giovedì 24 luglio 2014

BANG YOUR HEAD 2014: la patria del sesso sfrenato


Titolo volutamente ingannevole, orsù.


SABATO 12 LUGLIO
E piove! Dopo 4 anni consecutivi di solleone al BYH (se escludiamo il diluvio infernale durante lo show dei Venom nel 2012) la Germania tiene fede al suo clima casuale. Nessuno prova pietà per le migliaia di ubriachi che hanno passato la notte per terra sotto la pioggia, tanto questi si svegliano, fanno colazione con uova-wurstel-caffé e alle 10 del mattino riprendono con la birra...
Filo conduttore della giornata: il cambio abito. Se piove ci sono 15 gradi, poi esce il sole e si passa a 30 e così via per tutto il giorno. Evidentemente l'alcolismo risolverebbe la situazione, ma non ce lo si può permettere e quindi canotta/felpa a rotazione. Perché anche essere poser richiede preparazione e sacrificio.

HIRAX. Famosi perché hanno “il nero che canta”. Katon è Lenny Kravitz ricoperto di borchie e sorridente, fa un macello impressionante insieme ai suoi compari e a momenti piange per la partecipazione del pubblico. Vorrei dire vaccate sugli Hirax, ma sono stati così onesti e potenti che li promuovo abbestia!
MAD MAX. Hard Rock Cristiano con supercori e potenza quadrata alemanna. Pare che da qualche anno siano anche diventati ferventi cristiani, i Mad Max, ma devono aver saltato qualche messa, perché Dio gli scatena un diluvio di 11 minuti che serve unicamente a far scappare il pubblico al coperto: danno grave, infatti al coperto ci sono gli stand di birra e salsicce, che fanno totalmente dimenticare al pubblico chi sta suonando.
EKTOMORF. Un tedesco me li descrive (parole sue) come “zingari ungheresi uguali ai Sepultura, ma con più tatuaggi”. Li guardo da 18 km di distanza e la definizione è corretta. Quando sento il cantante che urla “Jump Jump!” capisco che è ora di procacciarsi del cibo e dileggiare degli sbronzi.
ROB ROCK. Rob è nato per cantare Heavy Metal e ce lo ribadisce dispoticamente per tutto lo show, ululando su note altissime mentre la band macina riff su riff. Peccato per la pioggia, ma Rob con la potenza delle sue corde vocali sposta le gocce che cadono davanti a lui lavando il pubblico in fondo. Poi gli si spegne il microfono e lo si sente lo stesso fino a Stoccarda. A tarda notte, in albergo, lo potevo sentire dalla birreria di Balingen che si ordinava da bere e il giorno dopo, in attesa al concessionario dell'Audi, lo si sente litigare all'aeroporto di Francoforte perché non gli vogliono imbarcare il suo shampoo preferito. Stentoreo.
STRYPER. Michael Sweet andrebbe invidiato. È la voce perfetta e paradisiaca degli Stryper, ha vissuto il delirio di onnipotenza del Metal anni '80 in USA, è un performer che non sbaglia una virgola e comanda il pubblico con un'occhiata, ha 51 anni e ne dimostra 15 in meno, canta inni a Gesù e alla Madonna e nessuno si sogna di prenderlo per il culo, addirittura quando scendono due gocce di pioggia si fa il segno della croce e spunta il sole... Nella top 3 del festival senza indugio, con approvazione dell'Altissimo e lo scorno di Belzebù Caprone. Talmente in forma che avrebbero spinto al battesimo anche Margherita Hack. Peccato per il mancato lancio delle Bibbie sul pubblico...
OBITUARY. Secchiate d'acqua dal cielo mentre gli Obituary imperversano. Ma il mio tempo viene speso a proteggermi nello stand di un senegalese domiciliato a Milano che vende cappelli di fogge ridicole e qualità da quarto mondo (roba che dopo qualche goccia di pioggia si sciolgono). Poi staziono al Metalborse (la fiera del disco) dove alcuni standisti sono talmente annebbiati dalla grappa che potresti rubargli la merce con una mano e rivendergliela con l'altra.
UNISONIC. Analisi dei musicisti di questo supergruppo di German Metal, dai minori ai maggiori --> batteria e basso provengono dai Pink Cream 69 e gli anni si sentono, soprattutto il girovita del bassista Ward ha ceduto di schianto e sembra Peter Griffin; Mandy Meyer, in preda a un attacco di autismo, suona con le mossette anni '70 e gli occhialetti da John Lennon, ma la musica è Metallone Zuccherino e sembra fuori dal mondo; Kai Hansen è un orso ciccione con gilet e parrucchino, occhialoni da sole e una paresi facciale che lo porta a rimanere sorridente anche quando s'incazza perché la sua chitarra non si sente; Kiske è fenomenale come voce, impressionante per la facilità con cui gorgheggia, ma è di una supponenza vergognosa e s'atteggia come se non gliene fregasse niente del pubblico, provando anche a fare il simpatico ma riuscendo solo a comunicare boria. Detto ciò, concerto solido e impeccabile, anche nelle cover degli Helloween. Per chi s'accontenta.
ANTHRAX. Li ho visti più volte, ma decido di godermi almeno l'ingresso di Joey Belladonna. Questo scalmanato ultracinquantenne con parrucca da competizione entra zompettando come Gollum, punta il dito il faccia a tutti i membri della band per ricordargli che è arrivato, blatera in italo-yankee qualche assurdità e via come dei treni. Pubblico in visibilio, band che si diverte, tutti i classici eseguiti alla grande e cantanti quasi decentemente. Tipico concerto da Festival: alla fine tutti son felici e si riprende a ingurgitare birra.
ATLANTEAN KODEX. Non ho boiate da scrivere in questo caso. Una band che giustamente piace a pochissimi e per questo il fanatismo è a livelli indicibili. Epic Metal marziale ed eroico, con testi da genuflessione e una devozione rara. In più di un'ora piazzano 8 pezzi, tanto per mettere in chiaro che non sono qui per ammiccare a nessuno. Brutti il giusto per non avere distrazioni di groupies e per sembrare incazzati con l'umanità moderna, anche se poi sorridono di gioia al ruggito del pubblico. Hanno un nano alla chitarra e il cantante sembra un agente del fisco, ma la musica basta e avanza. Per me, e solo per me, la band del BYH.
EUROPE. Vedo solo la conclusiva “The Final Countdown”, ma il pubblico è decisamente deluso dalla scaletta: pochissimi classici e molta roba nuova, con influenze Seventies e Blues in cui la band crede tantissimo, ma al BYH sono proprio fuori contesto. Temo non vedremo di nuovo gli Europe al Festival se prima non concordano la scaletta con gli organizzatori. Bravissimi, chiomatissimi, con tutte le mosse giuste da eroi, però effetto straniante per una musica che non è, semplicemente, quella che gli spettatori volevano sentire.
DELAIN. Vedo qualche pezzo prima dei Twisted Sister, i Delain son bravi nel loro genere e hanno la cantante-velina. Come previsto, il parterre è affollato di disagio, forfora, stempiature, pance a botticella, marsupi, una mano nelle mutande e una a fotografare compulsivamente lato A e lato B della povera Charlotte Wessels. Eppure, avendo seguito situazioni simili anche in Italia, posso ancora confermare che i disagiati italiani sono impareggiabili per faccia di bronzo e assenza di scrupoli: questi tedeschi sbavano, ma son educati e stanno a distanza, mentre i nostri avrebbero come minimo tentato l'invasione del palco.
TWISTED SISTER. Non si può scindere la definizione “Rockstar” dal nome “Dee Snider”. Dee è Intoccabile Divinità del Rock e contemporaneamente ti fa capire che è sul palco per te... non per tutti gli spettatori, ma proprio per te, che hai pagato il biglietto e meriti il miglior show della tua vita: eseguito da una band perfetta con un frontman che ti fa dimenticare di essere al mondo e magari dopo l'esibizione è anche capace di passare ore con te a raccontarti puttanate al bar. Questi sono gli Stati Uniti, questi sono i Twisted Sister e ringraziamo il Dio del Rock di poter godere ancora una volta della grandezza di eroi simili, perché alla fine dello show, mentre partono fiammate e granate, tutti i presenti si sentono come gli ultimi ad aver visto Atlantide prima del Cataclisma.

Nel prossimo post, cibo a manetta!!!

martedì 22 luglio 2014

BANG YOUR HEAD 2014: Non Temere Meccanici e Alopecia




VENERDI' 11 LUGLIO

Nonostante le apocalittiche previsioni, un sole cocente si staglia in cielo mentre all'Audi di Balingen mi dicono che il problema dell'auto è risolvibile solo lunedì (e quindi mi salta il programma di ritorno) in cambio di un forziere di ducati e il sacrificio di tre vergini di bell'aspetto (in Germania son rarità). In compenso i ragazzi del concessionario son briosi 25enni (notare che a quell'età in Italia stai ancora meditando se per la tua tesi triennale bastano 20 pagine) e la buttano sulla simpatia. Si potrebbe anche guidare senza avere danni al mezzo, solo che sopra i 70 km/h l'auto si sobbalza e si scuote come un'anguilla, quindi meglio risolvere il problema subito. Cambio programma al volo, parcheggio esaltante a qualche metro dall'ingresso del BYH e son sotto il palco giusto giusto per i Warlord.

WARLORD. Heavy Metal per palati fini, quello della cult band americana impreziosita dal trevigiano Paolo Viani alla chitarra. Vedendoli live mi rendo nuovamente conto di quante splendide canzoni abbiano composto e di quanto sia urgente licenziare il loro curatore d'immagine. Ma l'immagine è un problema solo mio, la Germania se ne frega e i Warlord, pur un po' imbacchettati, fanno sognare. Hanno scritto dei classici, ma io stravedo sempre per “Winds of Thor”... e qui son lacrime vere.
VAIN. Merito gli schiaffi sul coppino! Ho sempre snobbato i Vain su disco, figurarsi live. La band in realtà non è più quella degli esordi, c'è solo un Davy Vain scalzo, adiposo, spocchiosissimo ma perfetto vocalmente. E poi ci sono i ritornelli infallibili del disco d'esordio. Momento-disagio: Davy Vain crede di avere il pubblico contro perché è rimasto alle lotte tra glam e thrash degli anni '80, si difende coglionando i Metallari e vantandosi di aver prodotto i Death Angel, ma non s'accorge che il pubblico del BYH sta tifando per lui o, nei casi peggiori, sta dormendo per terra.
KISSIN' DYNAMITE. Immagine glam, riff metallari, ritornelli power: la quintessenza di quello che un Utente Medio del BYH vuole sentire. Gli va bene che avranno vent'anni e il fisico ancora tiene, ma voglio vedere se la delicata cucina teutonica non mi sfonda anche questi gracili rocker dalle chiome fluenti. Il cantante Hannes Braun è famoso perché ha partecipato a una specie di X-Factor alemanno quando aveva 12 anni, adesso canta che è un piacere e ha lo stesso hair stylist di Belen. Le donne tra il pubblico strillano e s'agitano, ma è probabile che siano spiazzate dagli addominali del secco Hannes (altra rarità in Germania).
RIOT V. Poche parole per una band che ho amato moltissimo. Ora è una cover band e non potrebbe essere altrimenti, vista la dipartita del leader Mark Reale. Comunque Hall è un cantante impressionante ed eseguono tutti i pezzi storici. Un bel tributo, ma resta l'amaro in bocca.
EXODUS. Faccio pausa. Scusate, so che torna il cantante storico Zetro e che i thrasher hanno la bava alla bocca, ma non sono proprio un fan e quindi vado a recensire...
PANINO CON PUNTA DI PETTO AFFUMICATA! --> ma nei prossimi post...

MICHAEL SCHENKER'S TEMPLE OF ROCK. Ostia! Michael Schenker che suona cover di Michael Schenker! Visto che le canzoni le sanno tutti, concentriamoci su Michael, uno di quei chitarristi che ha realmente fatto la storia e, se non amasse così tanto la bottiglia, forse sarebbe ancora più grande. E' magro anoressico, al punto che dubito viva ancora in Germania (non puoi essere un ultra 50enne magro in Germania. Punto.); suona da paura e il pubblico è in visibilio anche quando non emette note e gironzola sul palco a molestare gli altri membri della band (che sarebbe meglio definire dipendenti); non litiga con nessuno e, anzi, sorride sereno; esordisce con “Doctor Doctor” degli UFO e si dimentica di aver scritto pezzi magistrali a metà anni '80, quando aveva le extension viola e ha provato a fare il sex symbol in USA.
SEBASTIAN BACH. Seb, non serve... Non serve mettersi il camicione, che tanto si vede la panza lo stesso. Non serve truccarsi, hai le occhiaie da montagne innevate (soave metafora). Non serve agitarsi per il primo pezzo, poi sei finito per il resto dello show. Non dovresti neanche cantare, visto che ragli come un somaro in calore. E nelle ballate non agitare la manina durante il vibrato, perché la voce non vibra e si sente: l'illusione ottica forse funziona con te stesso quando cerchi di fregarti allo specchio, ma non prenderci per il culo. Il peggiore.
AXEL RUDI PELL. Qui a Balingen il chitarrista Axel Rudi Pell è una superstar. Per festeggiare i 120 anni di carriera gli permettono uno show infinito 3 ore abbondanti in tre parti.
S'inizia con la reunion degli Steeler: utile per dire “Io c'ero e tu no!” al Bar dei Metallari, ma per tutto il resto piuttosto trascurabile, anche se l'effetto nostaglia esalta migliaia di tedeschi ad alto tasso alcolico.
Seconda parte con lo show vero e proprio di ARP con la sua band solista: picco di qualità esagerato, con band di caratura superiore, canzoni brillantissime dai più svariati album e presenza di ex cantanti in gran forma come Rob Rock (ulula come un licantropo) e Jeff Scott Soto (sempre più pachidermico e istrionico). Il titolare alla voce è però Johnny Gioeli, che è semplicemente perfetto e lascia tutti a bocca aperta per le sue qualità: uno dei migliori che abbia mai sentito dal vivo.
Terza parte con set di cover e ospitate di musicisti vari. Duello di batteria tra Vinnie Appice e Bobby Rondinelli (per la prima volta mi rendo conto che non sono la stessa persona con due parruccche diverse, ma qualche cromosoma in comune devono averlo); Doogie White s'esalta con “Mistreated”, ma arriva Gioeli a sorpresa a fargli vedere chi è meglio; Ronnie Atkins elegante e alticcio ruggisce su altri pezzi dei Deep Purple; John Lawton pare in vacanza a Ibiza ma canta da par suo; il cantante simbolo della Calvizie, l'ultracentenario Graham Bonnet, dà tutto su “Since You Been Gone” e perdiamo migliaia di capelli. Tributo finale corale a R.J. Dio con “Long Live Rock'n'Roll”, fiammate, petardi, fuochi d'artificio, tutto l'arsenale della Sagra del Porcello di Balingen sparato in aria.

Ora ci son 30 km da fare con un'auto con vibra come un diapason: per uscire dal Festival si fa il percorso a ostacoli saltando corpi riversi di ubriachi e gente che sostiene di “riposare gli occhi”. La festa per molti continua nel campeggio, alcuni il campeggio non l'hanno mai lasciato e altri ancora non riusciranno a tornarci. Domani giornata impegnativa, quindi via di corsa verso l'albergo multietnico per una sana dormita sul materasso di legno.

martedì 15 luglio 2014

BANG YOUR HEAD 2014: The Titanic Ouverture (cit.)



Quarto anno di seguito al BYH, ma stavolta il fato s'è messo di traverso per impedire l'ennesima umiliazione degli Alemanni ad opera della bellicosa legione veneta. Auto che tradisce e rischia di scombinare i piani per ben due volte, tempo schizofrenico che passa da sole ustionante ad acquazzoni monsonici, Enel ladra che chiama mentre sono in vacanze per solleciti fantasiosi, Mondiali di Tuffi e Recitazioni con squadra locale che segna il gol decisivo mentre i tifosi sono tutti impegnati a fare la coda per la birra... e mille altre amenità!

GIOVEDI' 10 LUGLIO - Warm up show
Il Warm-Up si tiene indoor, quindi anche se fuori diluvia e tira un ventaccio novembrino, qualche centinaio di tedeschi può cominciare il degrado fatto di birra-whisky-grappe-crolloalsuolo.
La fortuna è dalla nostra, giacché una mamma all'ingresso mi vende a metà prezzo il biglietto del festival poiché suo figlio sta male. Mi spiace per il ragazzo, ma nell'equilibrio cosmico è decisamente più rilevante che al Bang Your Head ci sia io.
DYNAMITE. Persi. L'automezzo infido e traditore non permette evoluzioni da pilota italico standard, quindi si arriva che la band svedese ha già chiuso lo show. Gli sbronzi presenti in sala sostengono sia stato un bel concerto, ma potrebbero sostenere con altrettanta convinzione la teoria della Terra Cava. Trovo comunque in giro il chitarrista dei Dynamite, lo saluto e sparo la balla che mi sono piaciuti da morire: il ragazzo s'emoziona e chiede di fare una foto, si rammarica di non potersi sbronzare con me e sparisce nel furgone della band per il torneo di ramino.
BULLET. Vincitori della serata, come previsto. Stavolta il cantante Hell Hofer è sobrio, ma il suo atteggiamento non cambia. Gli altri membri della band si fanno un culo quadro per fare spettacolo, visto che Hell rotola lentamente da un lato all'altro del palco lanciando rantoli smargiassi e perdendo spesso l'orientamento. Trionfali.
STORMWARRIOR. Impegnato a mangiare poltiglia thailandese e a schivare le birre che i tranquillissimi Metallari locali scagliano in aria, seguo solo distrattamente l'arrembante Heavy Metal della band guidata da Majin-bu amburghese. Nulla di clamoroso da segnalare sul palco.
VICTORY. Il mastermind Herman Frank cambia quasi tutta la formazione, conferma il valido singer Jioti (che però si sforza come un licantropo per riuscire a far emergere la sua voce, e poi ha lo stesso look di Fabrizio Corona), s'è fatto la tinta corvina anche sulle basette (sennò dimostra 80 anni), sceglie tutti i pezzi coi ritornelli giusti e porta a casa la pagnotta.
GRAVE DIGGER. È come andare a trovare il nonno all'ospizio: sempre gli stessi discorsi, sempre le stesse battute, ma alla fine gli vuoi bene. Su disco i GD sono ormai un terno al lotto (o azzeccano il pezzo o, più spesso, annoiano), dal vivo invece sono una macchina da guerra con un'estetica orribile: i tre vecchi ormai non si possono vedere, soprattutto Jen Becker con la piazza e Boltendahl nella parte del nonno con la testa enorme, la zazzera da Einstein e le spalle large 32 cm. Il chitarrista Axel Ritt, che avrà 50 anni, sembra un ragazzino e ha la chioma 1983 unita alle “pose visibilio”. Poi fanno “Rebellion” e mi zittiscono.

Fine concerto con raccolta di vuoti abbandonati per terra, che vengono scambiati con qualche birretta (hanno il vuoto a rendere, ma non riesco a trovare un modo divertente per spiegarlo).
Si lascia il Warm-Up scavalcando cadaveri riversi nella birra, affrontando la piovosa notte teutonica a bordo di un'auto veloce come un calesse. Lenti ma inesorabili, puntiamo verso il nostro albergo a conduzione croato-russa-ungherese (dove nessuno parla inglese a parte un giovane slavo che, alla richiesta di avere altri asciugamani in bagno, s'affretta a preparati un burek - vedi sotto).


martedì 17 giugno 2014

E se non l'avessero fatto bere?



BULLET + DYNAMITE
7 giugno 2014
Red Moon Fest (paludi tra Padova e Venezia)

Rilevanze in ordine sparso.
PRIMO. Uno dei concerti più gloriosi del 2014 è GRATIS, a una sagra paesana dalle dimensioni oceaniche (e 12 spine di birra!), con vecchi-donne-bambini, sputafuoco e clown sui trampoli.
SECONDO. Ogni festa di paese ha la bistecca di cavallo, che di solito ha la consistenza delle espadrillas. Al Red Moon la bistecca è giustissima e MAI, nel corso del pasto, mi sono pentito di aver contribuito all'abbattimento di un innocente equino per il mio sollazzo.
TERZO. Solo tre bagni a disposizione non è d'uopo, se poi hai 5 tipi di birre eccelse e una clientela di accaniti alcolisti. Per fortuna le tenebre hanno permesso zampilli tra le frasche in allegra compagnia.
QUARTO. I bikers hanno sempre il bicipite in tensione a 90 gradi perché reggono la birra, reggono la donna o reggono il mento.
QUINTO. Informatevi sul London Beer Flood. Non c'entra col concerto, ma fa cultura.

DIZIONARIO DELLO SHOW IN ORDINE ANALFABETICO.
PANZE. Hell Hofer, il cantante mannaro, è il risultato di un amplesso tra Bud Spencer e un'orsa. O tra Galeazzi e un satellite. È abbigliato come il grandissimo James Brown nei momenti brutti di “Living in America”, ma senza il senso del ritmo né la permanente. E, bastardi tutti, lo avete fatto bere. Il panzone non ce la fa neanche a stare in piedi... al limite alza il dito per puntualizzare concetti sottili come “Fire and dynamite!” oppure “Wild King, Roadking!”. Filosofeggia con “Bluauargarghghg...” e poi si siede a fissarsi i piedi. Roccherolle.
ABBIGLIAMENTO DI HELL HOFER: pigiama di velluto blu oltremare con bottoni dorati in stile esercito prussiano, toppa da schiena cucita a mano dalla mamma (con la copertina dell'album “Full Pull”), chaps in velluto nero con fregi laterali e zampa d'elefante, rigoroso calzettone dell'Östers Idrottsförening arrotolato e infilato nel pacco, scarpe con suola antiscivolo per scongiurare rovinose rotolate dal palco.
CHIOME. Maledetti Bullet, hanno tutti i capelli che servono e anche di più. Tralasciando il cantante, che ha un cespuglio di paglia in testa, gli altri son dotati nel modo corretto. Chitarrista e bassista hanno la zazzera boccolosa bisbetica con frangia come Joey Tempest quando l'amavano in USA (o Coverdale quando ha cercato di ingravidare gli USA), il batterista ha chioma lungo bionda da vichingo assolutamente naturale e lo dico io perché dopo lo show gli ho tirato i capelli. L'altro chitarrista pare Renato Zero con frangetta commovente.
ADDOMINALI. La dieta scandinava (aringhe salate e cetrioli) normalmente tiene in forma gli svedesi, in effetti il bassista Adam Hector ha tutti gli addominali giusti e piallati, quindi facciamogli un applauso. Delle chitarre non possiamo dire nulla (ma hanno i chiodi comprati da 0-12 Benetton). Il batterista nasconde gli addominali con panzetta da birra, ma è magrolino e va perdonato. Hell Hofer quindi è il colpevole dei furti di cibo e alcol nei catering prima e dopo i concerti, perché la sua forma sferica non è altresì giustificabile.
DISAGIO. Quando il chitarrista Hampus Klang si butta in ginocchio per l'assolo eroico, rimane paralizzato dalla sciatica e l'obeso drummer dei Dynamite lo tira su di peso, prolungando l'illusione che Hampus sia un trentenne in grado di suonare.
MOSSETTE SINCRONIZZATE. Se suoni (bene) un genere che ha dato tutto tra il marzo e l'agosto 1983, non puoi fare il musicista che si guarda i piedi. I Bullet hanno tutto il repertorio giusto di sincronismi e smargiassate da band che ha capito tutto. Tra spunti singoli e coreografie di gruppo, gli svedesi tirano sotto il palco anche gente il cui unico obiettivo della serata era “sbronza & griglia”. Dal sicronismo è escluso Hell Hofer, perché l'avete fatto bere.
PUBBLICO. Alla fine, i Bullet li conoscevamo in pochi. Il resto era variopinta ciurma da sagra: famiglie con prole, bulli del paese in infradito, bikers da Deep Purple/Motorhead, profughi dalla Capannina di Jesolo persi in campagna, leoni e leonesse della pista da liscio, ubriachi molesti e molestatori di professione, gioventù locale da 20 cicche all'ora e acrobazie col Fifty. Ma tutti, dico tutti, sotto il palco per i BULLET.
ESPRESSIONI FACCIALI. Hell Hofer è talmente preso dall'estasi del Rock (leggi: sbronzo) che diventa strabico quando il batterista va in levare. I due biondi basso-chitarra hanno la frangetta sbruffona che copre gli occhi, ma il ghigno da rocker che se le fa tutte. Il batterista fa la faccia cattiva. Hampus Klang (altra chitarra) è il più piacione e ogni volta che fa l'assolo sorride felice per essere riuscito a fare le note uguali uguali a quando le ha provate in cameretta; poi fa la bocca “storta e felice” come uno che tira un peto di nascosto in un ascensore affollato.
FUSIBILI. Dopo due pezzi il Dio del Rock si rende conto che il cantante Hell Hofer rischia l'infarto e fa saltare i fusibili sul palco per qualche minuto. La band non perde tempo e comincia subito a far cagnara per il pubblico, mentre Hell Hofer può rifiatare sedendosi e fissando nel vuoto: è come la scena finale di “Conan il barbaro”, solo che Hell Hofer è vestito peggio e sembra un cinghiale (Sus scrofa majori, quello più piccolo ma con la testa grossa, prelibatezza delle tavole d'Italia centrale). Problema risolto in pochi minuti, infarto scongiurato e via di nuovo a rantolare.
MAGLIETTE A RIGHE. Solo i gondolieri (da sempre) e i Vardis (solo nel tour del 1982) possono permettersi le magliettine di Hampus. Beninteso, non fosse che è sul palco coi Bullet, una riga di insulti dalla società civile non gliela toglieva nessuno. Per fortuna l'Heavy Metal segue altri parametri di civiltà.

... e i DYNAMITE? Uguali agli AC/DC '74-'80.

martedì 13 maggio 2014

Frontiers Rock Festival - Niente più che il superfluo



3 maggio 2014 (che non avevo i soldi per farmi tutti e tre i giorni).
Live Club - Trezzo sull'Adda

Non una riga sulla musica, sia chiaro. Da una settimana la Rete è inondata da centinaia di report e si andrà avanti a litigare per mesi su chi è stato fenomeno e chi ha fatto la figura del dopolavorista. Tanto chi è interessato al genere era presente, chi non ha potuto può guardarsi i video su Youtube e i restanti 6 miliardi di umani sopravviveranno lo stesso ignorando che a Trezzo sull'Adda si è svolto un piccolo miracolo di Festival.

LE BAND.

CRAZY LIXX. Arrivo alla fine del loro show, ma tanto gli svedesi girano per tutto il resto del giorno tra il pubblico, sudati come dei panda in Senegal e visibilmente ciucchi. Il chitarrista moro tinto riesce nell'impresa di accoppiarsi in bagno con una cortese donzella, facendo impennare le quotazione della sua band: essendo il poveretto un turnista, urge regolarizzare la posizione dopo questo exploit. Almeno un contratto a progetto, dannazione!

ISSA. Voce, movenze, look e fisicità prorompente: la stangona norvegese è la perfetta cantante di liscio. Passa il resto della giornata a farsi foto con centinaia di guardoni italiani e stranieri (vabbé, 90% italiani), ammiccando e sbaciucchiando a caso. Nessuno ha avuto il coraggio di criticarla nelle recensioni.

INTERLUDIO “La festa del patronato” ---> Per noi nati in campagna la festa del patronato nel paese vicino era l'occasione per conoscere gente nuova e tentare il rimorchio di ragazze con cui non avevi già compromesso ogni rapporto all'asilo. Poi arrivi alle festa e scopri che conosci tutti, addio rimorchio e giù di vino, fino all'oblio e oltre. Un po' ciò che succede al Frontiers Festival: è la festa del patronato, ci si conosce tutti. Positivo è che puoi fermare gente a caso, di qualunque nazionalità, e al 90% ci si è già visti da qualche parte nei soliti show con 22 paganti. La Frontiers avrebbe dovuto prevedere che il giro dei saluti occupasse ore... ci volevano più gruppi scarsi, così ci si dedicava alla chiacchiera selvatica. L'anno prossimo un paio di gruppi grind ci vogliono.

JEFF SCOTT SOTO. Ogni volta che lo vedo mi chiedo chi è 'sto ciccione che s'è mangiato JSS qualche anno fa. Però canta uguale, si muove come un istruttore di Zumba e ha gli stessi pantaloni bracaloni da 15 anni. Chitarrista e bassista hanno cercato per tutta la serata di acchiappare qualche donnina: missione fallita.

JOHN WAITE. John ricla il vestito usato alle cresima del figlio nel 1986: notevole la giacca con mattoni al posto delle spalline. È pieno di capelli e pare fuori luogo in un festival così ricco di stempiature e riporti. Movenze da rocker consumato, è piaciuto a tutti ma io ero impegnato a contarmi le dita nel giardino esterno (e a fare le foto con Issa, ma l'ha chiesto lei).

INTERLUDIO “Venghino, siore e siori: il circo è in città” ---> A un Festival del genere la prospettiva di ammirare calvizie, alopecia e psoriasi è quasi certezza. E che sorpresa notare che ci sono anche Under 40 con chiome e perfino, udite udite, ragazze... dico ragazze, non le solite tedesche 50enni col mullet e i pantacollant. Certo, gli italiani si distinguono per il look da stupratori e s'accalcano attorno alle musiciste presenti in zona: la giapponese Saeko (che dopo 10 anni in Europa non ha ancora trovato una band che la voglia), la velina scandinava Tave (che padroneggia più l'asta del microfono che il microfono in sé), Issa la Regina della Sagra e via di voyeurismo. Gli stranieri, in numero consistente, esibiscono chiome improbabili e, laddove Madre Natura lo concede, voluminose... a volte, tuttavia, l'operazione si svolge anche senza il consenso di Madre Natura.

DANGER DANGER. Perdo almeno 20 minuti a chiedermi se il cantante Ted Poley ha i capelli biondi o bianchi, di certo ha tatuaggi schifosissimi. Conscio anche lui di questo, a un certo punto abbandona il palco e si fa un giro al bancone del bar e in mezzo al pubblico (pubblico emozionato per l'esperienza e traumatizzato dalla sudorazione di Ted). Il chitarrista Rob Marchello è uguale a Issa. Il batterista ha suonato un'ora abbondante con la felpa e Dio solo sa che scommessa ha perso per essere costretto a soffrire così.

INTERLUDIO “Il combattimento di galli”---> il pubblico dei DD è fanatico e vuole tutto ciò che la band tira dal palco: le bacchette, le magliette, gli assorbenti di Marchello, i plettri... soprattutto i plettri. Scene brutte, quando i DD lanciano i plettri. Ma ne lanciano pochi e i sanguinosi tafferugli si estinguono in fretta. Ed è qui che interviene, per il suo e il mio sollazzo, un intrigante rocker triestino (mirabile chitarrista, compositore deluxe, impareggiabile esperto di comics e action figures, sagace degustatore di patatine in sacchetto, alto come un titano, pien de cavéi... e ha anche un lavoro fisso): comincia a gettare per terra i plettri della sua band e poi li indica per scatenare cruente risse tra il pubblico, come neanche le battaglie tra galli messicani. Chi è questo fustigatore delle umane debolezze? La privacy mi blocca, ma gli dedico una sentita citazione:
- Cos'è il Genio?
- È fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione.

WINGER. Io dei Winger ho visto le ultime tre canzoni. Non posso commentare niente di niente, a parte il fatto che il secondo chitarrista l'hanno tirato su all'autogrill mentre si sfondava di camogli e il girovita ne era la prova inconfutabile. Io ero fuori a discutere con un nano scozzese (ma sembrava un cipriota) e ad ammirare un paio di cinquantenni inglesi colate dentro dei babydoll da incubo. Solo quando quei due pachidermi mi hanno sfoggiato un sorriso molto british a 5 denti ho capito che era il caso di entrare a godersi i Winger.

NIGHT RANGER. Gli Stati Uniti d'America sono la Patria del Rock e i Presidenti degli USA del Rock sono i Night Ranger. Io voglio solo citare il chitarrista Brad Gillis che, oltre a essere uguale al 1982, con la sua chitarra sicuro ci si lava i denti, gira gli hamburger, picchia i quaccheri quando suonano il campanello al mattino presto e sancisce senza appello chi è degno della Cattedrale del Rock e chi si deve accontentare del Patronato del Reggae. Colossali.

martedì 22 aprile 2014

Zozzerie, Glam, Zombie e Parrucche


SHAMELESS + SUPERHORRORFUCK
19 aprile 2014
Grindhouse (PD)



“Il caso Fatal Smile”. La band svedese doveva suonare ma non c'è. Perché? Perché si sono sciolti dopo la prima data del tour. Pensate voi quanto schifo deve essere stata per loro quella prima data: concerto nei cessi della stazione di Mestre, oppure nel parcheggio dell'autogrill di Cessalto, con 14 paganti che poi hanno anche rubato il merchandising e tirato tampax sul palco, cariche di polizia e black bloc, pestilenze e roghi di eretici. Tant'è, i Fatal Smile mollano, ripartono col loro furgoncino verso la Svezia e verso un radioso futuro nell'industria del tonno in scatola.

Il locale e la gente. Il Grindhouse è, per dirla in modo delicato, “intimo”. Nel senso che è un buco. E proprio per questo funziona. Con un centinaio di persone sembra di stare al buffet di un matrimonio... se poi la gente che stazione nel parcheggio entrasse nel locale, si starebbe pure stretti, ma a quanto pare molti son davvero affezionati a quel parcheggio. Pubblico variopinto come il genere richiede, tra bandane e stivaloni, sciarpette e cotonature iperboliche. Ragazze in abbondanza e non si può che fare un plauso agli organizzatori, che puntano duro sul voyeurismo per attirare pubblico. Ballerine discinte in gabbia e pole dancing, bar essenziale ma funzionale. A quanto pare, si conoscono tutti e questo limita un po' la promiscuità, ma essendomene andato verso le 3 non garantisco sul degrado raggiunto in seguito. Ogni tanto sorge il sospetto che il Grindhouse abbia almeno una trentina di PR/animatori da villaggio-vacanze, ma se lo gestiscono bene 'sto posto.

SUPERHORRORFUCK
Per essere morti, direi che sono ancora parecchio tarantolati. Saranno schiattati per overdose di anfetamine che stanno ancora avendo effetto. Molto impatto, molta cagnara, i ritornelli sbraitati non mancano e questi zombie conquistano l'audience. Non credo entreranno mai a far parte della mia discografia, ma sul palco danno tutto (a parte l'anima, che se n'è andata da un pezzo).

SHAMELESS
Spiegare chi siano e cosa suonino gli Shameless porterebbe via un paio di pagine, quindi sintetizzo: sono tedeschi e suonano un Glam Metal zuccheroso e scalpitante. MA il cantante è lo yankee Stevie Rachelle, che è la voce dei Tuff e quindi gli Shameless piazzano anche abbondanti pezzi dei Tuff. E poi schiaffano dentro cover varie (Kiss, Alice Cooper, ...) e assoli per permettere ai membri di prendere fiato perché gli anni passano, le parrucche pesano e le panze (quella del leader Alexx Michael) si dilatano. Non eccezionali, nel senso che sono molto molto molto tranquilli e Stevie canta bene ma si gestisce anche troppo. Diciamo che tirano via la sufficienza senza sudare troppo. Ma li capisco, soprattutto dopo aver visto il tragico tour-bus che li porta in giro per l'Europa: tre giorni là dentro e muori, oppure vivi per sempre.

MVP della serata: STEVIE RACHELLE. 
Stevie negli anni '80 era il cantante dei Tuff, famosi perché NON ce l'hanno fatta a vendere qualche bancale di dischi (in un momento in cui, con 3 riff e un cantante biondo, negli USA avrebbero venduto anche i Cuginidicampagna). Infatti Stevie s'è fatto strada col sito MetalSludge.com, che prende per il culo (ma allo stesso tempo promuove gioiosamente) le band degli anni '80 e quelle che oggi le imitano. Insomma, Stevie campa vendendo gadget di MetalSludge e CD dei Tuff (hanno un solo vero album ufficiale, ma Stevie l'ha ripubblicato in una ventina di versioni diverse più una serie di roba minore buona per vantarsi di avere una discografia). E prima del concerto se ne sta al banco del merchandising a distribuire sorrisi e a mercanteggiare. Poi sale sul palco in tenuta da guerra (leggendario look con bandana e cappellino, per coprire probabile pelata da mezza età...) e canta rilassato (anche troppo, come detto) ma molto amichevole. A fine show scende dal palco con zainetto in spalla e dà la mano a tutti i presenti, poi torna dietro il banchetto e via di nuovo a guadagnarsi la pagnotta.
PS Stevie è grosso palestrato, ha bisogno di proteine... se potete, comprategli le spillette o i CD, così può restare prestante senza trovarsi un vero lavoro e quindi avere il tempo per aggiornare MetalSludge!

mercoledì 16 aprile 2014

PRAGA for dummies


Una guida vagamente utile per evitare l'amore e schivare la dignità.

ATTENZIONE... l'80% di quello che c'è scritto è falso fino a prova contraria (così evito denunce alla sempre tollerente polizia ceca).



La birra costa poco. Ma Piazza della Città Vecchia (o Piazza dell'Orologio) è l'equivalente di Piazza San Marco, quindi la birra nei locali cool costa tanto tanto tanto. Man mano che ti allontani dalla Piazza, il prezzo crolla e a 2 km di distanza ti tirano dietro i boccali pieni.

La birra chiara è decente, quella rossa è buona. E viaggia su gradazioni alcoliche da chinotto, quindi puoi fare il megalomane superbullo che ne beve 3 litri senza colpo ferire.

Camminando riesci a visitare tutto, ma ci vuole fisico e le tappe alimentari a base di goulasch e birrette non aiutano la falcata. Puoi affittare i segway, ma costano come un rene al mercato nero. Sennò ci sono i mezzi pubblici, che però non ho mai avuto il coraggio di usare (pare che i praghesi apprezzino molto l'abuso di sigarette nei tram).

Il liquore nazionale è la Becherovka, un amaro prodotto stritolando e affongando una quarantina di erbe nell'alcol. I locali affermano che sia nato come medicinale, in effetti in abbondanti quantità ti fa dimenticare per un po' qualunque malanno...

Praga è la città “vegetarian free” per eccellenza, nel senso che pare impossibile per i vegetariani sopravvivere. A meno di non nutrirsi di trdlo, che Wikipedia sostiene si traduca “manicotto di Boemia”: dolce nazionale a base di carboidrato violento e, si vocifera, unico piatto ceco privo di carne di maiale (si sussurra, altresì, che pure manzo e pollo praghesi abbiano il sapore di maiale).

Le donne praghesi amano gli italiani? Dipende da che lavoro fanno queste donne. Alcune di certo amano la scoppiettante simpatia, il senso dell'umorismo, il parlar forbito e le buone maniere degli italiani, ma italiani del genere all'estero non esistono. Ci si distingue più che altro per ignoranza delle lingue, ignoranza delle buone maniere, tono di voce da mercato rionale, gestualità avventurosa e una totale inconsapevolezza del fatto che a Praga ci sia qualcosa di diverso da birra e donne.

A Praga i locali ti amano perché vogliono i tuoi soldi. Loro ti diranno che l'Italia è la meglio cosa, e Forza Azzurri, e Berlusconi Bungabunga, e ti prometteranno sollazzo e riso, ma alla fine vogliono i tuoi soldi. Puoi anche non darglieli, ma nei peggior bar la birra costa 0,80 euro ed è da miserabili tenerseli. Difficile che ti sorridano, comunque, questi cechi...

Bere in una birreria del centro è affascinante, ma bere le stesse cose a un quarto del prezzo in un'orribile bunker sotterraneo, su tavolacci di formica e una nebbia da sigarette che neanche a Smirne si riesce a trovare... beh, 2 anni di vita in meno, ma una leggenda da raccontare. Educato poi il gestore, il quale, invece di vendere erba agli studenti, ha chiesto a me se la volevo per poi spartirla coi ragazzi. Ringrazio per il rispetto delle gerarchie: purtroppo per lui detesto il prodotto, ma non ho dubbi che con altri docenti di altre scuole abbia avuto più successo.

Ponte Carlo. Leggenda vuole che, se due innamorati partono dalle due estremità opposte del ponte e si incontrano a metà per un bacio, il loro amore durerà per sempre. Ma che succede se a farlo sono due sbronzi che sprintano per 258 metri e si tirano anche una craniata?

A quanto pare, rimorchiare italiane a Praga risulta molto più semplice che agganciare donne locali. In effetti pare che le praghesi non esistano. Oppure escono di casa solo tra giugno e febbraio, quando le perniciose scolaresche italiane sono tornate a casa.

Obbligatorio vedere la “Casa Danzante”, che chiaramente non ho visto.



giovedì 20 marzo 2014

Il Futuro non m'è ignoto...




Conseguito l'attestato di chiaroveggente (corso finanziato dalla Comunità Europea, ovvio... non si vive del solo domare scimmie) e aver acquistato al LIDL la sfera di cristallo in offerta (il corso includeva solo il cappello a punta)...
... vedo prevedo stravedo che nelle prossime settimane succederanno le seguenti cose:

Concerti:
SHAMELESS + FATAL SMILE. In un locale grande come un ripostiglio, con un pubblico composto da qualche decina (3 o 4 decine, per la precisione) di fanatici terminali del genere, grazie allo stordimento causato da birre meschine e assenza d'ossigeno, gli Shameless piazzano il concerto-bomba della primavera. Nessuno si accorge degli strumenti scordati, delle parrucche, dell'obesità strizzata in canotte stinte, dei ritornelli così bubblegum che si fa prima a masticarli che a cantarli: trionfo Shameless. I Fatal Smile, invece, sono talmente alti e grossi e pieni di catene che semplicemente non riescono a starci sul micropalco, quindi finiscono nel parcheggio a costruirsi una baracca di cartone per dormire.
RECKLESS LOVE. Imperdibile appuntamento con la versione maschile di Jem e le Holograms. Basi synto-pop, ritornelli-caramelle, chitarre con due corde, lezioni di aerobica alla Jane Fonda. Parterre da festa delle medie: femmine davanti a sbavare per chioma+addominale di Olli, maschi in fondo a mescolare sarcasmo e le pose da Metallari.
FRONTIERS FESTIVAL. Il Festival Melodico dell'anno meriterà approfondimenti, ma il roster garantisce un vincente connubio di dinosauri, femmine per voyeurismo spinto, trapianti di capelli, abbronzature da Umpa-Lumpa e tastiere stratosferiche.

Gita della scuola a Praga.
Gente tranquilla, altissimo spessore culturale, visite posate a musei e monumenti, serate a the e pasticcini. Delicatezza, bon-ton, cucina macrobiotica. Si tornerà rigenerati.

Nuovi amici.
L'estate si avvicina e non avrò sempre voglia di andare a Jesolo a fare il bulletto in spiaggia, quindi mi serve qualcuno che abbia una piscina. Tu, ignaro possessore di piscina, sappi che io ti conoscerò e nel giro di 2 ore sarò in costume a casa tua per tuffarmi di panza e svuotarti il frigo. Tu che leggi... potresti essere tu...
Garantisco comunque bella presenza e brillante conversazione. In casi estremi, so piangere a comando e cucino il pollo alle mandorle.



domenica 12 gennaio 2014

La recensione superficiale e il disagio



SMALL JACKETS
10 gennaio 2014

Il venerdì non va bene. È la serata clou per i concerti, tanto quanto il sabato è delle coppiette. Ma se il giorno dopo lavori, il venerdì sera è da suicidio: show, 3-4 ore di sonno, una mattinata di lavoro e un pomeriggio buttato nel cesso per poter reggere la serata... poi c'è il grande mistero della domenica, che a quanto pare la gente trascorre a letto, mangiando o nei centri commerciali (a parte Pedro, che la passa a sparare alle anatre in barba alla legge, ma Pedro può, perché me lo sono appena inventato). E della domenica parlerò in futuro, quando la domenica deciderà di rendersi rilevante.

Il venerdì non va bene, perché cerco in tutti i modi di ignorare gli eventi fenomenali, le occasioni di perdizione, le cene dove primo-secondo-dolce sono sotto forma di birre, le spedizioni in luoghi non plausibili (“Tranquillo, facendo stradine siamo là in mezz'ora”... e ti ritrovi alle 3 di notte a vagare per le aziende agricole di Tombolo). Mai riuscito a evitare tutto ciò. Mai.

Neanche questo venerdì. “Vai a vedere gli Small Jackets in quel posto vicino a casa tua, sono ganzissimi, sono harder faster, c'hanno i pantaloni a zampa e le camicine strette strette, suonano il roccherolle bravi belli e benedetti dalla curia...”. Quando l'Alto Comando del Rock impartisce l'ordine, si parte per la missione senza discutere. E si dormirà tra 40 anni, all'ospizio.

Locale insensato in mezzo ai campi, più azienda agricola che osteria, con la stufa a legna e la gente che gioca a scopa. Birra finché vuoi, vino della casa, si mangia quel che c'è e parcheggi in mezzo a un bosco. Draghi di legno qua e là, un palco esterno da concerti importanti, palco interno da concerti-gavetta ma è gennaio e farebbero suonare dentro anche i Rush (giusto per dire una band che piace a tutti, ma nominarli fa sempre molto molto raffinato). A voler essere pignoli, non ho visto se c'è la pista per giocare a bocce, che non sarà roccherolle ma attira gli anziani e quindi aumenta gli incassi... ma il marketing lasciamolo agli esperti...

... e parliamo di disagio...

Disagio pt.1
Arrivo tardi e, ingenuo nonostante mezzo secolo di concerti visti in Italia, penso che abbiano già iniziato. Ma ovviamente lo show inizia “quando arriva più gente”, il che significa che si inizierà solo quando sarà chiaro che non verrà nessuno. E poi è venerdì, domani si dorme... quindi c'è tempo per due birre e un incomprensibile tagliere con formaggi e cren. Nel frattempo non arriva nessuno di veramente interessato allo show e quindi la band di supporto inizia.

Disagio pt.2
La band di apertura fa un genere che non ascolto, in più non ha ritornelli e tanto basterebbe per tornare al bancone. Sono però bravetti a suonare e quando attaccano non c'è veramente nessuno in sala, quindi ingresso e prima fila (vabbé, a 5 metri dal palco... ma non c'era nessuno) per quasi tutto lo show. Massima affluenza durante l'esibizione: 12 persone, inclusi fonico e band headliner. Non capisco come possa piacere un genere come questo, ma qualcuno (in qualche luogo, in qualche tempo) probabilmente apprezzerà.

Disagio pt.3
E' l'alba del giorno dopo quando gli Small Jackets salgono sul palco e io so già che non vedrò la fine di questo concerto, perché nossignore, non voglio dormire mezz'ora nel parcheggio per poi andare diretto a lavorare: voglio il mio letto e me ne frego se non è roccherolle, perché il mio letto è più roccherolle di molte band che ho visto nella mia vita. Peccato che gli Small Jackets siano MOLTO PIU' roccherolle non solo del mio letto, ma anche di qualche centinaio di band più affermate. Sono Rock come una sbronza di alcolici misti al pub + una rissa per motivi campanilistici + una notte di sesso con la fidanzata del tipo che ti ha appena picchiato nella rissa.
Se poi suonano un genere che pratico pochissimo e che mai sognerei di ascoltare a casa, posso dire che la band è promossa al 100%. Fanno scuotere il sedere, tengono il palco con la maestria dei migliori, hanno una potenza che le band-revival in giro si sognano. Hanno il look vincente “zampa d'elefante e vestitini stretti”, sono magri magri che li fai volare via con un applauso, i capelli lunghi e gli zigomi da rockers anni '70 (o, secondo i parametri estetici tipicamente italiani, da Banda della Magliana).
Me ne vado a metà concerto, ma compro la T-Shirt perché hanno un merchandising che spacca e mi serve qualcosa di pertinente da mettere ai concerti black metal e in palestra.
Li lascio con 18 persone in sala, ma tanto suonano come fossero davanti a 3mila. Band promossa a pieni voti: se ripassano non me li perdo.

Passo davanti al bancone mentre i vecchi giocano a carte e bestemmiano Nostro Signore Gesù (ma con rispetto) e mi chiedo cosa ci facciano qui all'alba. Afferro qualche nocciolina per il viaggio, mi tuffo nella nebbia mattutina e via: c'è una nuova storia da raccontare.

domenica 5 gennaio 2014

L'Odissea del Grasso Saturo: Estasi & Agonia in Epoca Natalizia



Natale in famiglia, tra tortellini e dolci alla cannella, risolve i rapporti con genitori e parenti. Tuttavia ci sono anche gli amici e, passati i 30 anni, ci si incontra a tavola. E ancora, nessuno ha voglia di cucinare, quindi ci si trova a mangiare fuori. E infine, non si può andare a provare qualcosa che ti puoi fare da solo, quindi niente wurstel crudi con senape.
Avanti allora con la Grande Epopea dei Grassi Saturi, vari episodi nell'arco di tutte le vacanze di Natale, di cui farò un riassunto per gli ingenui.

Il Giapponese.

Con la storia che a pranzo paghi poco e magni quanto vuoi, migliaia di piccolo-borghesi e proletari possono provare l'ebbrezza di ingolfarsi di riso bianco scotto e pezzi di pesce crudo senza sapore: è il sushi, signori. In un drammatico pranzo di 2 ore (causa lentezza esaperante dei camerieri, compreso un “diversamente giapponese” coi capelli rossi e la cadenza trevisana) ho ingurgitato: 2 litri di salsa di soia, 3 kg di riso, un centinaio di pezzettini di pesce grandi come un'unghia. Temo che la categoria “cibo” non sia la più adatta per definire il sushi. Comunque 2 effetti collaterali: digerisci subito (neanche il tempo di pagare in cassa) e ti senti un vero Uomo Mediaset, di quelli che fanno “la pausa pranzo al giappo”.

Il Cinese.

I cinesi hanno un paiolo gigante dove buttano tutto e poi impiattano a caso, dando nomi diversi alla stessa sostanza. Al limite la distinzione è tra piccante e non, anche se capita che questa differenza non si percepisca più dopo un piatto di pollo piccante al curry servito su roccia lavica incandescente che ustiona tutto entro 3 metri. Notiamo anche che per qualche tempo i veri fighi hanno snobbato il cinese per il giapponese, ma oggi che il giappo è diventato mainstream (e visto che a Treviso robe tipo etiope, peruviano e cingalese non esistono) i veri fighi con l'occhiale grosso sono tornati al China perché “non essendo più di moda, è di moda”. Poi le solite storia... pollo = gatto, manzo = cane, maiale = nutria, pesce = qualcosa senza odore e sapore che producono nei laboratori. Le salse coprono tutto, le verdure sono solo scrupoli di coscienza, la digestione è questione di giorni. Nel dubbio, friggere.

L'Americano.

Amici che suonano in un locale americano ad Aviano = “Man v Food”. Attenzione, locale USA significa che è gestito e frequentato da americani: i camerieri parlano solo inglese e il cibo è quanto di meglio/peggio la cucina yankee possa offrire. Essendo sottopeso da mesi, posso affrontare ogni sfida col sorriso sulle labbra:
  1. Chili Cheese Fries. Patate fritte ricoperte da una colata lavica di formaggio fuso e chili. Livello altissimo di soddisfazione e addensamento del sangue. Dopo un piatto intero, perdita delle consonanti e visioni mistico-medievali.
  2. Jalapeno Bombs. Guscio di pastella rocciosa con dentro peperoncino jalapeno malvagio e formaggio cheddar fuso. Primo morso: ustioni. Secondo morso: assalto piccante del peperoncino sulle ustioni prima provocate. Terzo morso: l'hai già finito. Tende a riproporsi nel corso della serata.
  3. Anelli di cipolla con salsa all'aglio. Pietanza che si trova ormai ovunque, ma gli anelli sono grandi come hula-hoop e la salsa all'aglio è il miglior modo per dire alla società civile: “Noi stasera ci eviteremo”.
  4. Rio Grande Fajita. Tre piatti di condimenti da buttare dentro delle tortillas calde, tutto “fai da te”. La carne speziata è rosolata con peperoni e cipolle, e questo dettaglio resta nello stomaco per qualche ora. C'è anche della verdura fresca, da qualche parte, in qualche forma... Guarnizione con guacamole, panna acida e salsa messicana. Capacità di lordare: elevatissima --> almeno 10 tovaglioli e 3 viaggi in bagno per ripulirsi, ci fosse stata una doccia avrei fatto anche quella. Goduria over the top, soprattutto perché il piatto te lo componi tu e quindi ci butti 1 kg di carne, una foglia di insalata e tutte le salse insieme.
  5. Bar B Que. Mezza dozzina di costicine speziate annegate nella salsa barbecue, con carne tenerissima che si stacca dall'osso e un lago di salsa dolce/piccante che si attacca anche a mani, capelli, vestiti, vicini di tavolo, pavimento del locale, band che suona, militari americani a 5 metri di distanza. Contorni da B-movie yankee (quelli che escono subito in DVD senza passare per i cinema): panino al burro (una sorta di minipanettone col contenuto calorico di 3 pizze), insalata di cavolo (c'era del cavolo in mezzo a quella salsa?), pannocchie rosolate nel burro con altro burro fuso a parte per i più eroici (e come ha fatto il burro a restare fuso nella vaschetta per 3 ore?). Da buttarsi per terra e piangere. Piangere a lungo.
  6. Dolci. La New York Cheesecake viene bocciata in quanto qui si è abituati al meglio del meglio (la miglior cheesecake della storia viene fatta a Gorgo al Monticano, ma che ne sapete voi?). Il Brownie invece scatena deliri da glicemia sfrenata, non l'ho mangiato tutto ma la vittima che l'ha consumato aveva gli occhi sbarrati come il profeta Elia quando venne rapito dagli alieni (ops, dagli angeli!).

sabato 19 ottobre 2013

Trippa, vino e festose bestemmie



Sovernigo è grande come uno sputazzo per terra: certo, lo sputazzo di un dinosauro, ma pur sempre uno sputazzo. Gli ingenui direbbero che è una frazione di Paese, che è il metodo migliore per prendersi una coltellata dagli abitanti di Sovernigo (e anche da quelli di Paese).
Sono tre strade che si incrociano davanti a una chiesa, che onestamente è proprio carina. L'hanno ristrutturata probabilmente con le elemosine delle vecchiette, visto che a Sovernigo pare abitino solo ottantenni. Le case sono tutte strette l'una all'altra, così la gente può farsi gli affari degli altri senza sforza: basta aprire una finestra. C'è un parcheggio che ai turisti viene forse spacciato come piazza, ma insomma, che turisti possono mai passare per Sovernigo?
Eppure una volta all'anno l'attrazione eccezionale c'è.
La sagretta di Sovernigo.
E' organizzata dai vecchi del posto (“I Lupi”, una specie Proloco con qualche ettolitro di cabernet in più), che però si fanno aiutare anche dalla gioventù perché un'esistenza dedicata all'alcol notoriamente non è il massimo se devi gestire una sagra. Certo, non è che i giovani bevano meno...
L'evento è sotto un tendone che occupa tutto il parcheggio e le attrattive sono da utenza ottantenne: mangiare, bere e giocare a carte (solo dopo ho capito che era un torneo di tressette e non di bestemmie).
CIBO. Prelibatezze assoluto la trippa con polenta e la bistecca di cavallo. Per me si potrebbe anche chiudere qua: trionfo assoluto e tutti a casa. Ma l'organizzazione ci piazza anche altre pietanze (braciola, funghi, fagioli, patate... tutto roba fondamentale se poi ci devi bere sopra 3 litri di vino) e si chiude in gloria con le caldarroste, accompagnate da altro vino, sennò è come fare le cose a metà.
BEVANDE. Vino. C'è anche la birra, ma sono le lattine del supermercato e pure a temperatura ambiente. Niente da fare, con l'età media dei presenti si va di vino, che tra l'altro pare fare miracoli, visto che i consumatori sono ancora tutti in vita (a meno che io non abbia visto un'orda di trentenni mostruosamente invecchiati dagli eccessi). La specialità per intenditori è lo sgroppino, che ha una storia tutta sua e che posso raccontare solo a voce. Chiusura gloriosa col caffé, servito con correzione di mezzo litro di grappa (non esiste l'opzione analcolica).
ATTRAZIONI EXTRA. A quanto riporta il programma, il primo giorno i vecchi si sfogano con il torneo di scopa e tressette. Il due giorni seguenti l'attrazione è la Messa Solenne, evidentemente necessaria per salvare le anime di quell'orda di bestemmiatori che s'è esibita durante il torneo. Resta il fatto che dopo la Messa si torna in sagra, quindi il problema si ripropone. Notare che non ci sono band di liscio, visto che i vecchi sono interessati solo alla Trinità (Cibo-Alcol-Carte) e non accettano distrazioni.

POST SCRIPTUM.
Che i vecchi siano timorati di Dio è solo una leggenda metropolitana. La sequela di bestemmie udite al torneo di scopa & tressette è la prova inconfutabile che i vecchi di Sovernigo non solo non hanno paura di Dio, ma che potendo lo prenderebbero anche a schiaffi.