgere l'esame: operazione di 32 secondi che rischia di cancellare almeno 4 ore della mia giornata, ore vergognosamente sottratte al bracconaggio o al taccheggio. Purtroppo la viabilità padovana (in sostanza un tributo a Escher) non si può affrontare, stop. Quindi treno.
Partenza, arrivo a Padova, scarpinata fino al Nievo, estrazione della traccia: “Il Concilio Vaticano II”, bestemmia, rientro a casa, bestemmia, studio, preparazione PowerPoint con foto di papi e cardinali, file audio con pontefice che arringa la folla, bestemmia (sempre mia, non del pontefice), a letto a sognare un mondo migliore in cui per lavorare non debba fare più selezioni di un partecipante a X-Factor.
Risveglio, ripasso, visione di 2 puntate di “Vikings” (prima serie) per acquisire motivazioni, partenza per Padova, scarpinata al Nievo con discreto anticipo e l'idea di ripassare con calma, arrivo al Nievo e la commissione mi chiama subito dentro. Bestemmia.
Orale gestito dal sottoscritto come una televendita di pentole: sguardo fisso in camera, gesticolare da bazar berbero, impostazione drammatica incrociando “MacBeth” e “Ogni Maledetta Domenica”. Tempo a disposizione: 35 minuti. Tempo sfruttato: 20 minuti scarsi. La commissione riempie il tempo facendo domande talmente contorte e verbose che alla fine rispondo a caso, con sorriso sicuro e affabile. Poi il colloquio in inglese, ove sfodero tutta la mia conoscenza dello slang di “Sons of Anarchy” (prime 3 serie, poi trascurabile).
Risultato finale: promosso, ma senza amore.
Comunque promosso, ragione sufficiente per mescolare birra e sangria. E poi pentirsene, ma alla fine mi pento anche di non aver seguito abbastanza bene catechismo, sennò sai che esposizione top gli facevo su questo Concilio Vaticano II?!

Detto ciò, che ne sarà di questo concorso (vincitori e vinti) ad oggi nessuno lo sa. Metafora dell'incertezza dell'esistenza, in cui pianificare è inutile giacché le cose cambiano incessantemente e quando vanno per il verso giusto dovresti chiederti chi ti sta inchiappettando di nascosto.
Per fortuna, essendo nato ottimista in quanto bello e ricco, me ne torno in classe a fare il bullo e in radio a discettare di Heavy Metal.