martedì 7 luglio 2020

Esami di Stato 1348 - pt. 1... Scendono nell'agone i gladiatori


Coraggio della classe docente che affronta l’inaudito, abnegazione dei ragazzi che studiano anche se le scuole sono chiuse da settimane, trionfo della cultura sempre e comunque… però in fondo a chi interessa?
Le rilevanze dell’Esame di Stato 2020 risiedono altrove, in aule non climatizzate e in procedure online che poi devono essere tutte stampate e firmare a mano e sigillate con la ceralacca, perché non sia mai che sparisca per sempre l’energia elettrica dal pianeta… almeno potremo difenderci dai ricorsi aprendo la ceralacca. In fondo, in un futuro post-atomico ci sarà pur sempre spazio per i ricorsi, no? O vogliamo veramente mandare in malora tutte quelle lauree in Giurisprudenza?

Quest'anno 1348 ha condotto a commissioni d’esame composte da soli commissari interni, scelti verso aprile-maggio. Sventurati docenti, che già pregustavano giugno con piedi nel water e ventilatore sulla panza, si sono trovati cooptati per l’Esame di Stato. Invece di affidare la scelta a combattimenti col forcone o a gare di birra e salsiccia, essa viene affidata ai consigli di classe: il risultato sono riunioni estenuanti ricche di litigi, calunnie e rituali scaramantici, per poi arrivare a nominare sempre quelli che erano stati proposti (4 ore prima, all’inizio del consiglio) dal dirigente scolastico.

Peggio è andata per i presidenti, che hanno cercato di fuggire spacciandosi per ultraottantenni, per latitanti, per neoassunti. C’era chi la quarantena era scappato a farsela al paesello e rientrare per compilare un bancale di scartoffie (dovendo farlo bene per evitare ricorsi) andava evitato a costo della galera. Ma l’implacabile Ministero alla fine è riuscito a cooptare tutti i presidenti che servivano, a colpi di ingiunzioni e deroghe, finendo per portare in commissione bidelli, passanti, no vax e complottisti vari. 

Questa vasta e varia umanità deve riunirsi per la riunione preliminare, chiamata “La Plenaria”, che suona enfatico, ma nasconde l’agonia. Come sempre, la serenità e la rapidità dell’incontro dipendono dal Presidente, ma anche i commissari possono essere  seguaci di Ohrmuzd o Ahriman
- All’angolo blu del ring, Simplicio. La paura del ricorso evoca nella sua mente atti di bullismo subiti all’asilo, schiaffoni dei genitori, piccioni che gli fecero la popò in testa, gastroenteriti alla festa di capodanno, insomma tutto quello che in qualche modo ti segna per tutta la vita e che non vuoi sperimentare mai più. Il risultato è pretendere rigida adesione a ogni virgola dell’ordinanza ministeriale, cosa impossibile perché il buon senso sta alle ordinanze come i concerti pornogrind stanno all’assembramento.
- All’angolo rosso, Cicalio. Fiero sostenitore del “Ma cosa vuoi che sia?”, Cicalio non conosce l’esistenza delle ordinanze e considera l’esame di stato un’estensione della sagra paesana. Tutto sia aggiusta, l’importante è buttarla in vacca e ridere sempre, possibilmente mentre si degustano panini con salumi. Cicalio durante i colloqui dice che deve andare via perché c’è il parroco che lo aspetta, ordina un bancale di pellet durante gli scrutini, s’incontra con l’amante nei bagni della scuola. Ritiene che “falso in atto pubblico” sia una formula oscura tipo “lavare separatamente”. In fondo non è cattivo, ma deve andare a casa a spegnere il gas.

Se la commissione riesce a mediare tra questi due estremi, è già uno spiraglio di luce. 
Ma quest’anno 1348 è segnato da una vile pandemia che ci impedisce di abbracciare sconosciuti e leccare le superfici esposte, proprio ciò che rende l’uomo uomo. 
Quindi il Ministero ha predisposto “i protocolli”.
Il nome evoca già alienante totalitarismo, tra Kafka e Ernst Junger. E anche Lasciapassare A38 (giusto per ricordare i miglior anni della mia formazione culturale in un piccolo villaggio dell’Armorica). 

E presto de “i protocolli” saprete tutto ciò che lingua umana possa dire.

domenica 1 marzo 2020

Lordi : no sex, no drugs, maybe rock'n'roll

LORDI + TARCHON FIST + boh
REVOLVER CLUB (San Donà di Piave  - VE)
21 febbraio 2020



Quanto soldi ti ho dato negli anni, Lordi. 
Ho comprato i tuoi primi CD, finché non hai deciso di inserire due pezzi belli per album. 
Sono venuto ai tuoi concerti, spesso facendo anche strada e sempre quando suoni sotto casa. 
Le magliette non te le ho mai comprate, perché spesso fanno schifo e le vendi a peso d’oro. 
Ho visto il tuo film horror: si viveva anche senza, ma in quel caso non ti ho dato soldi e quindi siamo ancora amici.
Ho anche mandato un mio amico nel tuo ristorante in Finlandia. 
In cambio, tu sei ingrassato sempre di più nel corso degli anni e ormai hai un backstage sul palco che è più grande del backstage dietro al palco. Hai cambiato a rotazione tutti i musicisti a parte la mummia, sicuramente perché li paghi poco e ti spendi i cachet in pizze. 
I costumi sono sempre stati il top, tenendo conto che te li fai in casa durante gli inverni finnici. Ma in questo ultimo tour sono essenzialmente dei pigiami con le costole disegnate. A parte il tuo, che ormai è come l’armatura di un elefante da guerra cartaginese. E con la tastierista ci si spreca poco, perché è in mutande, maschera da Barbie e parrucca (i guardoni di San Donà non erano granché soddisfatti). 
Credo seriamente che il meglio del meglio nel tuo entourage sia il fonico, che deve stare dietro a un milione di basi ed effettistica varia. Ricorda comunque al bassista che durante l’assolo dovrebbe almeno fare finta di suonare, invece di guardarsi in giro cercando una birra che tanto col mascherone non potrebbe bere. Per fortuna la mummia chitarrista rende alla grande, è sempre più contorto su se stesso e mi fa venire in mente un gibbone alla terza lezione di chitarra che imita Keri Kelli.

A vedere Lordi ti diverti come un bimbo alla sfilata dei carri di Carnevale a Ceggia (VE), anche se le scenette sono sempre quelle e i pezzi nuovi sono ribollite di pezzi vecchi incrociati a pezzi altrui. Stupisce che il pubblico si esalti praticamente per 3 pezzi in tutto, visto che basta una soglia di attenzione di 20 secondi per imparare i ritornelli, ma è altresì probabile che la massa sia intenta a guardare le figure, più che ascoltare la musica. 
Non ci sarà invece in questo report alcuna storia di sesso e/o droga. La band si fa gli affaracci suoi, il pubblico è educato e sobrio, gli spacciatori vengono al locale solo nelle serate house e i venditori di rose ormai mercanteggiano in massa nei locali sushi. Non aiuta il fatto che la birra del Revolver abbia 2 gradi, ma soprattutto immagino che sbronzarsi al concerto di Lordi sia triste come farlo alla festa del nido.

Il Revolver è mezzo pieno o mezzo vuoto, a seconda della propria Weltanschauung (termine da onanismo culturale). Un segno del declino di Lordi, ma rispetto ai Freedom Call è come essere all’Iperlando di sabato pomeriggio. 
Inizia la serata una band rockabilly finlandese che, nell’epoca del pay for play, può permettersi di andare in Tour con Lordi sperando di intercettare l’interesse di qualcuno. Non mi pare la più lungimirante scelta promozionale, ma tanto me li perdo perché impegnato in una gara di proteine nella vicina Musile di Piave.
Seguono i veterani Tarchon Fist, di cui vedo l’ultimo pezzo. Metal talmente classico che riesci a prevedere ogni cambio di tempo, ogni linea melodica, ogni riff. Il look oltranzista, la passione sul palco e la chiara intenzione di divertirsi li rendono simpaticamente adatti per una serata anni ’80 di sbronze e bottigliate contro i fan dei Duran Duran.
Poi arriva Lordi, quindi, caro utente, torna a leggere dall’inizio del report. E così via all’infinito. Oppure, passa sotto alla conclusione malinconica. 


Uscendo noto che Lordi gira con un tour bus di quelli seri, da band che ha ancora qualcosa nel conto in banca e non deve prendersi ferie per due settimane di tour. Rispetto alla multipla con cui i Freedom Call hanno provato ad attraversare il Brennero, siamo su un altro pianeta. Poi magari scopri che nel tour bus ci stanno solo Lordi, la mummia, il fonico, i costumi e la strumentazione, mentre il resto della band segue su Moskovic 408 alimentata a barbabietole e spinta.

domenica 15 dicembre 2019

Female Metal Voices Tour '19: come traino sociale è meglio estetica o il collare rigido?

FEMALE METAL VOICES TOUR
LEAVES' EYES - SIRENIA - FOREVER STILL - LOST IN GREY - ASPHODELIA
14 dicembre 2019
Revolver Club (San Donà di Piave - VE)




Alvaro, per definirlo elegantemente, è un voyeur. Amerebbe scrutare dalle finestre e dai buchi delle serrature, ma ha un problema forse più grande: è un Metallaro. E il Metal è generalmente come la Sagra della Salsiccia, c’è ben poco da guardare, a meno che non si abbiano spiccate tendenze arcobaleno. Alvaro però è etero. Senza alternative, s'appassiona al Symphonic Metal con voci femminili: almeno c’è la sicurezza di avere una donna da guardare senza rischiare denunce e ascoltando nel contempo della Musica Metal. Negli ultimi 15 anni le band di genere si sono moltiplicate in modo proporzionale grazie ad Alvaro et similia. Inspiegabile altrimenti che esistano centinaia di gruppi impossibili da distinguere l'uno dall'altro se non per il fatto che presentano cantanti diverse. Forse Alvaro potrebbe spiegarci nei dettagli le differenze tra Epica, Sirenia, Tristania e Visions of Atlantis, ma il comune denominatore alla fine è di avere belle figliole che cantano. Io, perlomeno, distinguo solo su questo parametro. Per questo è impossibile, da parte mia, concepire che esista al mondo una sola persona che possa affermare “Il mio gruppo preferito? Epica (o chi per essi)”. 
Tuttavia a un concerto così ci vado. 
E le motivazioni sono di alto profilo.
  • Vicino a casa, parametro principe per gente che ogni giorno combatte l'ignoranza a cazzotti sui banchi (richiede molte energie e molta precisione);
  • Band mai viste e che mai rivedrò, perché se le trovo in un festival ne approfitto per dedicarmi al taccheggio;
  • Posso ammirare dal vivo almeno l'80% del catalogo EMP, indossato da disagiati sul palco e sotto il palco;
  • C'è Alvaro, mio principale riferimento per interpretare il genere in questione.

Affluenza non indegna, ma ben lontani dal pienone. Essendoci 5 gruppi, i primi avranno iniziato a suonare nel tour bus mentre parcheggiava. Improponibile arrivare come sempre a orari decenti, mi perdo tre band su cinque. Mai nulla saprò di Asphodelia e Lost in Grey, i cui musicisti però gironzolano per il locale e contribuiscono a farlo sembrare meno desolato. Mi perdo pure i Forever Still, a me noti perché quando lavoravo in radio l'etichetta cercava di promuoverli inviandoci generi alimentari di scarso spessore dietetico; inoltre, la cantante si passa tutto lo show seguente a ballare sotto il palco e sul tavolo del merchandising, per il gaudio di Alvaro & Co.

Pubblico composto in questo modo:
80% guardoni
10% band che hanno già suonato stasera oppure suoneranno
10% io, miei amici, miei parenti, baristi, il mio barbiere e una bambina (non mia)

Ecco ciò che resta...

SIRENIA
Il desiderio di far saltare in aria il palco col tritolo è pienamente giustificato. Dopo aver pagato 30 dobloni d'ingresso, emergi nel pieno dello show e noti subito la cantante vestita da Cenerentola, il batterista nudo depilato e i due chitarristi (il leader fuori forma e il giovane virtuoso neoclassico pronto a tutto pur di rimediare fugaci esperienze sessuali). Ma senti chiaramente anche un basso, ondate di tastiere e cori possenti... dove sono quindi bassista, tastierista e coro degli alpini? Dentro il MacBook Air (versione proletaria del Pro). Avendo connessione internet, so che si tratta praticamente di una one man band, ma l'effetto è 60% karaoke. C'é già il Festivalshow per queste cose, ogni estate in tutte le località balneari di serie B e C, ed è anche gratis.
Nonostante le basi, ci sono ancora momenti di cagnara che, come effetto generale, ricordano la campanella di fine scuola in un Centro di Formazione Professionale. Per fortuna partono i cori esagerati che coprono tutto.
Alvaro definisce splendidi i loro CD, ma è rimasto deluso dall'outfit della cantante, a sua detta fin troppo castigata e dedita a cantare bene, quando invece il suo pubblico avrebbe preferito uno show più cinematografico in stile Fenech/Banfi.
Ovviamente il nostro guardone ha espresso il tutto in dialetto, dopo aver consumato 12 giga di memoria per fotografare ogni centimetro della suddetta cantante. A uso privato, sostiene.

LEAVES' EYES
Per chi ama il gossip e gli intrighi dinastici. 
All'inizio c'erano gli Atrocity, che in Germania a inizio anni '90 facevano Death Metal e poi l'hanno mescolato con qualunque altro genere, riuscendo alla fine a non piacere più a nessuno. Nel frattempo il leader Alex Krull, dotato di una lunghezza di capelli inversamente proporzionale al talento compositivo, aveva sposato la cantante Liv e insieme formano i Leaves' Eyes (che sono gli Atrocity con Liv che canta). Symphonic Metal a tema vichingo, ma con l'eterea voce di Liv che riesce a rendere i pezzi tutti uguali: se te ne piace uno, puoi andare sicuro su tutta la discografia. Poi Krull, che è anche il vegetariano più pachidermico della storia del vegetarianesimo, litiga con Liv e nel giro di 3 ore divorzia e la sostituisce con Elina Siirala: i media dediti al Metal, che amano il gossip tanto quanto le messe nere, si scatenano in illazioni sulla relazione tra Krull e la nuova cantante, ma siccome la band m'annoiava non sono molto aggiornato. Noto comunque che:
  • Elina è più caruccia di Liv;
  • Canta uguale, quindi brava e di una pesantezza inaudita, tipo le conferenze sulla “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel;
  • Sul palco si muove come Pinocchio;
  • E' vestita in un modo che fa esultare Alvaro, il quale esaurisce tutti i rimanenti giga dello smartphone (sempre per uso personale).
Per fortuna il resto della band ha un impatto notevole, concedo loro due vigorose pacche sulle spalle per aver dato tutto e per essere riusciti a intrattenere a prescindere dal repertorio. Anche Krull s'impegna per coinvolgere il pubblico, ma la panza sporgente dalla giacchetta XXXL (taglia tedesca) lo fa assomigliare a un pinguino gigante. Stona infatti col resto della band, che appare decisamente denutrito; in particolare il magrissimo batterista resta immobile per risparmiare energie, usando solo le braccia, tanto che sembra una sagoma di cartone. 
A dare tutto è anche il mingherlino roadie della band, che corre ovunque con la sua pila fissata sulla fronte per sistemare guasti tecnici, fare foto, settare i volumi, preparare il tofu. Con sforzo immane, riesce anche a infilare Krull dentro un'armatura vichinga (stazza importante, di certo non paga gli alimenti alla ex moglie) e il cantante passa l'ultimo pezzo ad agitare la spada qua e là minacciando gli astanti, la ex moglie, la nazionale italiana di calcio e chiunque osi scrivere queste parole in una recensione.
Alvaro, nella conferenza stampa dopo lo show, promuove a pieni voti i Leaves' Eyes, esaltando il look vincente della cantante, che ha sfoggiato gambe lunghissime e stivali da “Perversioni nella Repubblica di Weimar”, anche se ha criticato il Krull per averle detto di imitare una Valchiria invece di adattarsi a un più consono ruolo di Gloria Guida. 

lunedì 2 dicembre 2019

HEIDEVOLK... perché il paganesimo funziona alle sagre?

HEIDEVOLK + KORMAK + HELL’S GUARDIAN
REVOLVER CLUB  - SAN DONA' DI PIAVE (VE)
23 novembre 2019



Il Revolver ci riprova col folk metal. Si riuscirà a fare meglio degli Skyforger in termini di affluenza?
No.
La gente è quasi la stessa della data precedente. 
Barbacce incolte, criniere dal passato glorioso e oggi prossime all’oblio, maglietta standard degli Amon Amarth e l’inspiegabile presenza di alcune donne (probabilmente assistenti sociali o antropologhe).
Gli Heidevolk per le date italiane si fanno accompagnare da un paio di band locali che servono a pagare la benzina e i camogli all’autogrill. Di certo i soldi non li fanno coi biglietti d’ingresso, visto la cinquantina di presenti (o giù di là, non li ho contati perché ho fatto il Liceo Classico e non so andare oltre il 20). 

Avendo, come ormai consuetudine, perduto la prima band, passo a recensire lo stand del merchandising degli Heidevolk.

LO STAND. 
Dopo decenni di militanza nel mondo del Metal, mi stupisco ancora di certe tremende magliette e di come, nell’eterna lotta per la sopravvivenza all’interno della società civile, possano farti partire almeno due passi indietro. Per fortuna i Metallari presenti non hanno alcun desiderio d’integrarsi né di diventare nuova classe dirigente, quindi il curioso omino del merchandising riesce a smerciare una certa quantità di T-shirt. Il suddetto soggetto, dall’aspetto mediamente impiegatizio, esibisce un maccheronico italiano fatto di “Ciao, grazie, come va?” a cui rispondo lodando il formaggio Gouda (una lode all’altro prodotto olandese mainstream, la birra Heineken, sarebbe risultato eccessivamente falso), il che non mi garantisce alcun vantaggio nella contrattazione: io non vorrei comprargli alcunché, ma vengo mosso a simpatia dal suo aspetto inoffensivo e medio borghese (di quelli che quando si incazzano per le crisi economiche vanno poi a votare NSDAP), quindi decido per il virile acquisto di una borsa di tela con qualche immagine pagana a corredo, giusto per far capire ai monoteisti che con me non si scherza.

KORMAK.
Quando vedo salire sul palco tre mugnai e una ragazza piccina piccina, temo il peggio. Il peggio si realizza subito con un paio di canzoni da tonnara invereconda, causa suoni gommosi e una prestazione vocale simil-operistica “cheperfortunahoitappialleorecchie”. La situazione poi migliora e si comincia a intuire che la band ha una vaga idea di come si scriva una canzone, mentre la cantante passa a un growl più convincente. Il top comunque è stato il pezzo in dialetto pugliese, non li porterà al Festivalbar ma è il meglio che s’è sentito. Resta il mio problema per cui le band folk metal suonano tutte lo stesso pezzo: è un problema mio, ma nemmeno questi Kormak me l’hanno risolto.

HEIDEVOLK
I sei olandesi si schierano in formazione da battaglia: batterista barbone, chitarrista nano, chitarrista calvo, bassista stempiato leader pagano, cantante 1 cicciotto rissoso, cantante 2 barbone pagano. 
Sulla scena da anni senza mai diventare dei leader, vantano uno zoccolo duro di fans che risiede tutto nel Gelderland (regione di provenienza degli Heidevolk) e quindi al Revolver non si fa vedere. 
Il fatto di avere due cantanti sarebbe un punto a favore, se non fosse che cantano sulle stesse tonalità e quindi ogni canzone sembra un lunghissimo coro da birreria. Peraltro la stessa band ci tiene a precisare quando s’accinge a suonare canzoni da birreria, acciocché i presenti possano alzare le bevande al cielo: di cantare i cori non se ne parla, visto che sono in olandese e l’idioma locale si limita a sandonatese e jesolano.
Per distinguere le canzoni pagane da quelle a tema birra, il cantante rissoso nelle prime urla a metà pezzo, nelle seconde beve. L’altro cantante mantiene invece un atteggiamento coerente, tra l’epos del guerriero batavo e qualche ancheggiata in stile Coverdale d’annata. 
Devo per forza focalizzarmi sul bassista incredibile di 2 metri coi capelli lunghissimi (effetto dovuto al fatto che partono dalla nuca). In piacevoli intermezzi tra le canzoni, il suddetto nell’ordine:
  • sostiene di aver suonato con gli Heidevolk 20 anni fa vicino a San Donà, anche se probabilmente si confonde con la sua vacanza a Cortellazzo;
  • promuove l’immagine della regione olandese del Gelderland: nessuno ha capito cosa ci sia di preciso, ma sulla fiducia gli concediamo che ci sia bassa disoccupazione e che entro qualche decennio sparirà causa innalzamento del livello del mare;
  • incita a commemorare le grandi battaglie dei Batavi (antichi abitanti del Gelderland) contro le legioni romane, sorvolando ovviamente sul fatto che i Romani li abbiano conquistati senza grossi problemi;
  • dichiara di apprezzare la grappa e il vino, il che è comprensibile essendo lui un bevitore abituale di quel detersivo chiamato Heineken;
  • quando finisce il fiato per le presentazioni, passa la parola al cantante rissoso, che urla e poi parte il pezzo.
I miei informatori dell’universo pagano sostengono che il pezzo migliore della band sia una cover di una canzonaccia pop olandese anni ’70. In effetti la rendono davvero bene, ma allo stesso tempo confermano l’idea che al loro paese suonino alle sagre per far ballare le coppie di anziani con gli zoccoli. E probabilmente l’Amministrazione Regionale del Gelderland rilascia abbondanti finanziamenti per mandarli in giro a promuovere il turismo nella suddetta regione… altrimenti non si spiegherebbe che vadano in tour per mesi senza apparenti guadagni e senza un lavoro stabile in Olanda.  
Comunque le leggende del Gelderland narrate nelle loro canzoni non sono comprensibili a cause dell’idioma, ma se dovessi affidarmi solo alla sensazione, direi che trattano di Boudewiijn che ruba un maiale a Guus, oppure di mamma Floor che prepara la zuppa di farro.


A fine concerto escono subito a farsi le foto coi fans, sperando probabilmente di ottenere grappa o sesso. Evidentemente all’estero qualcosa potrebbe anche succedere, ma a San Donà, miei guerrieri, è sempre e solo grappa.

lunedì 11 novembre 2019

FREEDOM CALL... l'ottimismo nonostante umidità e rotolacampo


FREEDOM CALL + DRAGONHAMMER + RAVEN'S GATE
REVOLVER CLUB - SAN DONA' DI PIAVE (VE)
8 novembre 2019

Tra le migliaia di fans dei Freedom Call, solo i più intransigenti, esaltati e fanatici riescono ad abbandonare le certezze del bar e della sagra paesana per imbarcarsi in un'Odissea notturna verso San Donà di Piave.
Solo chi è in possesso di Assoluta Fede e Devozione verso Chris Bay e la sua band (a noleggio) è degno di assistere allo show.
Quindi siamo in pochissimi.
Pochissimi da intendersi come “arrivo in prima fila senza sfiorare nessuno”, oppure “mi siedo per terra e vedo le scarpe del bassista”.

Il pubblico è pure ultraquarantenne: ascoltava i FC a 20 anni, condannandosi ad altri 20 anni di verginità, castità e celibato. E caduta della chioma quasi generalizzata. E dorsi delle mani pelosissimi. E mi ci metto anche io nella categoria, solo che ho smesso di ascoltarli a 23 anni e arrivo allo show dopo un ripasso di video online, dove noto che il filo conduttore pare essere il termine “Metal” applicato a quasi tutta una serie di predicati. La presenza di cori fanfaroni per il 70% della durata di ogni singolo pezzo mi ha dato la spinta per abbandonare la Sagra del Radicchio e volare al Revolver.
E all'arrivo vedo pure bambini con le cuffione. Attenzione, qualche power metaller s'è riprodotto e, invece dello show di Peppa Pig all'Ipercoop, porta i figli a vedere i Freedom Call.

La prima band sarebbero stati gli spagnoli Raven's Gate, a me ignoti quasi quanto le tabelline, ma all'arrivo hanno già finito lo show e stanno al merchandising senza riuscire a piazzare niente, nemmeno una stretta di mano. Avendo perso questo show, recensisco la seconda cosa che vedo dopo essere entrato (la prima è la pianura spopolata che conduce al palco, spopolata tipo Cà Savio a fine novembre)...

I DUE GABINETTI DEL REVOLVER.
Da sempre i due gabinetti non hanno una vera identità di genere, visto che i maschi li usano entrambi. Le femmine ovviamente preferirebbero quello con la serratura, ma a volte sono costrette ad affrontare quello con la porta da saloon. Diciamo comunque che in un mondo regolato da Intrinseca Razionalità (come vorrebbe Hegel e motivo per cui è sbertucciato da Schopenhauer, ma Hegel se ne fregava perché ha fatto molti più soldi del rivale), i bimbi andrebbero in quello con la turca e la porta girevole, le bimbe in quello con lo specchio, il water e la chiave.
La pulizia non è pervenuta, giacché arrivo sempre a serata iniziata e gli utenti prima di me hanno spesso notevoli problemi di mira.
L'attrazione principale del bagno maschile sono gli adesivi attaccati ovunque, così hai qualcosa da leggere mentre sbrighi le operazioni e contemporaneamente urli “Occupato!” agli avventori che si precipitano entusiasti attraverso la porta senza serratura.
Nel bagno femminile non ci sono tutti questi diversivi, ma è un luogo di raccoglimento e meditazione, in cui puoi riflettere sulla recensione che scriverai, sui piatti sporchi che hai impilato in cucina nelle ultime settimane o sul curioso effetto della birra del Revolver, che entra velocemente e altrettanto velocemente pretende di uscire.

DRAGONHAMMER.
Il nome è in giro da una vita, ma è il primo incontro con me e la band non è emozionata. Peccato avere due chitarre e sentire solo uno sciame di zanzare. Il resto si difende bene. I cori sono incredibili come il sottoscritto quando canta in inglese sotto la doccia, si registra e si riascolta (e poi cancella coi brividi): pronuncia più USA che British, anzi, più che USA direi Frascati. In mezzo a tutto questo marasma, mi piacciono pure, perché mi ricordano quando ero un giovane aspirante ammazzadraghi e pensavo che fare headbanging conducesse al Valhalla. Apprezzabili per aver sorriso tutto il tempo davanti a una folla di 22 ultras dei Freedom Call e non essersi fatti intimorire dalla nota aggressività dei supporter della band tedesca.

Le voci di corridoio.
Ognuno ha i suoi informatori. I miei non sono migliori degli altri, ma sono spietati. E mi dicono che la band sta girando l'Europa a bordo di una multipla con rimorchio, stipata di magliette da vendere, generi di prima necessità, un basso, tre chitarre, un iPhone del 2011 con dentro le basi campionate, qualche musicista assoldato strada e una scorta infinita di ottimismo (senza il quale si sarebbero già lanciati in una carriera di operai edili). Quando la band appare incappucciata per fare un veloce soundcheck prima del concerto e, dopo averlo concluso, si smonta da sola il palco, è chiaro che siamo più low cost di Ryanair. Del resto ormai i tour procedono solo se si risparmia su tutto, anche spegnendo il tourbus dopo il Brennero e facendo la discesa delle Alpi in folle per risparmiare benzina.

FREEDOM CALL.
Se il mondo ascoltasse Metal, i Freedom Call sarebbero gli animatori top di tutti i camping del litorale. Il sorriso da paresi, i saltelli su ogni coro campionato, i discorsi motivazionali del leader Chris Bay all'insegna dell'ottimismo e della gioia di vivere nonostante la critica musicale gli faccia a pezzi gli album e il pubblico si presenti a decine. Dopo 90 minuti di concerto si può essere certi di:
  • aver ballato e saltato come in una lezione di zumba;
  • aver ascoltato alcuni tra i cori più zuccherosi e pralinati del pianeta;
  • aver visto una band che si diverte nonostante il disagio (ma il film degli Anvil, a suo tempo, il disagio l'ha abbondantemente sdoganato);
  • aver imparato i cori anche se si possiede solo il primo album (preso perché ci suonava Zimmerman dei Gamma Ray e perché a fine '90 ogni cosa Power si comprava a prescindere, compresi quei cani randagi dei Wyvern), perché sono talmente pop da sfiorare le sigle dei cartoni animati;
  • aver assorbito una visione del mondo (quella di Chris Bay) popolata di Teletubbies, amore fraterno, angeli, unicorni, Metal, sana e corretta alimentazione.
L'esagitazione nelle prime (e uniche file) è altissima, tutti cantano a squarciagola e saltano senza ritegno (domani tutti dall'ortopedico, che i 40 sono belli che passati...). È anche facile, visto che non esiste al mondo una band che metta meno note e variazioni in ogni pezzo: praticamente ci sono solo tastiere, batteria e cori. Coscienti anche che l'affluenza non garantirà altri show della band in zona, a meno che non suonino a qualche festa di compleanno, tutti danno il massimo per fare festa. Quindi alla fine lo show riesce particolarmente bene. Non si sente nemmeno il solito odore di ascella, anzi, predominano profumi di fiori scatenati dal balsamo che usano i musicisti.

Serata riuscita, avessero anche avuto delle magliette decenti ci stava l'acquisto, ma hanno le solite ciatronate da giocatori di ruolo con la forfora e quindi si risparmia per le future cause in tribunale.
tf

mercoledì 6 novembre 2019

Pagan Warriors across Capannoni Abbandonati beyond the Piave



Pagan Warriors Across Europe

Skyforger – Finsterforst – Enisum – Helsott

30 ottobre 2019
Revolver Club (San Donà di Piave – VE)

Adesso che sono ex giovane e ho raggiunto il successo professionale (ovvero un salario di sussistenza minima), mi riscopro esaltato dalla serie B del Metal. O meglio, serie B tendente retrocessione. Di vedere ancora Iron Maiden e Metallica mi interessa nulla, mentre negli show underground si trova la giusta commistione di escapismo, disagio, attitudine da “Apocalisse o Nulla” (cit.) e violenza tribale. Di solito in mezzo a 20-30 persone. Che si conoscono tutte, ma si salutano solo con un cenno della testa, perché il Metal è una cosa seria. 
Passata la mattina lavorativa a spiegare le civiltà precolombiane promuovendo i sacrifici umani come l'ultimo must per le feste del diciottesimo, torno a casa veloce per firmare i documenti di rinuncia momentanea alla paternità e ritorno in San Donà di Piave per questo pittoresco Festival itinerante di band pagane o comunque invise al Sant'Uffizio.

HELSOTT.
Perso clamorosamente il primo gruppo, che mi dicono sia americano e sovrappeso. Non so altro. Identifico il cantante, barbuto e panciuto ed ebbro di infame birra Oberburger (sempre in offerta al discount D+, molto apprezzata se lavori sui ponteggi o porti illegalmente immigrati oltre confine). Ha le infradito e le unghie luride. Lui ha capito tutto: donne non ce ne sono, birra sì, quindi la puntata è scontata.

ENISUM.
Una volta mi seccava non conoscere le band che andavo a vedere, adesso me ne faccio una ragione, perché il mio tempo è dedicato a pulire sederini e addormentarmi ovunque possa appoggiare la testa. Gli Enisum sono certamente fuori contesto, perché di pagano hanno giusto l'alberello che regge il microfono. Magari anche i testi, ma non si coglie alcunché. Poi sfuriano con blastbeats e quando rallentano i chitarristi si fissano i piedi durante gli arpeggi. Realizzato che i ragazzi hanno anche una componente depressiva niente male (in senso musicale, poi sulla vita privata chiederò eventualmente al parroco del paese), sguscio all'esterno per cercare qualche storia di sessodrogaroccheroll. 

La storia di droga. I Finsterforst s'aggirano vestiti da boscaioli, con fare sospetto. Sicuramente tramano. Sarà droga? Sarà sesso? Di certo c'è una storia da raccontare. Il cantante richiama i musicisti e li porta in un angolino, poi sfodera una scatoletta bianca. Qua si va sul pesante: cocaina, pastiglie, forse crack? La decadenza e il nichilismo in arrivo? 
No, maledizione. Lucido da scarpe.
Se lo spalmano in faccia. 
Perché è il loro outfit sul palco. 
La morale? Forse è che la serie C (area playoff) non può permettersi praticamente nulla. La droga e il sesso costano, in tour bisogna tagliare sulle spese e dividersi anche i panini; se capita di rimediare qualcosa, deve essere assolutamente gratis, ma se è gratis generalmente fa schifo e le povere band devono essere al top sul palco, mentre i postumi di droga mal tagliata o malattie veneree compromettono lo show e dunque la vendita di magliette e quindi le possibilità di far benzina per tornare a casa.

FINSTERFORST.
I ragazzi si giocano la carta della divisa da palco. Camicia a scacchi H&M 12.90 ai saldi di fine anno, canotta bianca con senape, lucido da scarpe, libera scelta sui pantaloni. 
Pochi soldi, tanta buona volontà. 
Il gusto compositivo e d'arrangiamento è riservato ad altri. Linee vocali tra growl e birreria, chitarra pesante ma senza riff percepibili, ritmiche quadrate + cantato in tedesco che ormai da vent'anni ti fanno pensare solo ai Rammstein, indecisione maxima sul genere suonato (a volte di qua, a volte di là, mai troppo male ma nemmeno bene, pure una parte arpeggiata copiata da Vasco...). 
Il tastierista è infinitamente più carismatico del cantante e, tenendo conto che lo strumento non lo suona perché è tutto campionato, si potrebbe anche spostare al centro del palco a fare headbanging coi capelli lunghi due metri.
La serie C (area playoff) va così. Un'ora di scarpate musicali, a volte azzecchi un gol o una melodia, a volte tiri una falciata epocale, poi tutto finisce e nessuno ha capito chi abbia vinto.

SKYFORGER.
Se dicessi “band di lettoni vestiti da pastori, che cantano in lingua madre, suonano Metal estremo ma non troppo, con parti folk che potrebbero essere baltiche come scozzesi o bellunesi” non ti verrebbe gran voglia di abbandonare il 55 pollici e la tisana. E faresti male. Perché gli Skyforger hanno fatto un grande show e ti sei perso questi highlights:
  • il cantante-chitarrista piccoletto barbone, talmente mingherlino che nell'XI secolo poteva fare al massimo l'arciere, parla un inglese livello A1 e sicuramente si legge le frasi scritte sugli stivali di pelliccia;
  • il bassista troll gigantesco nell'anno 1208 menava l'ascia contro i Cavalieri Portaspada, stanotte invece dedica ogni canzone a Perkunas, intona inni di guerra con vocione prepotente e si agita come se avesse un procione dentro le mutande... il Revolver l'ha amato;
  • il chitarrista solista di lavoro fa il medico, a quanto ho capito, e mi chiedo quanto basso sia lo stipendio nella sanità lettone per spingere un medico a suonare di mercoledì sera a San Donà di fronte a gentaglia come me;
  • il batterista non riuscivo a vederlo, con l'età comincio ad avere problemi con le penombre e quel lettone sicuramente era piccolissimo e secco secco, perché è chiaro che il catering se lo spazzola tutto il bassista e il resto della band ha problemi di denutrizione;
  • le parti folk erano tutte suonate dalle basi e non hanno sbagliato un colpo, in alto le Corna del Metal per questi meravigliosi software che fanno risparmiare migliaia di euro in cornamuse e flauti d'osso (che puzzano, tra l'altro).
Comunque li promuovo a pieni voti: andateli a vedere, loro vi sorprenderanno e voi sorprenderete loro, visto che a questa data eravamo in una ventina e probabilmente avranno pensato che l'Italia sia una landa desolata con pochi sopravvissuti girano tra campi incolti e capannoni industriali abbandonati. 
Poi ho scoperto che in patria gli Skyforger sono parecchio stimati, hanno i contributi statali per incidere gli album e pare abbiano composto qualcosa per un musical (ma forse erano solo andati a vederlo senza pagare il biglietto, questo musical... non mi fido della mia conoscenza del lettone non sottotitolato nelle interviste su Youtube). 
Insomma, la Lettonia si piazza in maniera imperiosa nella mappa del Metal e, col sostegno economico del Presidente Egils Levits e della Repubblica tutta, è qui per restare.

lunedì 19 agosto 2019

Esami di stato 2019 - parte 4 : gattopardi, infradito e tutto ciò che in mezzo sta


Orali.
Cosa serve sapere.
L'esame orale può essere agonia o estasi per un commissario. Tendenzialmente agonia, perché anche quando stai avendo una conversazione brillante con un candidato, arrivano gli altri colleghi o il presidente a farti segno di tagliare i tempi e spedire lo studente a prendere brutti voti dal prof di Matematica (non che sia sempre il prof di Matematica ad affossare le medie dei voti, tuttavia Popper direbbe che, pur non essendo una regola, è una tendenza).
L'agonia standard avviene invece quando lo studente massacra la tua disciplina in piena incoscienza, sbagliando cose che gli hai corretto 10 volte durante l'anno o lanciandosi in commenti personali che spesso sfiorano l'apologia di ideologie totalitarie.
Ma quest'anno, essendoci le Buste, noi commissari potremo godere di un colloquio all'insegna dell'arguzia e della competenza. Infatti il Ministero, il Gran Livellatore delle Disparità, al fine di rendere tutti uguali, crea condizioni di disagio identiche per tutti. E quando dico tutti non intendo solo gli studenti, ma anche la commissione.

L'antefatto.
Usciti i voti degli scritti, gli studenti possono farsi i conti su quando manchi per arrivare al 60. Voto minimo per un diploma e, ovviamente, lasciapassare per il Nulla Assoluto, giacché un diploma con voto minimo è utile oggi come un videoregistratore VHS.
Nel Mondo Ideale del Ministero, tutti gli studenti motivatissimi puntano al massimo, nel Mondo Reale gli studenti a cui mancano 6 punti su 20 per arrivare a 60 vendono già i libri e spendono il ricavato in Haribo gusto anfetamina.

Lo svolgimento.
L'esame orale 2019 è composto da 4 fasi. Il Ministero, dopo averle individuate, precisa nell'ordinanza che le fasi non debbano essere gestite separatamente, ma tutte insieme, anche se, volendo, si possono separare, ma con coerenza di fondo, orientando l'esposizione dello studente in modo da attraversare le 4 fasi (che sono 1, ma contemporaneamente 4 e non vi venga voglia di contestare un simile dogma) senza che il candidato percepisca né di averle attraversate né che ci sia stato un'indicazione da parte della Commissione, la quale deve stare essenzialmente zitta e allo stesso tempo orientare (con gesti? sguardi? alfabeto muto? segnali di fumo?). Chiaro, no?
Le fasi sono:
  1. BUSTE! Il Presidente estrae 3 buste, il candidato ne seleziona una, ne legge il contenuto e ci costruisce un percorso interdisciplinare. C'è chi se la cava: generalmente chi ha studiato in maniera adeguata oppure ha un naturale talento per vendere pentole porta a porta. C'è chi si arrabatta, magari perché ha imbroccato l'argomento giusto o perché ricorda qualche informazione percepita a lezione mentre sbirciava Instagram. C'è chi esplode senza neanche leggere il testo della busta. E poi c'è Adelina.
    Adelina è una studentessa al limite, nel senso che per considerarla studentessa bisogna spostare il limite molto verso il basso. Studia il giorno prima, ma sbaglia pagine del libro. Oppure si fa prestare gli appunti dai più cialtroni della classe. Arriva all'Esame passando attraverso le maglie del sistema (in sostanza, ogni anno c'era qualcuno di più scarso di lei che veniva fatto accomodare all'uscita). Ma ovviamente non ha idea di come ci si prepari. Però sa tutto di programmi tv in cui gente obesa cerca di dimagrire. All'esame estrae una busta con una citazione di Montale, lo scambia per Ungaretti e comincia a parlare di rivoluzione sovietica, tettonica a placche e Pinchergar (che, nello sconforto del docente di Filosofia, si rivela essere Kierkegaard). Poi afferma di voler fare la nutrizionista e la spedisco fuori prima che le venga chiesta la motivazione.
  2. Cittadinanza e Costituzione (per gli amici “C&C”). Cosa hanno fatto durante l'anno gli studenti per formarsi come cittadini e per studiare la Costituzione italiana? Glielo si chiede, ohibò, anche se la miglior cosa sarebbe che ci arrivasseroautonomamente nel loro percorso interdisciplinare. Spesso però accade che sia il docente di Storia (o di Diritto) a dover chiedere qualcosa, perché lo studente già di suo ha collegato la Grande Guerra coi termovalorizzatori e bisogna porre un limite ai vaneggi. Ma quando Mariella dice che l'Italia supporta la guerra contro i cattivi, tu cosa fai?
  3. Alternanza scuola-lavoro. Li abbiamo mandati a lavorare per un numero variabile di ore. A volte in posti pertinenti, a volte a casaccio. Qualcosa hanno imparato, più spesso hanno fatto fotocopie. Molti hanno capito cosa non vogliono fare nella vita e quindi hanno avuto lo stimolo per iscriversi a Filosofia. Insomma, il Ministero vuole che i ragazzi ci parlino di questa ASL. E infatti ce ne hanno parlato, come ha fatto Gualtiero.
    Gualtiero un anno fa è finito in un campeggio e ha voluto esporre la sua esperienza. Presenta 50 slide di scandaloso PowerPoint fatto da un cugino, ove ripercorre la normativa della ASL scaricando immagini filo-governative di giovani felici e speranzosi, descrivendo poi nei dettagli l'infame struttura turistica iper-economica dove a far le ferie ci andrebbe al massimo la coppia Fantozzi-Calboni e le attività da schiavo di piantagione che ha dovuto svolgere. Il tutto in un italiano stentato, che rende impossibile la comunicazione con chiunque sia nato a 10 km dal Basso Piave. L'esibizione è stata interrotta dal Presidente per manifesta inferiorità.
  4. Correzione delle prove scritte. Lo studente, alla conclusione del suo calvario ma mai oltre il 50° minuto di esame (Presidenti tassativi sulle tempistiche, giacché nel pomeriggio dovevano andare a vongole), viene sequestrato dai docenti delle prove scritte per la correzione. Livello di comprensione degli errori, mediamente, pari a zero: il candidato, in stato confusionale, accetta le correzioni passivamente e sorride anche se ha preso l'equivalente di un 3, non manifesta pentimento per la sua sciagurata prestazione e nel frattempo si toglie le scarpe per indossare le infradito.

L'epilogo.
Si chiude con “Cosa farai dopo?”. A parte la sempre esilarante “Vado al mare”, le risposte generalmente dicono tutto dello studente, al punto che in futuro ridurrei l'esame orale a questo unico quesito. Da “Matematica alla Normale di Pisa” dopo un 3 nella prova di Matematica a “Lingue straniere, ma non so quali” fino a “Penso che resterò disoccupato a vita” (è la versione onesta di “Mi iscrivo a Filosofia”). Ma il migliore resta Basilio.
Basilio durante l'anno si è distinto per zero voglia di studiare e limiti intellettivi notevoli, in parte supportati da un regolare uso di cannabinoidi, ma anche una educazione impeccabile. Ispira una drammatica tenerezza, la stessa che provi per il porcospino che attraversa la tangenziale guardando solo dritto. Agli scritti rimedia due solide ma non gravi insufficienze e ha bisogno di un voto simile per arrivare al 60. L'orale è l'apoteosi dello schifo: nozioni a vanvera e collegamenti ben al di sotto della dignità, una performance di C&C da revoca immediata della cittadinanza e un'esposizione di ASL da cui si intuisce che si è nascosto per 200 ore in un sottoscala. Il Presidente chiude con “Cosa farai dopo?” e Basilio, rispettosamente alzandosi in piedi, dice: “Giuro che non mi iscriverò all'Università, i miei genitori mi troveranno un lavoro dove non farò danni e, a Dio piacendo, potrei diventare un membro produttivo della società. Forse farò anche volontariato”. La Commissione, unanime, gli concede il minimo per il 60, ma non prima di fargli sottoscrivere le promesse su carta bollata.